lunedì 16 aprile 2012

Lo shopping dell' emiro del Qatar e Monti. Pecunia non olet.


Lo shopping dell’ emiro del Qatar nel mirino Finmeccanica e Unicredit

Lo sceicco Al Thani a Monti: “Pronti a investire in Italia”
di Ettore Livini

Milano
Angela Merkel ha le sue gatte da pelare sul fronte domestico.Ue e Bce - causa i nein di Berlino e dei falchi della Buba – hanno i soldi contati. E cosi’ l’ Italia, in attesa di principi azzurri made in Europa”, guarda a Oriente e per dribblare la crisi dei debiti sovrani si aggrappa ai petrodollari degli emiri. A lanciare un salvagente a Roma e’ stato ieri Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani, numero uno della famiglia regnante del Qatar, fresco dell’ acquisto per 650 milioni dall’ Aga Khan della Costa Smeralda:” Il nostro fondo sovrano sta cercando forme e modi per investire nel vostro paese”ha garantito dopo un incontro con Mario Monti. Ma una cosa e’ certa. I quattrini – merce rara in un mondo in crisi di liquidita’ – non sono un problema: il conto corrente del Qartar segna un saldo attivo di 60 miliardi di dollari. E in pochi anni – grazie al suo tesoretto fatto di gas e di greggio – questo paese grande come mezza Lombardia si e’ regalato un’ invidiabile collezione di partecipazioni azionarie nel Gotha della finanza globale. Ritagliandosi pure un ruolo di regista ( nemmeno troppo occulto ) nella grande stagione delle primavere arabe.

“Il mio obiettivo e’ consolidare il rapporto strategico tra i nostri due paesi “ ha garantito ieir Monti. C’ e’ da capirlo. Pecunia non olet. E di fronte alle ristrettezze del Vecchio continente, il decisionismo e la disponibilita’ degli emiri del Qatar sono un’ occasione unica. Negli ultimi due anni Al Thani si e’ comprato i grandi magazzini Arrod’s a Londra, gli studios Holliwoodiani della Miramax e si e’ regalato – tipica debolezza da nuovi ricchi – una squadra di calcio: quel Paris Saint Germain che Carlo Ancelotti sta provando a ridisegnare senza limiti di spesa.

Sfizi ? Forse ma non solo. La famiglia regnante del Golfo ha imparato a gestire le sue ricchezze con un occhio attento alla geopolitica. E’ proprietaria di Al Jazeerra, il network che ha fatto da megafono alle piazze della primavera araba. Candindosi cosi’ - e i primi risultati gia’ si intravedono in Libia – a recitare un ruolo di primo piano nel rilancio economico dell’ Africa del nord. Di piu’ dopo il crac Lehman, con i bei nomi della finanza occidentale a corto di ossigeno, ha messo sul piatto della bilancia il suo ricco portafoglio. Risultato: il Qatar Investiment Autority, fatto impensabile fino a pochi anni fa, controlla oggi il 20 % della Borsa di Londra, il 6% del Credit Suisse e un pezzo della Barclays. E nessuno, nemmeno in Germania e Francia, ha avuto niente da ridire quando ha rilevato il 17 % della Volkswagen, il 10% della Porsche, il 10% di Legardére e il 2% di Louis Vuitton.

Il mondo cambia ma le regole sono sempre le stesse: “Articolo quinto chi ha i soldi ha vinto” diceva Enrico Cuccia. E le munizioni del Qatar Investiment Authority, il braccio finanziario del paese del Golfo, non sono certo esaurite: il 2011 degli emiri e’ andato in archivio con un PIL in rialzo del 18,7%, con un reddito pro capite (beati loro) di 105mila dollari circa e il surplus commerciale tra luglio e settembre 2011 e’ stato di 11 miliardi di dollari.

Di carne al fuoco ce n’e’ molta anche sull’ asse tra Roma e la penisola del Golfo. La Costa Smeralda (“l’Italia e la Sardegna non si pentiranno del nostro investimento” ha garantito ieri l’ emiro) e’ solo un antipasto. In ballo ci sarebbero alcune commesse militari per Finmeccanica, l’ ipotesi che gli Al Thani sostituiscano gli ondivaghi soci libici nell’ azionariato di Unicrdit o di un ingresso in Telecom Italia media. Il boccone piu’ grosso pero’ sono i 70 miliardi di investimenti previsti per i mondiali di calcio Qatar 2022. Ci sono da costruire metropolitane, strade, porti e aeroporti e le aziende tricolori sperano in una piccola fetta di questa torta. La partita e’ aperta. E l’ Italia, come ha garantito l’ emiro Al Thani a Monti, e’ in campo.

Da Repubblica del 17 aprile 2012

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