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sabato 8 dicembre 2012

M.Correggia-Facce dietro la crisi globale del clima-Conferenza sul clima a Doha (Qatar)


TERRA TERRA del 07 dicembre 2012

Facce dietro la crisi globale del clima
di Marinella Correggia

Con il solito scontro (sugli obiettivi e sui finanziamenti) fra paesi di vecchia industrializzazione, paesi emergenti e paesi meno avanzati è alle ultime battute la conferenza sul clima in Qatar. La posta in gioco è un nuovo accordo( dopo la scadenza a fine dicembre del Protocollo di Kyoto); lo dovrebbero firmare entro il 2015 tutti i paesi e dovrebbe entrare in vigore entro il 2020.

Intanto i gruppi ambientalisti continuano a fare nomi e cognomi di chi rema contro. Imperi multinazionali e governi.

Ad esempio, come sono messi i paesi della regione araba rispetto agli obblighi- internazionali o morali - di riduzione delle emissioni di gas serra? Male. Da Doha, la sezione di Greenpeace che si occupa del mondo arabo spiega che il Qatar, membro dell'Opec, a parte le facili offerte di contributi finanziari non si è dato alcun obiettivo di riduzione delle sue emissioni che, pro capite, sono le più elevate al mondo (per questo ospitare una conferenza sul clima a Doha è come collocare una banca del sangue nel palazzo di Dracula).

L'emiro si scagiona sostenendo che le sue esportazioni di gas naturale liquefatto aiutano altri paesi a fuoriuscire dal carbone che è ancora più inquinante e climalterante. Il Qatar ha promesso di arrivare a coprire il 18% del fabbisogno interno di energia con il fotovoltaico entro il 2018 e ha annunciato che creerà un proprio centro di ricerche sui cambiamenti climatici (mantenendo ben duecento ricercatori) in collaborazione con il noto Potsdam Institute tedesco. Ma Greenpeace incalza: ci si aspetta ben di più dal paese che oltretutto ha il Pil pro capite più elevato al mondo.

Troppo poco solari, queste ricche nazioni del Golfo, anche per il Programma Onu per lo sviluppo. Eppure dovrebbero dare l'esempio. Anche l'Arabia Saudita, principale produttore dell'Opec, non ha indicato alcun obiettivo di riduzione, pur avendo dichiarato possibili investimenti nel solare, nell'efficienza energetica nella diversificazione dell'economia (monocoltura petrolifera; e si stenta a capire come potrebbero essere altro). I sauditi comunque sono fermi nella loro convinzione che il mondo dipenderà dai combustibili fossili ancora per decenni ma che accorgimenti tecnologici possono aiutare a tamponare le conseguenze negative. Per questo, Riyad punta sulla geoingegneria e per esempio sulla cattura e stoccaggio del carbonio, metodo che sta già applicando nel più grande campo di petrolio al mondo, a Ghawar. Ma è tutto discrezionale. Abbastanza paradossalmente le monarchie petrolifere non fanno parte del gruppo di paesi che il Protocollo di Kyoto obbliga a riduzioni.

Altri paesi del mondo arabo - Medio Oriente e Nordafrica - si trovano più nei panni di vittima che di carnefice. Saranno infatti interessati da fenomeno come una riduzione delle piogge, temperature sempre più elevate, innalzamento dei mari secondo un altro rapporto della Banca mondiale pubblicato diffuso mercoledì a Doha. L'agricoltura subirà gravi colpi, in paesi come la Tunisia e lo Yemen fra gli altri. Anche i flussi turistici si ridurranno a causa del caldo sempre più caldo (un quarto delle temperature record del 2010 è stato registrato nella regione).

Intanto Faces Behind a Global Crisis, un rapporto del gruppo statunitense International Forum on Globalization sostiene che le impasse presenti anche a Doha sono il risultato della potente lobby degli interessi petrolieri e punta il dito sui fratelli Charles e David Koch. Chi sono costoro? Sono i miliardari più ricchi del mondo, un impero da 80 miliardi di dollari. Hanno convinto le altre compagnie petrolifere - compresa Exxon - a minare la normativa Usa sul clima. Lunga vita ai sussidi fossili e all'estrazione di scisti bituminosi.

Insieme ad altri 50 ricconi del mondo, i Koch sono individuati come eminenze grigie anzi nero carbone.

www.ilmanifesto.it

mercoledì 5 dicembre 2012

M.Correggia - Clima formato Doha (Qatar)


TERRA TERRA

- Marinella Correggia

Mentre è in corso a Doha la 18esima conferenza delle parti della Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici (Unfcc), l'allarme sul caos climatico è un coro assordante come mai prima.

Secondo l'ultimo rapporto dell'Unep (Programma Onu per l'ambiente), gli insufficienti impegni attuali di riduzione delle emissioni di gas serra porteranno a un riscaldamento del pianeta fra i 3 e i 5 gradi centigradi entro questo secolo. E nel giro di otto anni le emissioni di gas serra raggiungeranno quota 58 miliardi di tonnellate: 14 miliardi di tonnellate in più rispetto al livello necessario per limitare il riscaldamento a quei 2 gradi che i governi prendono come soglia di riferimento. Peraltro gli ambientalisti, molti scienziati e anche alcuni governi (per esempio la Bolivia) ripetono che nemmeno un aumento di 1,5 gradi è da considerarsi «sicuro». L'Unep propone diverse ricette urgenti. Le emissioni si potrebbero ridurre nell'industria fra 1,5 e 4,6 miliardi di tonnellate di Co2 equivalente, nell'agricoltura fino 4,3 miliardi di tonnellate di Co2, nel settore dell'energia fra 2,2 e 3,9 miliardi di tonnellate, nel settore degli edifici fra 1,4 e 2,9 miliardi di tonnellate, nei trasporti fra 1,7 e 2,5 miliardi di tonnellate; e l'attenzione a quella spia della follia che sono i rifiuti abbatterebbe le emissioni di 0,8 miliardi di tonnellate...

L'Unep a Doha ha anche presentato il rapporto Policy Implications of Warming Permafrost: permafrost che copre circa un quarto dell'emisfero nord potrebbe contenere fino a 1.700 gigatonnellate di Co2, il doppio della quantità presente attualmente in atmosfera; se lo scioglimento dei ghiacci prosegue al ritmo previsto dalle modellizzazioni del clima, la liberazione dei gas serra colà stoccati amplificherà il riscaldamento climatico in maniera significativa.

E mentre il centro di ricerca Germanwatch ha diffuso il Global Climate Risk Index 2013 che anno dopo anno analizza come gli effetti dei cambiamenti climatici colpiscano le comunità umane con ogni genere di eventi estremi, la stessa Banca Mondiale con il rapporto Turn Down the Heat, realizzato ricorrendo agli specialisti del Potsdam Institute for Climate Impact Research, avverte che senza misure concrete di lotta contro il cambiamento climatico la comunità internazionale potrebbe subire le conseguenze catastrofiche di un aumento di 4 gradi della temperatura media entro la fine del secolo. Impatti? Ondate di calore estremo, un calo degli stock mondiali delle derrate alimentari e un innalzamento del livello dei mari che potrebbe toccare centinaia di migliaia di persone. Ovviamente i poveri - meno responsabili - soffriranno di più.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change spiega come nel 2011 le emissioni totali di gas serra siano arrivate a 38,2 miliardi di tonnellate. I ricercatori hanno riassunto così il da farsi: «Bisogna investire in questa impresa tutto quello che abbiamo».

Eppure a Doha si sta verificando la solita impasse. Chi si deve impegnare di più? Parrebbe ovvio: i paesi dell'Allegato I del protocollo di Kyoto che scade a dicembre; si negozia il secondo periodo): quelli per i quali i tagli alle emissioni - pur risibili in quantità - sono stati un obbligo e non una facoltà, del resto si tratta dei paesi responsabili del 75% delle emissioni storiche, pur avendo solo il 25% della popolazione. Ma, per dare un'idea dell'inghippo, all'interno del gruppo di paesi «non-allegato I», quindi non obbligati alle riduzioni, c'è il ... Qatar. Emissioni annue pro capite 44 tonnellate, Pnl annuo pro capite 104.000 dollari. E ci sono anche diversi paesi del Sud le cui emissioni totali e anche pro capite sono aumentate moltissimo. Si pensi alla Cina.

www.ilmanifesto.it

venerdì 4 maggio 2012

Siria, assassinato figlio di oppositore "per il dialogo nazionale senza interferenze straniere" e altre notizie da Avvenire.



Questo piccolo articolo dell’ Avvenire, venerdi’ 4 maggio, riporta ben quattro notizie da approfondire:

-  la prima e’ quella che da il titolo al pezzo, la fonte e’ l’ Osservatorio siriano dei diritti umani ,
-  la seconda e’ l’ uccisione in un agguato del figlio di un oppositore, che ieri aveva firmato con altri un  manifesto  “per rilanciare il dialogo nazionale senza interferenze straniere”
-  la terza e’ la dichiarazione del portavoce delle missione ONU secondo il quale “la missione sta avendo effetto”,
-  l' ultima e’ l’ accusa dell’ ambasciatore siriano in Libano a Qatar e Arabia Saudita di essere dietro il carico di armi sequestrato nelle stive di una nave che stava raggiungendo il Libano dopo essere partita dalla Libia.

Queste notizie, non molto evidenziate graficamente nell’ articolo,gli spazi tra i diversi temi li ho messi io, mi sembrano importanti e non allineate con  la narrazione dei media ufficiali occidentali sulla Siria.

marco

Raid al campus di Aleppo: uccisi 4 studenti
Di Federica Zoja

Aleppo, prima citta’ della Siria settentrionale, nel mirino delle forze governative. Nella notte fra mercoledi’ e giovedi’, durante l’ irruzione della polizia nel campuus universitario della citta’ quattro studenti sono rimasti uccisi e altri 28 feriti.
A riferirlo e’ stato l’ Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione non governativa ,secondo cui le forze di Bashar-el-Assad hanno compiuto anche 200 arresti. A seguito del bliz, l’ ateneo ha sospeso ogni attivita’. Da Aleppo e’ giunto l’ appello dei vescovi di Siria che, riuniti nei giorni scorsi, hanno espresso una ferma condanna della violenza.

Nel frattempo, in una giornata che ha lasciato sul terreno 22 vittime, un misterioso commando armato ha assassinato Ismail Haidar, figlio di Ali Haider, leader del partito Nazional-sociale siriano (Psss), uno dei principali dell’ opposizione di regime: secondo il quotidiano  filo-governativo Al-Baath, che ne ha dato la notizia, Ismail e un suo amico sono satati crivellati di proiettili lungo la strada che collega Homs, nel centro del paese, a Masyaf, un centinaio di chilometri a Nord-ovest. Intervistato, il padre della vittima ha respinto le condoglianze, “perche’ il sangue di mio figlio, non vale piu’ di quello di qualunque altro cittadino siriano”. Ieri Ali Haidar e altri oppositori avevano firmato un manifesto comune per “rialanciare il dialogo nazionale senza interferenze straniere “.

Nonostante i diffusi episodi di violenza, Neeraj Singh, portavoce a Damasco della missione di monitoraggio dell’ Onu in Siria (Unsmis), ha dichiarato: “Abbiamo osservato che la presenza della missione sta avendo effetto”. Attualmente la missione conta 50 membri, ma nei prossimi giorni e’ destinata ad aumentare fino a 300 unita’. Singh ha ammesso comunque che “Il cessate il fuoco non e’ stabile”. Ieri il capo della missione, il generale norvegese Robert Mood, e’ giunto ad Homs.

Da parte di Damasco, nuove accuse ad Arabia Saudita e Qatar, monarchie ritenute responsabili di armare l’ opposizione. L’ ambasciatore siriano in Libano, Ali Abdel-Karim Ali, ha accusato Riad e Doha di essere dietro al carico di armi nascosto nelle stive di una nave intercettata venerdi’ al largo delle coste libanesi, la Luftallah II, salpata dalla Libia e giunta in Libano  dopo una tappa ad Alessandria d’Egitto. La Marina libanese l’ ha intercettata prima che facesse rotta per un porto siriano.

Dall’ Avvenire di venerdi’ 4 maggio

venerdì 20 aprile 2012

Qatar-Dissociazione da Napolitano e Monti in ginocchio dall' Emiro


DISSOCIAZIONE DA MONTI E NAPOLITANO IN GINOCCHIO DALL’EMIRO QATARIOTA

di Marinella Correggia

Per dignità, per principio e per politica dovrebbero dissociarsi dalle genuflessioni delle massime istituzioni italiane nei confronti dell’emiro del Qatar tutti i movimenti e cittadini italiani che lavorano contro le guerre e contro gli altri e collegati orrori della geopolitica attuale: ingiustizia climatica, disuguaglianze sociali fra gruppi e fra paesi, modello produttivo che nega i beni comuni e nobilita l’oscenità della ricchezza.

Si potrebbe indirizzare ai due (lasciamo perdere Alemanno) una lettera aperta di questo tenore.

“Presidenti Monti e Napolitano, come italiani impegnati contro le guerre, la distruzione del clima e le ingiustizie ci dissociamo dal atto di vassallaggio che avete compiuto ai piedi dell’emiro del Qatar il 16 aprile 2012. La nostra (o meglio: vostra) Italia che da sempre obbedisce ai voleri economico-militari del colosso Usa, è adesso entrata anche nell’harem di al-Thani. Il quale può certo ben pagare i suoi protetti (e non solo le sue tre mogli ufficiali): malgrado le ingenti spese per i lussi e le guerre ha un saldo attivo equivalente a 60 miliardi di dollari di origine fossile. Anche di fronte al “profumo dei petrodollari” (secondo la definizione di un amico arabo) la dignità non ha prezzo e fareste meglio a cercare vie d’uscita dalla bancarotta meno umilianti del prostrarvi fronte a terra. Invece, pur di perpetuare un modello capitalista e speculativo che ha portato l’Italia in questa situazione, si è disposti a omaggiare quanto c’è di più lontano dall’idea di sobrietà, giustizia, etica, ecologia: il padrone di un petroemirato.

Dal punto di vista della forma, l’Italia ha fatto davanti al mondo la solita figura della pezzente con il braccino teso davanti a un ricchissimo emiro ereditario (nonché golpista); una figura da barzelletta.

Dal punto di vista della sostanza, ecco alcune gesta dell’emiro ormai grosso protagonista sulla scena geopolitica. Anche se temiamo che voi siate d’accordo. Le petromonarchie sono da sempre uno dei cancri del mondo arabo. Adesso ancor più. Presentandosi, lui monarca assoluto, come paladino della democrazia in medio Oriente e Nordafrica con al-Jazeera a fare da megafono, al-Thani insieme ai Saud offre la necessaria copertura “arabomusulmana” a operazioni militari e di destabilizzazione come la devastante guerra in Libia (i cui effetti sono visibili a tutti). In Siria i petromonarchi lavorano a sabotare ogni piano di pace e sostengono l’opposizione islamista. Per non dire del Bahrein.

Ecco poi un eco-paradosso: al-Thani si è aggiudicato la diciottesima Conferenza dell'Onu sul clima (autunno 2012), dopo il fallimento della sessione di Durban in Sudafrica nel dicembre 2011. Eppure il Qatar sta alla protezione del clima come Dracula sta alla banca del sangue. Ha le emissioni pro capite di gas di serra più elevate al mondo: incredibili 53,4 tonnellate annue, secondo le statistiche ufficiali dell'Onu; il 435% in più dal 1990. L'incongruo ospite del vertice sul clima 2012 insieme alle altre petrogasmonarchie è stato in prima linea in tutti i passaggi cruciali per rendere inefficace il pur limitatissimo Protocollo di Kyoto ed evitare qualunque allontanamento dall'economia degli idrocarburi”.

Per firmare: mari.liberazioni(at)yahoo.it

mercoledì 18 aprile 2012

Perche' dovremmo boicottare il Qatar - di M.Correggia


Perché dovremmo  boicottare il Qatar
Marinella Correggia
Con l’accoglienza genuflessa dell’emiro qatariota da parte di Monti e Napolitano a Roma,  il 16 aprile 2012, l’Italia è entrata ufficialmente fra i paesi membri dell’harem di al-Thani. Egli può ben pagare i suoi protetti,  avendo un saldo attivo di 60 miliardi di dollari derivanti dai petrodollari e dai gasdollari. In altri tempi a manifestare contro l’incontro ci sarebbero state molte persone e non 4 gatti peraltro bloccati gentilmente dalla polizia per aver esposto cartelli fuori dalla sontuosa villa dove si svolgeva il ricevimento. In altri paesi qualche giornalista indipendente avrebbe tirato una scarpa in conferenza stampa, all’emiro la cui tivù al-Jazeera fa da arma mediatica per le guerre della casa.
Il Qatar ha già comprato la Costa Smeraldadall’Aga Khan (e i grandi magazzini Arrod’s a Londra, e il 17% di Wolkswagen, il 10% della Porsche e il 2% di Louis Vuitton). Ed è in primo piano negli investimenti nella finanza globale. Dopo il crac Lehman, la Qatar InvestimentAutority, fatto impensabile fino a pochi anni fa, controlla oggi il 20 % della Borsa di Londra, il 6% del Crédit Suisse e un pezzo della Barclays. “Il nostro fondo sovrano sta cercando forme e modi per investire nel vostro paese” ha garantito dopo l’incontro con Mario Monti. Del resto l’emirato è fra i primi tre produttori mondiali di gas naturale e rifornisce l’Italia attraverso il rigassificatore di Rovigo. La quota in arrivo dal Golfo Persico è pari al 10% del fabbisogno italiano. In ballo, scrive Repubblica,  “ci sarebbero anche alcune commesse militari per Finmeccanica, l’ ipotesi che gli Al Thani sostituiscano gli ondivaghi soci libici nell’ azionariato di Unicredit o di un ingresso in Telecom Italia media. Il boccone più grosso però sono i 70 miliardi di investimenti previsti per i mondiali di calcio Qatar 2022. Ci sono da costruire metropolitane, strade, porti e aeroporti e le aziende tricolori sperano in una piccola fetta di questa torta”.
L’emirato è ereditario. Comunque l’emiro attuale ha un po’ anticipato i tempi, realizzando nel 1995 un colpo di Stato contro il suo vecchio padre mentre questi era in cura all’estero......



E' possibile leggere l' articolo integrale di Marinella Correggia su www.sibialiria.org  a questo link

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=253

Probabilmente con oggi il Qatar uscira' dalle pagine dei giornali, mentre continuera' con i suoi potenti mezzi finanziari a muoversi insieme ai suoi alleati della Nato anche con guerre e manovre varie. Perche' la Nato non e' una alleanza militare difensiva ma e' una alleanza tra i piu' ricchi paesi Occidentali con alcuni loro satelliti minori per difendere ed incrementare i propri privilegi con ogni mezzo.

Ne riparleremo.

lunedì 16 aprile 2012

Lo shopping dell' emiro del Qatar e Monti. Pecunia non olet.


Lo shopping dell’ emiro del Qatar nel mirino Finmeccanica e Unicredit

Lo sceicco Al Thani a Monti: “Pronti a investire in Italia”
di Ettore Livini

Milano
Angela Merkel ha le sue gatte da pelare sul fronte domestico.Ue e Bce - causa i nein di Berlino e dei falchi della Buba – hanno i soldi contati. E cosi’ l’ Italia, in attesa di principi azzurri made in Europa”, guarda a Oriente e per dribblare la crisi dei debiti sovrani si aggrappa ai petrodollari degli emiri. A lanciare un salvagente a Roma e’ stato ieri Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani, numero uno della famiglia regnante del Qatar, fresco dell’ acquisto per 650 milioni dall’ Aga Khan della Costa Smeralda:” Il nostro fondo sovrano sta cercando forme e modi per investire nel vostro paese”ha garantito dopo un incontro con Mario Monti. Ma una cosa e’ certa. I quattrini – merce rara in un mondo in crisi di liquidita’ – non sono un problema: il conto corrente del Qartar segna un saldo attivo di 60 miliardi di dollari. E in pochi anni – grazie al suo tesoretto fatto di gas e di greggio – questo paese grande come mezza Lombardia si e’ regalato un’ invidiabile collezione di partecipazioni azionarie nel Gotha della finanza globale. Ritagliandosi pure un ruolo di regista ( nemmeno troppo occulto ) nella grande stagione delle primavere arabe.

“Il mio obiettivo e’ consolidare il rapporto strategico tra i nostri due paesi “ ha garantito ieir Monti. C’ e’ da capirlo. Pecunia non olet. E di fronte alle ristrettezze del Vecchio continente, il decisionismo e la disponibilita’ degli emiri del Qatar sono un’ occasione unica. Negli ultimi due anni Al Thani si e’ comprato i grandi magazzini Arrod’s a Londra, gli studios Holliwoodiani della Miramax e si e’ regalato – tipica debolezza da nuovi ricchi – una squadra di calcio: quel Paris Saint Germain che Carlo Ancelotti sta provando a ridisegnare senza limiti di spesa.

Sfizi ? Forse ma non solo. La famiglia regnante del Golfo ha imparato a gestire le sue ricchezze con un occhio attento alla geopolitica. E’ proprietaria di Al Jazeerra, il network che ha fatto da megafono alle piazze della primavera araba. Candindosi cosi’ - e i primi risultati gia’ si intravedono in Libia – a recitare un ruolo di primo piano nel rilancio economico dell’ Africa del nord. Di piu’ dopo il crac Lehman, con i bei nomi della finanza occidentale a corto di ossigeno, ha messo sul piatto della bilancia il suo ricco portafoglio. Risultato: il Qatar Investiment Autority, fatto impensabile fino a pochi anni fa, controlla oggi il 20 % della Borsa di Londra, il 6% del Credit Suisse e un pezzo della Barclays. E nessuno, nemmeno in Germania e Francia, ha avuto niente da ridire quando ha rilevato il 17 % della Volkswagen, il 10% della Porsche, il 10% di Legardére e il 2% di Louis Vuitton.

Il mondo cambia ma le regole sono sempre le stesse: “Articolo quinto chi ha i soldi ha vinto” diceva Enrico Cuccia. E le munizioni del Qatar Investiment Authority, il braccio finanziario del paese del Golfo, non sono certo esaurite: il 2011 degli emiri e’ andato in archivio con un PIL in rialzo del 18,7%, con un reddito pro capite (beati loro) di 105mila dollari circa e il surplus commerciale tra luglio e settembre 2011 e’ stato di 11 miliardi di dollari.

Di carne al fuoco ce n’e’ molta anche sull’ asse tra Roma e la penisola del Golfo. La Costa Smeralda (“l’Italia e la Sardegna non si pentiranno del nostro investimento” ha garantito ieri l’ emiro) e’ solo un antipasto. In ballo ci sarebbero alcune commesse militari per Finmeccanica, l’ ipotesi che gli Al Thani sostituiscano gli ondivaghi soci libici nell’ azionariato di Unicrdit o di un ingresso in Telecom Italia media. Il boccone piu’ grosso pero’ sono i 70 miliardi di investimenti previsti per i mondiali di calcio Qatar 2022. Ci sono da costruire metropolitane, strade, porti e aeroporti e le aziende tricolori sperano in una piccola fetta di questa torta. La partita e’ aperta. E l’ Italia, come ha garantito l’ emiro Al Thani a Monti, e’ in campo.

Da Repubblica del 17 aprile 2012

Incontro Monti-Emiro Qatar - Identificati e allontanati pacifisti con cartelli contro la guerra in Libia e in Siria.


COMUNICATO STAMPA RETE NO WAR


ATTIVISTI NO WAR IDENTIFICATI E ALLONTANATI PER TENTATA MANIFESTAZIONE CONTRO IL QATAR E AL JAZEERA A VLLA PAMPHILI

Lunedì 16 aprile a Roma un gruppo di militanti della Rete NO WAR è stato identificato e allontanato dalla Polizia mentre protestava all'ingresso della palazzina di Villa Doria Pamphili a Roma, al cui interno il presidente del consiglio Mario Monti stava ricevendo con tutti gli onori l'emiro del Qatar, monarca di uno staterello petrolifero dove i diritti civili non sono garantiti.

L'emiro del Qatar, servendosi della rete televisiva Al Jazeera da lui controllata, ha contribuito in maniera decisiva alla campagna di disinformazione che è servita a giustificare l'attacco della NATO alla Libia, cui il Qatar ha direttamente partecipato con aerei, ed istruttori e finanziamenti ai ribelli.

Oggi il Qatar, insieme ad altre petromonarchie feudali e mediovali, com l'Arabia Saudita, sta svolgendo lo stesso copione in Siria, sia attraverso una nuova campagna di disinformazione, sia armando e sostenendo gruppi armati.


domenica 15 aprile 2012

Roma, 16 aprile,Monti incontra l' Emiro del Qatar/1


12 Aprile 2012

Il Presidente del Consiglio Sen. Prof. Mario Monti incontra, lunedì 16 aprile alle ore 12.30 a Villa Pamphilj, l’Emiro dello Stato del Qatar S.A. Sheikh Hamad Bin Khalifa Al Thani.

Fonte  http://www.governo.it/

Per dare qualche indicazione sul ruolo del Qatar e della emittente Al Jazeera nella crisi siriana, riporto qualche stralcio di un articolo di Pepe Escobar da http://www.atimes.com/ , ripreso da Megachip, e l' inizio di un articolo,a firma m.m., sulle polemiche attorno ad Al Jazeera, ripreso da Nenanews:



...........Quanto era verde la mia valle del Jihad

Così, ora, Washington si sta solo imbarcando in un remix della Jihad afghana anni '80 - che, come sa qualunque granello di sabbia dal Kush induista fino alla Mesopotamia - ha portato a quella spettrale entità nota come al-Qaeda e alla conseguente e trasformista "guerra al Terrore".

La Casa di Saud e il Qatar hanno istituzionalizzato come impresa mercenaria quella scompagnata gang che risponde al nome di Libero Esercito Siriano. Adesso sono a loro libro paga, al tintinnare di 100 milioni di dollari (e altri che stanno ancora contando). Non è stupenda la democrazia - quando le monarchie del Golfo Persico alleate agli Usa possono comprare un esercito mercenario per delle noccioline? Non è grandioso essere un rivoluzionario con uno stipendio assicurato?

Senza perdere un colpo, anche Washington ha preparato i propri fondi, per l'assistenza "umanitaria" alla Siria e l'aiuto "non-letale" ai "ribelli". "Non-letale" come l'ultra equipaggiamento di comunicazioni satellitari pronto per le operazioni di battaglia, a cui si aggiungono gli occhiali a visione notturna. La suadente prospettiva della Clinton era che l'equipaggiamento avrebbe permesso ai "ribelli" di "evadere" gli attacchi del governo siriano. Nessuna menzione del fatto che ora i "ribelli" abbiano accesso all'intelligence Usa attraverso uno sciame di droni impiegati in tutta la Siria

Maliki è in grado di vedere le scritte sul muro (quello sunnita). La Casa di Saud ha invaso il Bahrain a maggioranza sciita per proteggere i loro “cugini” - l'estremamente impopolare dinastia sunnita al-Khalifa che è al potere. Maliki sa che una Siria post-Assad significherebbe una Fratellanza Musulmana sunnita al potere - con un contorno di Salifiti jihadisti. Nel suo incubo peggiore, Maliki vede il suo possibile futuro distopico come un remix di al-Qaeda in Iraq con gli steroidi......................

L' articolo integrale si puo' leggere al link:
http://www.megachip.info/tematiche/guerra-e-verita/8051-vogliamo-la-guerra-e-la-vogliamo-ora.html

La traduzione e' stata a cura del sito  http://www.comedonchisciotte.org/ con alcune correzioni successive della redazione di Megachip

SIRIA: IL MITO INFRANTO DI AL JAZEERA

L'emittente che aveva rivoluzionato l'informazione nel mondo arabo e sbaragliato i network occidentali, ora e' un megafono degli interessi regionali dell'emiro del Qatar

Roma, 17 marzo 2012, Nena News – La molto mitizzata al Jazeera perde pezzi. A causa della sua copertura faziosa della crisi in Siria e anche della crisi nel piccolo Bahrain, una primavera araba che non fa notizia.

Alcuni membri di primo piano dell’ufficio di Beirut della tv qatariota hanno annunciato le dimissioni o si sono già dimessi, secondo quanto riportato dal quotidiano libanese al-Akhbar. Il «managing director» dell’ufficio di corrispondenza di Beirut, Hassan Shaaban, una settimana fa ha anticipato che se ne andrà, dopo che il corrispondente di al Jazeera Ali Hashem e il producer Mousa Ahmad se n’erano andati. Tutti in segno di protesta per i servizi giornalistici (e le censure), sugli avvenimenti in corso «nella regione araba» e in particolare in Siria e Bahrain.

Secondo quanto riporta il giornale, Ali Hashem ha preso la decisione dopo che al Jazeera «ha rifiutato di mostrare foto che lui aveva scattato in Siria di fighters armati impegnati in scontri con l’esercito siriano a Wadi Khaled». L’emittente, al contrario, «lo ha ripreso come fosse uno shabeeh», ossia un membro delle temute milizie pro-Assad.

Sempre Ali Hashem si era infuriato per il rifiuto opposto da al Jazeera di coprire la repressione ordinata dal re del Bahrain contro i manifestanti che chiedono (pacificamente) quello stesse riforme democratiche pretese dall’opposizone siriana. Nel Bahrain, il giornale fa dire a Ali Hashem, «noi vediamo scene di gente massacrata dalla macchina repressiva del Golfo, ma per al Jazeera, l’unica parola possibile è il silenzio».........................

L' articolo integrale si puo' leggere al link:
http://nena-news.globalist.it/?p=17848