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sabato 8 dicembre 2012

M.Correggia-Facce dietro la crisi globale del clima-Conferenza sul clima a Doha (Qatar)


TERRA TERRA del 07 dicembre 2012

Facce dietro la crisi globale del clima
di Marinella Correggia

Con il solito scontro (sugli obiettivi e sui finanziamenti) fra paesi di vecchia industrializzazione, paesi emergenti e paesi meno avanzati è alle ultime battute la conferenza sul clima in Qatar. La posta in gioco è un nuovo accordo( dopo la scadenza a fine dicembre del Protocollo di Kyoto); lo dovrebbero firmare entro il 2015 tutti i paesi e dovrebbe entrare in vigore entro il 2020.

Intanto i gruppi ambientalisti continuano a fare nomi e cognomi di chi rema contro. Imperi multinazionali e governi.

Ad esempio, come sono messi i paesi della regione araba rispetto agli obblighi- internazionali o morali - di riduzione delle emissioni di gas serra? Male. Da Doha, la sezione di Greenpeace che si occupa del mondo arabo spiega che il Qatar, membro dell'Opec, a parte le facili offerte di contributi finanziari non si è dato alcun obiettivo di riduzione delle sue emissioni che, pro capite, sono le più elevate al mondo (per questo ospitare una conferenza sul clima a Doha è come collocare una banca del sangue nel palazzo di Dracula).

L'emiro si scagiona sostenendo che le sue esportazioni di gas naturale liquefatto aiutano altri paesi a fuoriuscire dal carbone che è ancora più inquinante e climalterante. Il Qatar ha promesso di arrivare a coprire il 18% del fabbisogno interno di energia con il fotovoltaico entro il 2018 e ha annunciato che creerà un proprio centro di ricerche sui cambiamenti climatici (mantenendo ben duecento ricercatori) in collaborazione con il noto Potsdam Institute tedesco. Ma Greenpeace incalza: ci si aspetta ben di più dal paese che oltretutto ha il Pil pro capite più elevato al mondo.

Troppo poco solari, queste ricche nazioni del Golfo, anche per il Programma Onu per lo sviluppo. Eppure dovrebbero dare l'esempio. Anche l'Arabia Saudita, principale produttore dell'Opec, non ha indicato alcun obiettivo di riduzione, pur avendo dichiarato possibili investimenti nel solare, nell'efficienza energetica nella diversificazione dell'economia (monocoltura petrolifera; e si stenta a capire come potrebbero essere altro). I sauditi comunque sono fermi nella loro convinzione che il mondo dipenderà dai combustibili fossili ancora per decenni ma che accorgimenti tecnologici possono aiutare a tamponare le conseguenze negative. Per questo, Riyad punta sulla geoingegneria e per esempio sulla cattura e stoccaggio del carbonio, metodo che sta già applicando nel più grande campo di petrolio al mondo, a Ghawar. Ma è tutto discrezionale. Abbastanza paradossalmente le monarchie petrolifere non fanno parte del gruppo di paesi che il Protocollo di Kyoto obbliga a riduzioni.

Altri paesi del mondo arabo - Medio Oriente e Nordafrica - si trovano più nei panni di vittima che di carnefice. Saranno infatti interessati da fenomeno come una riduzione delle piogge, temperature sempre più elevate, innalzamento dei mari secondo un altro rapporto della Banca mondiale pubblicato diffuso mercoledì a Doha. L'agricoltura subirà gravi colpi, in paesi come la Tunisia e lo Yemen fra gli altri. Anche i flussi turistici si ridurranno a causa del caldo sempre più caldo (un quarto delle temperature record del 2010 è stato registrato nella regione).

Intanto Faces Behind a Global Crisis, un rapporto del gruppo statunitense International Forum on Globalization sostiene che le impasse presenti anche a Doha sono il risultato della potente lobby degli interessi petrolieri e punta il dito sui fratelli Charles e David Koch. Chi sono costoro? Sono i miliardari più ricchi del mondo, un impero da 80 miliardi di dollari. Hanno convinto le altre compagnie petrolifere - compresa Exxon - a minare la normativa Usa sul clima. Lunga vita ai sussidi fossili e all'estrazione di scisti bituminosi.

Insieme ad altri 50 ricconi del mondo, i Koch sono individuati come eminenze grigie anzi nero carbone.

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mercoledì 5 dicembre 2012

M.Correggia - Clima formato Doha (Qatar)


TERRA TERRA

- Marinella Correggia

Mentre è in corso a Doha la 18esima conferenza delle parti della Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici (Unfcc), l'allarme sul caos climatico è un coro assordante come mai prima.

Secondo l'ultimo rapporto dell'Unep (Programma Onu per l'ambiente), gli insufficienti impegni attuali di riduzione delle emissioni di gas serra porteranno a un riscaldamento del pianeta fra i 3 e i 5 gradi centigradi entro questo secolo. E nel giro di otto anni le emissioni di gas serra raggiungeranno quota 58 miliardi di tonnellate: 14 miliardi di tonnellate in più rispetto al livello necessario per limitare il riscaldamento a quei 2 gradi che i governi prendono come soglia di riferimento. Peraltro gli ambientalisti, molti scienziati e anche alcuni governi (per esempio la Bolivia) ripetono che nemmeno un aumento di 1,5 gradi è da considerarsi «sicuro». L'Unep propone diverse ricette urgenti. Le emissioni si potrebbero ridurre nell'industria fra 1,5 e 4,6 miliardi di tonnellate di Co2 equivalente, nell'agricoltura fino 4,3 miliardi di tonnellate di Co2, nel settore dell'energia fra 2,2 e 3,9 miliardi di tonnellate, nel settore degli edifici fra 1,4 e 2,9 miliardi di tonnellate, nei trasporti fra 1,7 e 2,5 miliardi di tonnellate; e l'attenzione a quella spia della follia che sono i rifiuti abbatterebbe le emissioni di 0,8 miliardi di tonnellate...

L'Unep a Doha ha anche presentato il rapporto Policy Implications of Warming Permafrost: permafrost che copre circa un quarto dell'emisfero nord potrebbe contenere fino a 1.700 gigatonnellate di Co2, il doppio della quantità presente attualmente in atmosfera; se lo scioglimento dei ghiacci prosegue al ritmo previsto dalle modellizzazioni del clima, la liberazione dei gas serra colà stoccati amplificherà il riscaldamento climatico in maniera significativa.

E mentre il centro di ricerca Germanwatch ha diffuso il Global Climate Risk Index 2013 che anno dopo anno analizza come gli effetti dei cambiamenti climatici colpiscano le comunità umane con ogni genere di eventi estremi, la stessa Banca Mondiale con il rapporto Turn Down the Heat, realizzato ricorrendo agli specialisti del Potsdam Institute for Climate Impact Research, avverte che senza misure concrete di lotta contro il cambiamento climatico la comunità internazionale potrebbe subire le conseguenze catastrofiche di un aumento di 4 gradi della temperatura media entro la fine del secolo. Impatti? Ondate di calore estremo, un calo degli stock mondiali delle derrate alimentari e un innalzamento del livello dei mari che potrebbe toccare centinaia di migliaia di persone. Ovviamente i poveri - meno responsabili - soffriranno di più.

Un nuovo studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change spiega come nel 2011 le emissioni totali di gas serra siano arrivate a 38,2 miliardi di tonnellate. I ricercatori hanno riassunto così il da farsi: «Bisogna investire in questa impresa tutto quello che abbiamo».

Eppure a Doha si sta verificando la solita impasse. Chi si deve impegnare di più? Parrebbe ovvio: i paesi dell'Allegato I del protocollo di Kyoto che scade a dicembre; si negozia il secondo periodo): quelli per i quali i tagli alle emissioni - pur risibili in quantità - sono stati un obbligo e non una facoltà, del resto si tratta dei paesi responsabili del 75% delle emissioni storiche, pur avendo solo il 25% della popolazione. Ma, per dare un'idea dell'inghippo, all'interno del gruppo di paesi «non-allegato I», quindi non obbligati alle riduzioni, c'è il ... Qatar. Emissioni annue pro capite 44 tonnellate, Pnl annuo pro capite 104.000 dollari. E ci sono anche diversi paesi del Sud le cui emissioni totali e anche pro capite sono aumentate moltissimo. Si pensi alla Cina.

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