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lunedì 11 marzo 2013

Siria, un altro rapporto infondato sarà approvato dall' ONU a Ginevra - di Marinella Correggia


ONU-GUERRA-SIGLO-XXIUn altro rapporto infondato sarà approvato all’Onu a Ginevra
L’11 marzo davanti al Consiglio dei diritti umani dell’Onu basato a Ginevra nel quale siedono a turno poco più di 40 stati membri, la Commissione COI (di inchiesta “indipendente” sulla Siria) presenta il suo lunghissimo rapporto sulla situazione nel paese. E’ basato su racconti di parte e contiene molte accuse non verificate, fondate solo su !testimonianze” raccolte per skype, al telefono, o presso persone segnalate dall’opposizione armata (chiamata però “attivisti”). Né esso contiene una condanna dell’ingerenza armata e finanziaria praticata da Occidente e petromonarchie (più Turchia e vari paesi arabi: fratelli-coltelli) che è la vera ragione della tragedia siriana (senza questa illegale fornitura di armi, finite in mano a gruppi violenti quando non jihadisti) i negoziati di pace avrebbero avuto qualche chance. Ma appunto la pace è stata boicottata.

E’ ovvio che il rapporto sarà approvato: perché solo ad aver studiato per mesi e mesi le “notizie” sulla Siria e le falsificazioni circa gli eventi e i responsabili, si può riuscire a contrastarlo. Ma nessuna missione all’Onu può aver compiuto questo lavoro di scavo. E’ poi risultato evidente che le missioni nemmeno hanno letto il rapporto COI. Lo compreranno a scatola chiusa.
Siccome purtroppo noi l’abbiamo faticosamente studiato  (mentre altri nel mondo avrebbero avuto tutti i mezzi per farlo, è toccato a noi), il nostro tentativo è stato di portare a Ginevra (pazienza per le spese, pazienza per il tormento) le nostre osservazioni. A settembre in occasione del precedente rapporto invece di prendere il treno per Ginevra abbiamo mandato per email le osservazioni e poi telefonato.  Ma un contatto diretto con le missioni, sarebbe stato più efficace? Ci abbiamo provato, stavolta.

E’ però difficile avvicinare i delegati dei vari paesi non conoscendone le facce e potendo avvicinarli solo in brevi momenti di pausa nella sala riunioni XX del Consiglio (inoltre gli uscieri non permettono di distribuire documenti dentro la sala stessa). Comunque ecco qui di seguito quel che si è cercato di distribuire, in lingue sparse e approssimative (quasi niente è in italiano per mancanza di tempo, abbiam preferito provare a scrivere subito in altre lingue, l’italiano non serve all’Onu). Il primo documento è un riassunto sintetico, che speriamo domani in extremis di dare ancora a qualcuno prima della discussione. Pare che sia il massimo della lettura alla quale si possa aspirare da parte dei delegati delle varie missioni statali. Gli altri tre sono più dettagliati e si riferiscono il primo alla metodologia, il secondo alla critica alle “notizie” presenti, il terzo alle omissioni.

PRIMO DOCUMENTO. RIASSUNTO (IN SPAGNOLO)
INFORME COI-Siria Fuentes parciales, noticias y denuncias no fidedignas, noticias y denuncias omitidas, contraddiciones........

..............SECONDO DOCUMENTO. OSSERVAZIONI METODOLOGICHE GENERALI (in italiano, inglese, francese spagnolo)
Rapporto COI (18 febbraio 2013). Fonti di parte, notizie e denunce non verificate, notizie e denunce omesse

Osservazioni e commenti da parte della rete No War  (Italia)

Nota.

La Rete No War Roma è formata da attivisti per la pace e ricercatori indipendenti che da anni in modo indipendente e volontario si occupano di “verità contro le guerre”, contrastando  la propaganda di fonti di informazione di parte a tutti i livelli: media, attori non governativi, parti in causa nei conflitti e loro schieramenti.
Il nostro obiettivo, anche nel caso della Siria, è operare affinché le armi – la causa di questa tragedia – tacciano al più presto e vada, come sostiene anche la Commissione Coi, per una soluzione negoziale. La quale viene favorita dal riconoscere le responsabilità delle varie parti, in modo obiettivo, ascoltando tutte le parti (e i loro sostenitori) ed evitando di dar corso a denunce non verificate.
Abbiamo letto l’ultimo rapporto della Commissione, così come facemmo con il precedente (v XXXX link). Ci proponiamo di inviare al più presto a voi e alle missioni presso il Consiglio dei diritti umani un’analisi precisa di diversi punti (quelli per i quali abbiamo elementi di conoscenza elaborati nel corso dei mesi passati). Intanto, però, vi mandiamo alcune osservazioni circa il metodo, le fonti, gli episodi da voi esaminati e le vostre conclusioni.

Le fonti del rapporto

Le vostre fonti sono per vostra stessa ammissione parziali, in parte per cause non dipendenti dalla vostra responsabilità (mancato ingresso nel paese). 1) Interviste. Avete intervistato, come in precedenza da voi indicato (vedi rapporto novembre 2011), “attivisti” dentro e fuori la Siria, appartenenti all’opposizione. Ricordiamo che questi attivisti e i cosiddetti “giornalisti cittadini” si sono resi responsabili di molti episidi di disinformazione e manipolazione. Avete intervistato, nei paesi limitrofi, i rifugiati che hanno lasciato la Siria. In genere essi si schierano con l’opposizione: anche le vittime possono essere di parte o influenzate o “formate” da una delle parti e questo può inficiare la loro testimonianza. Fra di loro membri della Free Syrian Army e loro famiglie. Riteniamo che lo standard della prova non possa ritenersi sufficiente di fronte a narrazioni così parziali. Oppure avreste dovuto intervistare anche membri dell’esercito o dell’amministrazione governativa…
All’interno del paese, avete intervistato persone via skype o al telefono, ma ci domandiamo se non vi siano state segnalate soprattutto da esponenti dell’opposizione. Notiamo anche interviste (forse attraverso giornalisti) a un membro del fronte Al Nusra. 2) Fonti Ong e media. In varie circostanze queste fonti hanno fatto ricorso anch’esse a fonti di parte. 3) Video, mappe ecc. Come indicheremo in seguito, spesso i video rivelano una sola cosa: che ci sono state delle vittime.

Le fonti ignorate dal rapporto

Se la Commissione si fosse rivolta ad altre fonti, avreste ricevuto denunce (di crimini contro l’umanità e crimini di guerra) rivolte all’opposizione armata. Gli stessi media mainstream hanno dovuto riferire di molti casi di presa di scudi umani, occupazione di quartieri, esecuzioni, violenze, massacri, torture ecc. Le testimonianze possono venire da sfollati interni, da gruppi delle minoranze e non solo, da esponenti religiosi anche a livello di base, da esponenti di minoranze etniche o religiose, perfino da oppositori non armati o da oppositori armati delusi. Possiamo fornirvi riferimenti.

Le conclusioni e il doppio standard

Si conclude ovviamente che occorre una soluzione negoziata e non militare al conflitto. Tuttavia, ecco alcune osservazioni. Il vostro rapporto, per via delle fonti, mantiene un doppio standard a favore delle forze armate dell’opposizione e a sfavore delle “forze governative” (esercito nazionale e forze di sicurezza e quelli che chiamate shabbiha e quelli che vengono chiamati in Siria “Comitati popolari”). E’ evidente la tendenza a sminuire gli atti negativi delle prime. Ad esempio, più volte sostenete che gli “attacchi governativi ai civili” fanno parte di una strategia deliberata, mentre lo negate per gli attacchi dell’opposizione.
Troviamo anche inquietanti le osservazioni, nel rapporto, circa la fornitura di appoggio in armi all’opposizione. Non risulta con chiarezza il fatto che questa ingerenza armata aiuta la prosecuzione della guerra e sfavorisce di fatto il negoziato. Inoltre, il rapporto sembra rammaricarsi per il fatto che la fornitura di armi non ha contribuito a unificare i gruppi armati…

Le notizie e denunce non verificate

Indichiamo qui elementi che approfondiremo nei dettagli.
Massacri. Per alcuni degli episodi da voi segnalati, le circostanze e i responsabili non sono accertati e altre fonti capovolgerebbero gli assunti. Inoltre dopo il 15 gennaio si sono verificati massacri oggetto di manipolazione quanto ad attribuzione di responsabilità.
Attacchi indiscriminati. Per alcuni degli episodi da voi segnalati, le circostanze non sono accertate e altre fonti capovolgerebbero gli assunti o sosterrebbero che i gruppi armati hanno fatto ricorso agli scudi umani asserragliandosi in aree civili. Altri racconti non paiono plausibili né sono suffragati da video che dicano qualcosa: si pensi agli “attacchi aerei alle panetterie e alle code per il pane”.  Si nota anche un doppio standard nel riferire, ad esempio, dell’uso di infrastrutture civili da parte di armati.
Altri crimini. Analoghe osservazioni – circa lo scarso fondamento e/o il doppio standard – per le denunce di crimini quali torture, stupri, violenze sui bambini, attacchi a infrastrutture e saccheggi di proprietà civili…

Notizie e denunce omesse

Massacri ignorati. Diversi episodi di uccisione di massa di civili non sono compresi nell’elenco.
Sanzioni. Nel contesto delle osservazioni sulla situazione sociale e umanitaria, ci pare che molto più spazio avrebbe dovuto essere dato all’impatto delle sanzioni internazionali, pur più volte denunciato come concausa di povertà e distruzione della nazione.
Attacchi indiscriminati. Non sono citati diversi casi di presa di scudi umani, uso di ostaggi, occupazione di interi villaggi, distruzione di beni, pur confermati da varie fonti.
Osservazione circa i componenti della Commissione
Facciamo notare che non offre garanzie di obiettività la Commissaria Karen Koning Abuzayd visto il ruolo che ricopre in una organizzazione che è emanazione di regimi implicati nella guerra in Siria, quali .......

L' articolo integrale si può leggere al link

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1334

sabato 8 dicembre 2012

M.Correggia-Facce dietro la crisi globale del clima-Conferenza sul clima a Doha (Qatar)


TERRA TERRA del 07 dicembre 2012

Facce dietro la crisi globale del clima
di Marinella Correggia

Con il solito scontro (sugli obiettivi e sui finanziamenti) fra paesi di vecchia industrializzazione, paesi emergenti e paesi meno avanzati è alle ultime battute la conferenza sul clima in Qatar. La posta in gioco è un nuovo accordo( dopo la scadenza a fine dicembre del Protocollo di Kyoto); lo dovrebbero firmare entro il 2015 tutti i paesi e dovrebbe entrare in vigore entro il 2020.

Intanto i gruppi ambientalisti continuano a fare nomi e cognomi di chi rema contro. Imperi multinazionali e governi.

Ad esempio, come sono messi i paesi della regione araba rispetto agli obblighi- internazionali o morali - di riduzione delle emissioni di gas serra? Male. Da Doha, la sezione di Greenpeace che si occupa del mondo arabo spiega che il Qatar, membro dell'Opec, a parte le facili offerte di contributi finanziari non si è dato alcun obiettivo di riduzione delle sue emissioni che, pro capite, sono le più elevate al mondo (per questo ospitare una conferenza sul clima a Doha è come collocare una banca del sangue nel palazzo di Dracula).

L'emiro si scagiona sostenendo che le sue esportazioni di gas naturale liquefatto aiutano altri paesi a fuoriuscire dal carbone che è ancora più inquinante e climalterante. Il Qatar ha promesso di arrivare a coprire il 18% del fabbisogno interno di energia con il fotovoltaico entro il 2018 e ha annunciato che creerà un proprio centro di ricerche sui cambiamenti climatici (mantenendo ben duecento ricercatori) in collaborazione con il noto Potsdam Institute tedesco. Ma Greenpeace incalza: ci si aspetta ben di più dal paese che oltretutto ha il Pil pro capite più elevato al mondo.

Troppo poco solari, queste ricche nazioni del Golfo, anche per il Programma Onu per lo sviluppo. Eppure dovrebbero dare l'esempio. Anche l'Arabia Saudita, principale produttore dell'Opec, non ha indicato alcun obiettivo di riduzione, pur avendo dichiarato possibili investimenti nel solare, nell'efficienza energetica nella diversificazione dell'economia (monocoltura petrolifera; e si stenta a capire come potrebbero essere altro). I sauditi comunque sono fermi nella loro convinzione che il mondo dipenderà dai combustibili fossili ancora per decenni ma che accorgimenti tecnologici possono aiutare a tamponare le conseguenze negative. Per questo, Riyad punta sulla geoingegneria e per esempio sulla cattura e stoccaggio del carbonio, metodo che sta già applicando nel più grande campo di petrolio al mondo, a Ghawar. Ma è tutto discrezionale. Abbastanza paradossalmente le monarchie petrolifere non fanno parte del gruppo di paesi che il Protocollo di Kyoto obbliga a riduzioni.

Altri paesi del mondo arabo - Medio Oriente e Nordafrica - si trovano più nei panni di vittima che di carnefice. Saranno infatti interessati da fenomeno come una riduzione delle piogge, temperature sempre più elevate, innalzamento dei mari secondo un altro rapporto della Banca mondiale pubblicato diffuso mercoledì a Doha. L'agricoltura subirà gravi colpi, in paesi come la Tunisia e lo Yemen fra gli altri. Anche i flussi turistici si ridurranno a causa del caldo sempre più caldo (un quarto delle temperature record del 2010 è stato registrato nella regione).

Intanto Faces Behind a Global Crisis, un rapporto del gruppo statunitense International Forum on Globalization sostiene che le impasse presenti anche a Doha sono il risultato della potente lobby degli interessi petrolieri e punta il dito sui fratelli Charles e David Koch. Chi sono costoro? Sono i miliardari più ricchi del mondo, un impero da 80 miliardi di dollari. Hanno convinto le altre compagnie petrolifere - compresa Exxon - a minare la normativa Usa sul clima. Lunga vita ai sussidi fossili e all'estrazione di scisti bituminosi.

Insieme ad altri 50 ricconi del mondo, i Koch sono individuati come eminenze grigie anzi nero carbone.

www.ilmanifesto.it

martedì 29 maggio 2012

M.Correggia-Sei domande sul massacro di Hulè (Siria)


SEI domande da farsi sul massacro di Hulé (Siria) o meglio sui colpevoli del massacro degli innocenti


L’opposizione siriana ripresa dai media sostiene che l’esercito ha usato artiglieria pesante contro il villaggio dopo una aver sparato su una manifestazione pacifica, e che in seguito degli assassini filo-Assad sarebbero andati nelle case a uccidere i bambini. Fra le tante domande, queste cinque si riferiscono a contraddizioni che inficerebbero la narrazione dei media internazionali e dell’opposizione siriana.

SEI DOMANDE

1. Cui prodest? A chi giova un simile massacro? Quale risultato ha avuto a livello internazionale? E’ evidentissimo.

2. I media dicono che l'Onu accusa il governo siriano. Ma il generale Robert Mood capo degli osservatori Onu non l'ha fatto. E Navi Pillai, commissario oNU per i diritti umani, condanna il governo ma - come risulta perfino nel comunicato! . lo fa sulla basi di “unconfirmed news” (notizie non confermate) a proposito appunto degli assassini recatisi casa per casa.

3. I terribili video che circolano su youtube  http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=7B2_iY9ALpg&feature=endscreen  e  http://www.youtube.com/watch?NR=1&v=bLab9mIl750&feature=endscreen&skipcontrinter=1  mostrano i bambini ammassati in diverse ambientazioni, case o moschee. Dove sono stati trovati i bambini? Chi li ha trovati? Perché assassini mandati dal governo avrebbero dovuto lasciarli alla vista di tutti e degli osservatori?

4. Questo video http://www.youtube.com/watch?v=-DhJoeorfDY&feature=related mostra bambini morti, alcuni con i polsi legati, e la didascalia è “hanno legato le mani ai bambini prima di ucciderli”. Ma non è incredibile che un assassino si metta a legare le mani dei bambini prima di ucciderli in massa. Dunque le mani sono state legate dopo. Dunque c’è una componente di messinscena.

5. L’opposizione parla di bombardamenti. Ma nessun morto (bambini e adulti) sembra essere stato ucciso in tal modo: tutti mostrano di essere stati uccisi da breve distanza, uno per uno, non nel crollo di case o colpiti da armi pesanti. Non c’è polvere, non ci sono disintegrazioni di corpi, né macerie.

6. Non ci sono del resto video di bombardamenti governativi su Hulé. Né ci sono video – mi pare - di persone uccise nelle strade. C’è un video (arriva digitando “Hula massacre” su Google) che mostra uomini che corrono via nelle strade dopo rumori di spari, mentre qualcuno rimane a giacere per terra e viene poi portato via. Ma si vendono delle bandiere nazionali (rosse bianche nere), non dell’opposizione…Dove è stato girato e a chi si riferisce?  http://www.youtube.com/watch?v=o84kc_Y1Gfo

A questo link una intervista alla tv russa Rt di Marinella Correggia
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=327

domenica 6 maggio 2012

M.Correggia - Addounia, tivu' siriana contro la disinformazione


5 maggio 2012
Reportage dalla Siria .8 Addounia, tivù siriana contro la disinformazione

di Marinella Correggia


Prima della tempesta arrivata a scuotere la Sirianel marzo 2011, la tivù privata Addounia (“mondo”) si occupava poco di politica e molto di soap opera all’araba come di altre specialità da tivù commerciale. Non era neanche tanto ben vista dal governo perché dava spesso voce al malcontento dei cittadini sulla situazione economica e sulla corruzione.

Poi è arrivato l’attacco (anche) mediatico internazionale alla Siria, sotto forma di una disinformazione che ha raggiunto picchi inusitati, superando perfino in quantità e qualità le mistificazioni che hanno reso possibile la guerra alla Libia nel 2011.

E Addounia ha sentito di dover fare la sua parte, in Siria. La crisi le ha imposto di cambiare. Adesso è in prima linea perché ogni giorno oltre alle news (alle quali viene dato molto più spazio che in passato) cura un programma contro la disinformazione dei grandi media. In particolare al-Jazeera.

Addounia trasmette solo in arabo, e in più è stata oscurata in Europa (a proposito di libertà di informazione). Ma “ci interessa raggiungere appunto i telespettatori arabi e quelli siriani in particolare. Anche loro sono intossicati” dice il direttore dell’informazione Hassem Hassan. Intossicati da al-Jazeera, al-Arabiya e dalle centinaia di tivù pagate dai petromonarchi, soprattutto dall’Arabia Saudita quanto ai canali religiosi. Hassan (originario di Homs) chiede di non essere fotografato perché è già pluriminacciato (e un giorno mentre seguivamo gli osservatori dell’Onu qualcuno si è avvicinato alla troupe per dire ‘ vi bruceremo con la benzina’”. E puntualizza: Non siamo il megafono di nessuno. Cerchiamo la verità a prescindere dalle posizioni politiche. E personalmente voglio che la pace ritorni e questa crisi sia superata. E chi vuole la pace deve riconoscere che a offrire continuamente il dialogo è appunto il governo in carica e il presidente”. Il direttore è indignato perché i media del mondo (arabo e non) non danno alcuna visibilità alla maggioranza (almeno secondo lui) dei siriani che non stanno con l’opposizione armata.

Come funziona la controinformazione di Addounia?

Spiega il direttore: “Usiamo vari strumenti. Intanto rapporti giornalieri dal terreno. I nostri reporter vanno dove accadono eventi riferibili alla “repressione” o alla “sollevazione popolare” e intervistano le persone, ad esempio i testimoni o le famiglie dei morti. E si accorgono che i fatti sono andati in modo ben diverso dalla narrazione internazionale dei media sostenuti dall’occidente o dai petromonarchi”. La narrazione mondiale ufficiale che viene da un sedicente osservatorio siriano basato a Coventry dice che Assad ha ucciso novemila o undicimila persone, “ma noi abbiamo migliaia di storie che dicono altro. Certo tutto non si può provare ma molto abbiamo confutato investigando sul posto. Del resto non di rado sono i cittadini che chiamano la tivù piangendo; sono le vittime della paura o degli attacchi e chiedono più esercito! Molti uccisi lo sono solo perché lavorano nell’amministrazione pubblica. O perché appartengono a un gruppo religioso odiato. E’ questa la libertà e democrazia di cui parlano?”. Poi ci sono gli attentati. “Una delle tante esplosioni per uccidere soldati e forse dell’ordine è avvenuta vicino a una scuola e solo per via dell’orario non c’è stata una carneficina di bambini”.

Addounia oltre ad andare sul posto fa un lavoro certosino di studio dei filmati che sedicenti “attivisti” mandano alle tivù mondiali. E se ne vedono delle belle: “ci accorgiamo spesso che sono manipolazioni, scene costruite, con l’attivista che si mette d’accordo prima con la tivù su che cosa dire”. In altri casi gli “attivisti” si vestono da medici, mentre in altri spezzoni appaiono armati…eccetera.

Un altro strumento di contrasto alla disinformazione è la valorizzazione di notizie oscurate dagli altri media. Per esempio i morti per mano di terroristi, o il fatto che centinaia di armati si consegnano alla polizia incambio dell’amnistia, o che si svolgano manifestazioni a sostegno del governo.

L’archivio di Addounia è ormai nutrito.

“A volte sono stato io testimone degli eventi”, continua il direttore; “Faccio il caso di Homs, un week end di aprile del 2011, dopo le proteste a Deraa dove tutto è iniziato. Su facebook appare un richiamo per protestare appunto a Homs. Io sono in macchina vicino alla Piazza dell’orologio. Mentre ancora la preghiera nelle moschee è in corso, all’improvviso circa cinquanta persone si raggruppano per gridare slogan settari coperti da slogan politici. Le forze di sicurezza sono lì intorno; uno solo di loro avanza e senza armi e dice “non rovinate il paese”. Loro rispondono “è pacifica, è pacifica”. Ma migliaia di persone quando escono dalle moschee si dirigono verso la piazza. Nel farlo (da una distanza di 500 e 1.000 metri) distruggono auto e vetrine. Le forze di sicurezza guardano. Poi dalla manifestazione che si diceva “pacifica” esce un gruppo di dici persone. Va al ‘ristorante degli ufficiali’, che comunque è un normale ristorante, che non ha allora clienti ma solo le guardie e un cameriere; distrugge il locale e soprattutto uccide una delle guardie. La polizia arresta delle persone ma, credo, non gli assassini. Ecco la prima manifestazione a Homs. Programmata e con violenza”.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=296

mercoledì 2 maggio 2012

M.Correggia-Iracheni e Siriani, voci che nessuno ascolta


Reportage dalla Siria .6
Iracheni e siriani, voci che nessuno ascolta


2 maggio 2012
di Marinella Correggia


Jbab e Damasco

“Peggio dei terremoti e delle tempeste è l’odio settario. Per la nostra religione è un peccato gravissimo. Chi uccide una singola persona è come se uccidesse l’umanità intera, dice il Corano. Eppure le potenze esterne hanno fatto in modo di alimentare il settarismo violento anche in Siria”. Il maestro Ali è un musulmano praticante e sunnita che vive nel grosso paese di Jbab, governatorato di Deraa (considerato roccaforte dell’opposizione al governo), a 40 minuti di pulman da Damasco, fra uliveti vecchi e nuovi (la Siria è fra i primi produttori al mondo) e campi di grano. A Jbab “riciclano” le grosse scure pietre di basalto per costruire le case nuove; la sua, Ali l’ha costruita da sé e con spontanei criteri di bioarchitettura. Dopo un tè e un caffè, si congeda insieme alla moglie (che non parla), precisando che a Jdab non ci sono problemi e che quando è andato a Deraa a prendere lo stipendio ha trovato tutto calmo.

Iracheni erranti

A Damasco, nel quartiere di Jaramana, la sera gli iracheni (uomini) si ritrovano a giocare a scacchi e bere tè sotto una grande tenda arredata, allestita due anni fa da uno di loro. La Siria ha ospitato e ospita oltre a palestinesi e libanesi un numero incredibile di iracheni scappati dopo la guerra di Bush del 2003 con il caos e il conflitto settario che ne sono seguiti. Secondo l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), il numero (fluttuante) di iracheni rifugiati in Siria è di oltre 1.100.000 persone più 300mila prive di status. Sono una parte sono registrati. Damasco ha sempre concesso permessi di soggiorno rinnovabili ma questa enormità di rifugiati è un peso sociale enorme. Ha aumentato i prezzi degli affitti e delle case, ha portato fenomeni di delinquenza, disagio, prostituzione.

A parte gli aiuti alimentari forniti dall’Unhcr, l’assistenza sanitaria gratuita delle strutture siriane e della Red Crescent siriana, la scuola pure gratuita (ma molti bambini iracheni non ci vanno e lavorano), gli iracheni teoricamente non possono lavorare; comunque l’occupazione al nero è tollerata. Come vedono la tragedia siriana? Saad (di Baghdad, quartiere Qarrada) gestisce un lavanderia: “Siamo scappati in Siria perché qui era più facile essere accolti, la vita costava poco, eravamo vicini al nostro paese e le tradizioni sono simili. Ma adesso temiamo un intervento armato esterno anche qua ad appoggiare i gruppi di terroristi fanatici come quelli che ci hanno fatti partire dall’Iraq. Volete bruciare la Siria con tutti i suoi abitanti? Molti iracheni stanno cercando di andar via. C’è anche una politica per farne andare un po’ in Turchia a gonfiare le cifre sui rifugiati dalla Siria”.

Sotto la tenda-bar, il signor Abdel Fatteh spiega che a causa delle sanzioni bancarie è adesso difficile ricevere la pensione dall’Iraq. “Sono venuto qua nel 2006 con mia moglie e tre figli per il pericolo di attentati, le violenze settarie, i rapimenti…Adesso rivedo tutto qui”. Majid, che a Baghdad viveva ad Adamyia, è arrivato nel 2007 con moglie e cinque figli dopo che altri tre gli sono stati uccisi; uno dopo un rapimento, e due gemelle in un’esplosione in città. Lavora come piccolo commerciante ma la crisi della Siria ha danneggiato tutti, e gli aiuti internazionali ai rifugiati sono pochissima cosa. Ha fatto l’intervista per trasferirsi…negli Stati Uniti.

La loro storia da Homs

Rimarrà a Homs e non tornerà nel paese dell’Est europeo che ha lasciato 29 anni fa con il marito siriano la signora M. Attualmente in visita a Damasco, chiede di non precisare né il suo paese d’origine né il quartiere di Homs in cui vive perché “credo di essere una delle pochissime straniere ancora lì e rischio”. Torna spesso a casa e anche là c’è disinformazione sulla Siria. Ecco la sua versione dell’”assedio a Homs”: “Il quartiere dove vivo – misto, con sunniti come è mio marito, alaouiti, cristiani – è circondato su tre lati da quartieri che si erano riempiti di gruppi armati, soprattutto Khalidyia. Noi chiedevamo più presenza dell’esercito, perché era rischioso uscire dal quartiere, mia figlia non è più andata all’università, tanti non andavano al lavoro. Per poter viaggiare fuori Homs hanno riattivato la vecchia stazione delle corriere, in una zona tranquilla. Nel quartiere c’era un grande rischio per via dei cecchini, mio marito un giorno ha soccorso una donna colpita di striscio in strada”.

Ma dicono che sono tiratori del regime…”Ci sono diversi video in cui i terroristi rivendicano le loro azioni – anche decapitazioni, impiccagioni – e le mostrano anche”. Ma a febbraio l’esercito ha bombardato Homs e Khalidya uccidendo civili? “Certo c’è stata battaglia – non si poteva lasciare un’intera area nelle loro mani – e molte cose sono distrutte. Da Baba Amr e Khalidyia i civili se ne erano andati quasi tutti. Ma i terroristi avevano preso ostaggi, scudi umani che una volta liberati hanno raccontato la loro storia”. Parla di molte ragazze che adesso si velano per sicurezza. Parla di un medico bulgaro nel cui ambulatorio i “terroristi portavano i feriti. E’ tornato in patria, si sentiva preso fra i due fuochi”. Afferma che “ritirandosi da Baba Amr i terroristi hanno preso possesso di Hamidya – quartiere con molti cristiani che non stanno da nessuna delle due parti e che sono scappati – rubando e saccheggiando. Conclude che “è ancora possibile la pace e la riconciliazione, ma devono smettere di mandare armi e soldi in Siria”.

Gaith (“Pioggia”) è studente alla facoltà di odontoiatria a Damasco e va a Homs tutti i mesi a trovare la famiglia abitante nel quartiere Al Zahra. Ecco la sua versione. “I terroristi si erano insediati nei quartieri di Baba Amr e Khalidya (che è vicino ad Al Zahra) e volevano fare di quelle aree un’altra Bengasi, anzi forse un altro Afghanistan islamico.

Volevano occupare tutta Homs forse. Intanto il mio quartiere era quasi accerchiato, era pericoloso uscire per andare a lavorare altrove; si rischiavano rapimenti, uccisioni di alaouiti, cristiani, e sunniti che non stavano con i terroristi. Da Khalidya e Bara Amr arrivavano a Zahra e Akrama attacchi come quello che ha ucciso il giornalista francese (Gilles Jacquier, ad Akrama, ndr). No, non so dire da dove vengono i terroristi; mi dicono che ci sono prove di tante presenze di stranieri”. Come mai in febbraio è arrivato l’esercito ad accerchiare Baba Amr? Prima di febbraio l’esercito non c’era a Homs, c’era solo la polizia. Il governo aveva mandato in quei quartieri dei religiosi per negoziare ma non hanno voluto. Allora è arrivato l’esercito”. I media dicono che l’esercito ha ucciso tanti civili a Homs…”Forse dei civili sono morti fra i due fuochi. Ma tanti uccisi non erano civili, erano ben armati”. E la strage di Karm Zeitoun, tutti quei morti che abbiamo visto negli orribili video diffusi in marzo? “Sono stati i terroristi. L’hanno detto anche i parenti sopravvissuti”. Com’è adesso la situazione a Homs? “Rimangono gruppi armati a Baba Amr e Khalidya”. Cosa pensi della Free Syrian Army? “Sono islamisti, non rivoluzionari”.

Zabadani

Ed ecco Samir, studente di Zabadani, un luogo di turismo montano per i damasceni, verso i confini con il Libano, dove fiorisce il contrabbando di armi e combattenti. “Di Zabadani si è parlato poco perché il clou degli scontri è stato contemporaneo a quello di Homs, a febbraio. Mesi prima erano iniziate proteste e c’erano stati alcuni…incidenti ma poi rapidamente si sono visti per le strade sempre più uomini armati. “Per proteggerci”, dicevano. Attaccavano i check points.

L’esercito non è intervenuto finché non è diventato evidente che gli armati erano oltre mille e volevano creare un’area ‘liberata’. Alcune famiglie che erano contro il governo dicevano anche ‘non siamo soli’ e forse si riferivano a combattenti di altri paesi. Se a febbraio l’esercito ha avuto bisogno di settimane per riguadagnare il controllo dell’area vuol dire che si opponeva a combattenti professionisti e armi sofisticate. Molti abitanti sono fuggiti dagli scontri, noi siamo rimasti ma tappati in casa e senza luce né telefono. Poi a Zabadani si è avviato il negoziato, attraverso alcune famiglie importanti e si è raggiunto un cessate il fuoco, il primo caso nel paese. Parte degli armati sono andati altrove, altri erano stati arrestati o uccisi, altri hanno deposto le armi”.

Marinella Correggia
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=285

lunedì 30 aprile 2012

M.Correggia-Nella Damasco degli attentati - Reportage dalla Siria n.4

Reportage dalla Siria .4 – Nella Damasco degli attentati


29 aprile 2012
NELLA DAMASCO DEGLI ATTENTATI

Marinella Correggia

Mentre la Reuters continua a inserire ovunque – per universale circolazione- la frase magica “L’Onu dice che Assad ha ucciso novemila persone” (l’Onu in realtà – pur attingendo solo a fonti dell’opposizione – parla di “novemila vittime nelle violenze e negli scontri”), gli abitanti di Damasco cercano di non pensare troppo al pericolo di altre attentati suicidi come quello che ha fatto una strage nel quartiere di Maidan, il 27 aprile. Così, sembra una città normale mentre si passeggia di sera al “mercato dei poltroni” (così chiamato perché i banchi vendono anche ortaggi già tagliati e pronti all’uso, una specie di quarta gamma sfusa e a buon prezzo).

Mina, egiziano

Nella “chiesa più antica del mondo”, quella di Anania (ridiede la vista e battezzò Saulo di Tarso) il custode egiziano copto spiega che le circa cento famiglie di suoi connazionali sono tutte tornate in patria: soprattutto perché i ristoranti dove erano impiegati lavorano molto meno. “Dal Cairo mia sorella mi telefona inquieta” spiega il signor Mina, “il dominio dei Fratelli musulmani si sente, altro che rivoluzione”. Ma hanno votato, gli egiziani…”Mi dirai che sono stati comprati. Sono corsi fiumi di soldi – esteri – per indirizzare questo voto, hanno sfruttato la debolezza, la povertà delle persone”. Nella Chiesa ogni sera il sacerdote Idlib (che ha vissuto a Roma e parla italiano) guida un gruppo di meditazione per la pace in Siria: “Ieri abbiamo detto rosari per tre ore. Siamo confidenti…”. Anche lui ce l’ha con le bugie e la propaganda internazionali e con “questi mafiosi” (i gruppi armati e islamisti) che “obbligano le persone a scappare dalle loro case, terrorizzano, uccidono”. Nella tranquillità di questa chiesa, Mina ascolta quel che le tivù del paese dicono.

Gaith, di Homs

Un racconto più diretto, su Homs, viene da Gaith (“Pioggia”), studente alla facoltà di odontoiatria che va a Homs tutti i mesi a trovare la famiglia abitante nel quartiere Al Zahra. Ecco la sua verità. “I terroristi si erano insediati nei quartieri di Baba Amr e Khalidya (che è vicino ad Al Zahra) e volevano fare di quelle aree un’altra Bengasi, anzi forse un altro Afghanistan islamico. Volevano occupare tutta Homs forse. Intanto il mio quartiere era quasi accerchiato, era pericoloso uscire per andare a lavorare altrove; si rischiavano rapimenti, uccisioni di alaouiti, cristiani, e sunniti che non stavano con i terroristi. Da Khalidya e Bara Amr arrivavano a Zahra e Akrama attacchi come quello che ha ucciso il giornalista francese (Gilles Jacquier, ad Akrama, ndr). No, non so dire da dove vengono i terroristi; mi dicono che ci sono prove di tante presenze di stranieri”. Come mai in febbraio è arrivato l’esercito ad accerchiare Baba Amr? Prima di febbraio l’esercito non c’era a Homs, c’era solo la polizia. Il governo aveva mandato in quei quartieri dei religiosi per negoziare ma non hanno voluto. Allora per proteggere i civili è arrivato l’esercito, a febbraio. Da Baba Amr se ne sono andati quasi tutti i civili che non fanno la guerra. Questi ultimi hanno distrutto o saccheggiato tante case”. I media dicono che l’esercito ha ucciso tanti civili a Homs…”Forse dei civili sono morti fra i due fuochi. Ma tanti uccisi non erano civili, erano ben armati”.

E la strage di Karm Zeitoun, tutti quei morti che abbiamo visto negli orribili video diffusi in marzo? “Sono stati i terroristi. L’hanno detto anche i parenti sopravvissuti”.

Ma all’inizio della crisi le manifestazioni erano pacifiche e sono state represse? “Io in marzo 2011 ho visto ala tivù Addounya una manifestazione a Nazihine, vicino a Karm Zeitoun, ho riconosciuto la zona. Ebbene c’erano persone armate. All’inizio sparavano in aria. E ad aprile a Idlib hanno iniziato a uccidere la polizia. Certi video mostravano anche cecchini dall’alto delle case”.

Com’è la situazione a Homs? “Adesso rimangono gruppi armati a Baba Amr e Khalidya”. Cosa pensi della Free Syrian Army? “Che non è vero che sono soprattutto disertori dell’esercito e civili. Sono islamisti, non rivoluzionari. Questa è la rivoluzione? Uccidere? Sono Fratelli musulmani come quelli che hanno vinto in Egitto. E sono ben armati dall’esterno, dai cosiddetti amici della Siria”. All’università hai compagni che sono con l’opposizione? “Sì, ad esempio alcuni di Idlib ma loro non vogliono discutere, e dicono che uccidere i soldati è giusto. E’ meglio l’opposizione non armata, che vuole una Siria unita e in pace”. Appello: “Chiediamo al governo italiano di non stare con chi protegge i terroristi. Ma solo Cina e Russia vogliono il dialogo e non la guerra in Siria”.



Sguardi latinoamericani

Non solo Russia e Cina, per la verità. Le posizioni dei paesi dell’America Latina tanto amati dalla “sinistra” occidentale non sono da questa prese in alcuna considerazione quando si ha a che fare con la Libia e la Siria. Cuba ha di nuovo chiesto all’Onu una commissione di inchiesta sui bombardamenti Nato in Libia e ha denunciato la guerra mediatica contro la Siria. Una narrazione alla quale Martin Hatchoun, inviato cubano di Prensa Latina, in Siria da sei mesi, non crede.

Martin racconta alcuni episodi che danno l’idea della grande confusione. Anche terminologica: “Gli oppositori sono sempre chiamati attivisti per i diritti; e anche se sono armatissimi sono sempre messi nella categoria dei civili”.

Le bugie sono di tutti i tipi e contano sul fatto che una volta dette, rimangono depositate e vai a smentirle. “Nel quartiere Mezzeh nel quale abitavo, un’operazione molto precisa delle forze di polizia contro un appartamento che ospitava cellule armate e che è stato l’unico danneggiato dalle sparatorie, è diventata sui media internazionali – primo lancio la Reuters – una manifestazione repressa nel sangue. Massacri come quello di Karm Zeitoun a Homs per i quali si è incolpato l’esercito, quando questo si è rivelato falso, la notizia non è però circolata”. Oppure “Al Jazeera intervista un “osservatore dell’Onu” il quale spiega della grande crudeltà del regime; poi la stessa Lega Araba smentisce il ruolo dell’uomo, ma chi se ne accorge?”.

Un caso che ha colpito molto i media è stata la piccola Afef, pochi mesi: secondo l’opposizione e molti media era morta in carcere per le torture. “Solo che la madre, di Homs, ha spiegato pubblicamente che la bambina era in ospedale ed è morta di malattia e ha mostrato il certificato medico”. Un altro è stato Suri, otto anni: piccola vittima dei miliziani di Assad con scandalo internazionale? Così pareva, “e invece la madre nel video urlava disperata che se lì ci fosse stato l’esercito il bambino sarebbe ancora vivo”.

E le foto dell’Afghanistan spacciate per siriane. E il video dei maltrattamenti di presunti prigionieri, che in realtà si riferiva al Libano del 2008. E il giorno del referendum, “che io ho visto tranquillo ma la Bbc per il mondo latino parlava- come se fosse stata qui – di bombardamenti dell’esercito con morti”.

Cinecittà mediorientale: “Un siriano all’inizio della crisi sta con l’opposizione e scappa in Turchia dove però vede approntata una specie di fabbrica del falso nel Centro per i media; tornato in Siria ha raccontato tutto”.

Martin conclude dicendo che, “se senti la gente nelle strade, al contrario di quel che si dice nel mondo dei media, tutti vogliono che l’esercito agisca con più decisione, la faccia finita con i gruppi armati”.

Che ci sia dietro una “conspiracion” è evidente ai latinoamericani che hanno partecipato alla delegazione in Siria del World Peace Council (Wpc) e della World Federation of Democratic Youth (Wfdy), su invito dell’Unione nazionale degli studenti (Nuss) con 29 delegati da 24 paesi (Cuba, Venezuela, Sudafrica, India, Nepal, Russia, Belgio, Italia, ecc.). Socorro Gomes, presidente brasiliana del Wpc, riassume in “Nato, basi militari americane nel mondo, ingerenza destabilizzante“ gli strumenti militar-umanitari da combattere. Per il deputato comunista venezuelano Jul Jabrul, la missione in Siria era di solidarietà più che di accertamento dei fatti perché “non abbiamo bisogno di riprove per capire che è in atto una cospirazione armata, e una guerra mediatica”. Insomma non solo non credono ai media ma ritengono che il “fronte siriano” sia cruciale nella lotta antimperialista. (Come ha riassunto un delegato portoghese: “Non è necessario chela Siria sia un paradiso, per ritenerla cruciale nella lotta antiimperialista. Ulteriore riassunto: “Deve essere il popolo del paese a decidere, non le potenze internazionali e i loro alleati petromonarchici”.

Marinella Correggia

M.Correggia-Fra sanzioni, autossufficienza e critiche alle politiche di mercato- Reportage dalla Siria n.5

30 aprile 2012

Reportage dalla Siria .5 – Fra sanzioni, autosufficienza e critiche alle politiche di mercato
di Marinella Correggia

Era l’una di notte fra domenica e lunedì quando chi ancora camminava nel fresco delle vie centrali di Damasco (qui chiamata Cham) ha sentito prima un colpo sordo come di granata, poi diverse raffiche. Anche a poche strade di distanza nessuno si è scomposto. C’è stato anche un attacco cn Rpg alla polizia vicino all’opedale ibn al Nafis. Ieri mattina un funzionario della tivù Addounia è stato testimone dell’attacco mortale a un’auto delle forze dell’ordine sulla strada dell’aeroporto.

Per il resto, tutto pare normale in città. I mercati e i chioschi sono pieni di legumi, ortaggi, frutta e menù che fanno della città una pacchia per i vegetariani. Damasco non mostra segni di penuria, mentre nelle province colpite dalla crisi e dal fenomeno degli sfollati,la Mezzaluna Rossaela Crocerossa internazionale hanno dovuto portare aiuti.

I pulman e pulmini sono molto economici – anche rispetto ai salari siriani – e quelli notturni continuano a viaggiare, con l’eccezione di zone periferiche più problematiche. Ma padrone della strada sono le automobili, molte delle quali importate di recente, grazie a (o meglio a causa della) liberalizzazione dell’import; però il gasolio, il carburante più economico , sovvenzionato, è di cattiva qualità e così l’aria è molto inquinata, spiega Qasem, esperto di “protezione dei consumatori” e giornalista del quotidiano Al Thawra (“rivoluzione”, statale).

Il signor Ezzeh Mohamed è l’unico, fra i candidati “indipendenti” dai partiti, a saggiamente elencare sul suo manifesto elettorale un piccolo programma in sei semplici punti. Fra i quali la sempreverde “lotta alla corruzione” ma anche “rilanciare l’economia nazionale”. Che la grave crisi politica e umana del paese non aiuta di certo. Anche se, dice sempre Qasem, “alle sanzioni internazionali o statunitensi siamo abituati da sempre e possiamo resistere; godiamo di autosufficienza alimentare- con riserve di grano - e abbiamo diverse industrie”. L’università continua a costare pochi dollari all’anno.

Certo il settore turistico è in forte crisi. “Non arriva più nessuno” si lamenta il venditore di ceramiche e argenti vicino a una delle porte della città, a Bab Tuma. Stava imparando l’italiano al Centro culturale “ma l’hanno chiuso. L’insegnante voleva restare. Ma il mondo tratta tutti i siriani come appestati”. Cento famiglie egiziane sono tornate a casa per la crisi dei ristoranti nei quali lavoravano. L’unico rimasto è forse Mina, custode copto della chiesa di Anania, la più antica del mondo. “Dal Cairo mia sorella mi telefona inquieta” spiega Mina, “il dominio dei Fratelli musulmani si sente, altro che rivoluzione”. Ma hanno votato, gli egiziani…”Fiumi di soldi – esteri – sono corsi per indirizzare questo voto, sfruttando la povertà e la religione”. In tanti tengono a precisare chela Siriaè rimasta ormai l’unico stato laico del Mondo arabo.

Critici verso le politiche di apertura al mercato i due partiti comunisti presenti in parlamento. “Gli ultimi sei anni hanno resola Siriapiù debole; le politiche neoliberiste, definite ‘economia sociale di mercato’ hanno creato il terreno per questa che io chiamo controrivoluzione; abbiamo cercato di contrastarle ma siamo pochi in Parlamento” ha detto giorni fa Ammar Baghdash, storico segretario del Partito comunista siriano; “essenziale in questo il ruolo dei reazionari del Golfo. Noi chiediamo che si torni al ruolo dello stato nell’economia, anche per contrastare i monopoli mondiali. Quando le richieste dei lavoratori sono state soddisfatte,la Siriaè diventata più forte”. Ossama Al Maghout della Unione giovanile comunista dice che i militanti hanno cercato di avere un ruolo di mediazione rispetto a chi si è unito alla protesta per ragioni economiche, in certe province. Sostiene che molti – per esempio fra gli agricoltori, che hanno subito anni di siccità e la riduzione dei sussidi – hanno cambiato di fronte alle violenze dell’opposizione armata. Quanto al partito, “siamo all’opposizione nella politica interna economica della Siria, mentre la politica estera la condividiamo completamente”.

Analoga diagnosi da parte del Partito comunista siriano- Unificato, per il quale non è in atto una rivoluzione ma un attacco violento sostenuto da potenze straniere ben poco progressiste, dal Qatar agli Usa, che sfruttano gli errori commessi dal governo.

Ma è vero che tanti poveri sono con l’opposizione? I contadini ad esempio? Nell’ambito del partito comunista unificato, il giovane Salam, di madre russa (“in russo pace e mondi si dicono allo stesso modo: mir”; utile informazione!), tira in ballo il fattore religioso: “Quando siamo andati a raccogliere le olive per finanziare il partito, anche noi atei pregavamo per ché la pioggia non ci impedisse di lavorare. I contadini sono più dipendenti dal cielo, dall’alto. La religione ha forse più presa su di loro”.

Marinella Correggia

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sabato 28 aprile 2012

M.Correggia-Giornata a Lattakia-Reportage dalla Siria n.2


25 aprile 2012
Reportage dalla Siria .2 – Giornata a Lattakia
di Marinella Correggia

Così è la guerra. Il giorno in cui a Damasco scoppiava una bomba vicino all’ambasciata iraniana, in cui Kofi Annan lamentava la ripresa delle violenze, in cui Obama dichiarava nuove sanzioni controla Siria, l’Iran e “chi li sostiene nell’uso delle tecnologie per colpire i civili”, e in cui l’opposizione al governo denunciava attacchi dell’esercito a Homs e Hama, la delegazione internazionale (“per la pace e l’accertamento dei fatti”) del World Peace Council e della Federazione mondiale della gioventù democratica, con persone da 24 paesi (da Cuba al Sudafrica, da Russia a Mozambico, da Venezuela a Italia ecc) si trovava nella tranquilla città marina di Lattakia, dove solo l’assenza di turisti faceva pensare a qualcosa di strano. Costa mediterranea, verde, con oliveti, agrumeti. Città con palazzi chiari, mai molto alti.

All’università i docenti si dilungano sulla gratuità degli studi universitari, che costano circa 12 euro l’anno, più le cure mediche gratuite. (e a proposito di stranezze: abbiamo sentito bene ieri?La Sirianon ha debito estero?)

Nel pomeriggio non ci sono tanti studenti all’università. Ma parliamo con alcuni. Cosa succede qui, i media dicono che i giovani siriani protestano e il governo li uccide…Risponde Ali che studia architettura: “Sì…i media – lo sappiamo – dicono che a Lattakia ci sono i carri armati. Dove sono? Avete attraversato la città, no? E dove sono i morti?”. Basma (l’unica ragazza velata che vediamo) conferma. La stessa domanda rivolta al professore Mohammad Moulla della facoltà di Agricoltura ottiene questa risposta: “Ci sono disoccupati che vengono pagati per protestare. Poi certo ci sono difficoltà economiche e con la crisi c’è chi è insoddisfatto, come ovunque credo”.

Passeggiata nel centro della bianca città costiera. Curiosamente solo donne ci fermano. Una tedesca che da 40 anni in Siria gestisce una caffetteria. Suggerisce di andare “al mercato del pesce, non rimanete solo qua in queste strade più benestanti”. Poi dice che agricoltori di sua conoscenza non hanno più il coraggio di andare in campagna per paura di essere rapiti, dopo diversi casi del genere.

Diversi striscioni con le faccione di aspiranti politici; il 7 maggio si vota, con nuovi partiti. Ma gli striscioni non portano i nomi dei partiti, solo quelli dei candidati e magari la loro area. Un esponente del partito comunista ci spiegherà poi che loro sono gli unici a mettere anche il nome e simbolo del partito e il programma, gli altri puntano alla rete di conoscenze territoriali e familiari. Non è chiaro lo stesso.

Vediamo alcune mendicanti, ma non più di una via italiana. Venditori di lotteria, ma non più che in Italia. Poco più in là la signora Nadia ci ferma per dire alla delegata russa “grazie Russia” (per il veto) e agli altri “basta creare problemi e morti in Siria”. Mostra anche un apparecchio che porta sulla pancia, dice che costa tanto eppure l’ha ottenuto gratis. Cento metri più avanti due altre donne incuriosite. Una parla inglese, l’0altra francese. L’anglofona è Jola (“il nome dell’imperatrice Giulia”), dunque cristiana, economista casalinga. Dice che “il punto non sono le elezioni, non adesso almeno. Del resto voi in Italia come state dopo Berlusconi? Il punto è che se finiscono le interferenze esterne di tutti questi paesi, finisce subito tutto e si potrà negoziare. Ma non vedete che a causa della distrazione di noi mediterranei, stanno rovinando tutti questi nostri paesi? Quelli della sponda nord con la finanza e la crisi, quelli della sponda sud con le guerre, come in Libia. Questi gruppi armati, alcuni fra loro sono come la vostra mafia, rapiscono, ammazzano…Poi si parla sempre di Homs ma su Homs ci marciano tutti, sauditi e salafiti e tanti altri”. E ancora: “la situazione economica è pessima”.

Qui e là gli interlocutori dicono che i disoccupati sono pagati per entrare nell’opposizione.

Jola conclude: “Ripeto, se smettono le interferenze si risolve tutto”.

Ricordo quando in Libia dicevano “sela Natosmette di bombardare ci si potrà mettere d’accordo fra noi libici”. Mala Natoha smesso quando è stato il momento.

A proposito: la sera di ritorno a Damasco incontriamo Ahmed Shakter, libico che vive in Siria da 13 anni. E’ in contatto con il milione (dice lui) di libici scappati in Egitto (più gli altri in Algeria e Tunisia). Non sono rifugiati né vogliono esserlo, sono accampati al Cairo e ad Alessandria in attesa di tornare in Libia, ma adesso non possono per via della persecuzione in atto, dice.

A proposito di vittime dei conflitti; sono oltre 400mila gli sfollati interni in Siria a causa degli scontri.

Marinella Correggia

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M.Correggia-Voci da Damasco"Beh,diventeremo partigiani"-Reportage dalla Siria n.3


27 aprile 2012
VOCI DA DAMASCO “BEH, DIVENTEREMO PARTIGIANI”
di Marinella Correggia

Damasco sulla via di Baghdad? Due altre esplosioni ieri mattina (venerdì), una nel quartiere periferico Maidan, forse con nove morti e molti feriti (vicino a posto di polizia), e l’altra ad Adaoui (due morti), dopo l’esplosione di giorni fa a Merjeh con tre feriti. C’è preoccupazione, ma sorrisi e ringraziamenti per i membri russi, venezuelani, indiani e sudafricani della “delegazione internazionale di solidarietà antimperialista” organizzata dal Consiglio mondiale della Pace e dalla Federazione mondiale della gioventù democratica (Wfdy) , con 29 partecipanti da 24 paesi. Quanto agli altri delegati (turchi, belgi, inglesi, italiani) “sappiamo che una cosa sono i vostri governi, l’altra i popoli, intossicati dalla strategia delle menzogne” (già sentito in Iraq, Libia, Jugoslavia; non sanno che i popoli occidentali votano i loro governi…?). Damasco è piena di striscioni e manifesti elettorali con le facce di candidati e candidate in posa; insieme ai candidati “indipendenti”, altri appartengono a nuovi partiti fra i quali alcuni di opposizione “dialogante” come il Fronte popolare per il cambiamento; altri ancora sono del Fronte nazionale progressista, coalizione di partiti già in parlamento (anche i due comunisti) che finora veniva eletta con lista unica.

Dopo l’ultimo attentato giorni fa nel quartiere di Merjeh con tre feriti, a Damasco c’è preoccupazione, visti anche i toni bellicosi di Juppé e Obama. Ma su chi ricade la colpa degli scontri in violazione della tregua Onu? Brahim, autista originario di Hama, accredita la versione governativa: l’esercito reagisce ai gruppi armati, non spara su manifestanti disarmati, e “quanto ai morti dei giorni scorsi nella mia città, non è stata l’artiglieria ma un errore dei terroristi: è esplosa una specie di fabbrica clandestina di bombe”. Del resto perfino l’Osservatorio siriano dei diritti umani (a Londra), fonte pressoché unica dei media internazionali, ammette che la responsabilità non è chiara e chiede agli osservatori Onu di indagare.

Chiede una inchiesta imparziale su tutte le vittime di questi lunghi mesi di violenze al canto suo la madre superiora palestinese del monastero Deir Mar Yacoub di Qara, Agnès-Mariam de la Croix, motto attiva nella ricerca della verità sulla questione di base: chi uccide chi e perché. “Al monastero abbiano dieci nazionalità diverse; non facciamo politica: i siriani e solo loro devono decidere da chi essere governati”. E prosegue: “Da tanti mesi denunciamo le mistificazioni dei cosiddetti attivisti dell’opposizione che spessissimo forniscono notizie false favorendo la guerra civile e l’ingerenza. Abbiamo girato quasi ovunque e abbiamo molte prove, nomi, fatti, liste di morti. Il mondo, l’Onu ci ascoltino”.

Il governo siriano il 30 marzo in una lettera all’Onu ha fatto la lista di 6.143 morti in dodici mesi “a causa dei gruppi armati”: 2.500 soldati e poliziotti, il resto civili, presi in mezzo o uccisi direttamente, secondo il governo, dai terroristi. L’unione dei sindacati (pro governo) ha mandato ai partner internazionali una sua lista di “110 lavoratori martiri, uccisi da bande armate”.

“Ci sono 5.000 armati a Dayr az Zor”, spiega Salam, giovane del Partito comunista unificato; “Si cerca di provocare l’esercito per ottenere l’intervento armato internazionale; ma se questo succede faremo come i partigiani”, afferma, pur criticando episodi di violenza da parte del governo “che però non sono rivolte contro manifestanti pacifici come si dice sempre” (piuttosto, le vittime civili disarmate sarebbero prese fra i due fuochi). Nel ristorante al-Dar (“la casa”) al centro di Damasco che nei tempi pre-crisi era pieno di turisti e siriani e ora è privo degli uni e degli altri, Salam ci spiega che la Siria e i suoi lavoratori danneggiati dalle sanzioni (“perfino compagnie russe non osano commerciare con noi temendo ritorsioni”) dovrebbero mirare all’autonomia, al far da sé, seguendo l’esempio dei da lui molto ammirati Venezuela e Cuba. Sorridendo dice che fra i candidati ci sono molti “Berlusconi” e attribuisce il malcontento diffuso in Siria alle politiche neoliberiste governative degli ultimi anni; ma sostiene che l’opposizione (anche quella interna e non armata) non ha certo programmi antiliberisti anzi, il contrario e “non vuole il dialogo”, e fa il gioco delle potenze straniere, “non condannando l’uso delle armi e della violenza contro civili e militari”.

La turca Gocke Piskin, sezione giovanile del Partito repubblicano del popolo (all’opposizione) ha incontrato Mehmet Hua insegnante di lingua turca a Damasco, che protesta “contro la pesantissima ingerenza del governo di Erdogan, persecutore di seimila prigionieri politici fra i quali i curdi, e molti giornalisti”. A Istanbul partiti dell’opposizione e studenti organizzano il 19 maggio una manifestazione nazionale.

Su molti cestini per l’immondizia in giro per la città, frasi con vernice bianca definiscono prostituta l’emittente qatariota al Jazeera.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=271

martedì 24 aprile 2012

M.Correggia-Reportage dalla Siria.1 Una delegazione internazionale contro l' ingerenza e per la pace


Reportage dalla Siria. 1 – Una delegazione internazionale contro l’ingerenza e per la pace

24 aprile 2012

Cuba, Venezuela, India, Mozambico, Sudafrica, Turchia e altri: una delegazione internazionale in Siria contro l’ingerenza e per la pace

di Marinella Correggia

Sono convinti che in Siria ci sia una cospirazione internazionale e non credono ai media, ai governi di mezzo mondo e all’opposizione siriana cHe parlano di oltre diecimila persone uccise dall’esercito e da milizie filogovernative. Sono 29 organizzazioni, provenienti da 24 paesi soprattutto non occidentali (fra cui Turchia, Venezuela, Cuba, Mozambico, Sud Africa, India, Nepal, Giordania, Libano, Brasile, Russia, e anche alcuni paesi europei) e aderenti alle due organizzazioni internazionali World Peace Council (Wpc) e World Federation of Democratic Youth (Wfdy) che si trovano attualmente in delegazione in Siria (che il 7 maggio va a votare per il nuovo Parlamento). Una “missione di solidarietà e accertamento dei fatti”:

I delegati

La dichiarazione preparatoria della delegazione spiegava: “Salutiamo i milioni di amanti della pace e giovani in Siria ed esprimiamo la nostra sincera solidarietà alle proteste pacifiche, sociali e genuine e alle giuste richieste di cambiamenti economici, sociali e politici nel paese affinché il popolo sia padrone del proprio futuro. Non accettiamo nessuna delle interferenze politiche o militari in Siria, da parte di Usa, Israele, Nato, accompagnati da Turchia e paesi del Golfo, per la presunta protezione della popolazione civile e dei diritti umani. Chiediamo che non si ripeta il modello libico. Solo il popolo siriano ha il diritto sovrano di decidere sul futuro della Siria”.

Ho chiesto e ottenuto di far parte della delegazione su questa condivisibile base e considerando la presenza di attivisti e giovani da mezzo mondo, che in sé potrebbero veicolare nei rispettivi paesi elementi più precisi circa la propaganda mediatica che ostacola fortemente la ricerca della pace e della riconciliazione in Siria e “giustifica” l’interferenza estera.

E’ parso subito evidente che nella volontà dei partecipanti (in seguito alcune interviste agli stessi) la solidarietà antimperialista è preponderante rispetto all’accertamento dei fatti. Gli incontri, organizzati dalla sezione locale della Wfdy (la Nuss, Unione studentesca siriana), si stendono su soli quattro giorni, si soffermano maggiormente su considerazioni geopolitiche, sono con attori qualificati e riguardano pochi luoghi: Damasco e Lattakia.

Ma quando il bus dei “delegati” si ferma da qualche parte, si avvicinano persone (come all’università di Damasco e a quella di Lattakia) per dire “vi chiediamo di dire la verità nei vostri paesi, basta menzogne”.

A Damasco, primo giorno

Verità è una parola grossa e impegnativa. Più facile cercare di smantellare certe menzogne e notizie fabbricate e distorte. Il primo giorno a Damasco, di mattina, di pomeriggio e di sera abbiamo visto una città normale, tranquilla (secondo chi c’era già stato c’è meno traffico del solito) e senza presenza militare. Eppure Diago, giovane delegato portoghese, chiamando a casa viene avvertito che l’esercito sta “bombardando Damasco”, perché così riferisce la tivù portoghese. Anche in Italia pare circoli la stessa notizia, relativa ai sobborghi di Damasco. Interrogati, gli accompagnatori locali dicono che probabilmente si tratta dei soliti scontri con “gruppi di terroristi”.

Un ragazzo della Nuss che fa da traduttore (si chiama Petros, più o meno, è di famiglia cristiana) ci fa notare che nei quartieri dove siamo passati, il suq, la medina, prima della crisi c’erano più turisti che locali. Adesso nemmeno uno.

I siriani incontrati tengono tutti a condannare la “strumentalizzazione politica della religione” che accompagna la cospirazione internazionale contro la Siria. Ecco brevi resoconti.

Il Gran muftì della Siria, Ahmad Bdrddin Hassoun, nel marmoso e dorato salone della moschea parla di “ingerenze estere che fabbricano la guerra invece di favorire la riconciliazione fra tutte le parti. C’è gente che uccide per denaro, denaro che viene da fuori. Ditelo. Sono armati e ricevono molti soldi. Ma un regime va cambiato in modo pacifico, non con l’uccisione di tante persone in cambio di denaro”. Gli chiedo: “Ma diversi gruppi armati in Siria – e altrove – hanno sempre il nome di Allah sulla bocca”. Risposta: “E’ un uso politico della religione che non si giustifica in alcun modo. La vediamo in Arabia Saudita, in Afghanistan, in tanti posti”. Aggiunge: “E poi come si può uccidere così in nome di Allah?”. Suo figlio è stato ucciso a Lattakia, fuori dall’università, mentre era in macchina.

Il Presidente della Nuss Ammar Saadé ricorda anche che la Siria ha accolto oltre un milione di rifugiati iracheni, per non dire dei palestinesi e libanesi.

Fuori dall’università, tre ragazze con il velo (sono pochissime a Damasco, soprattutto fra le giovani) ci fermano: sono furenti con Al Jazeera e Al Arabyia, dicono che “anche molti siriani si fanno influenzare da questi bugiardi invece di guardarsi intorno”:

In una confusissima riunione dalla pessima acustica peggiorata dal fatto che molti i delegati stavano mangiando (purtroppo in queste delegazioni si dà sempre troppa attenzione al cibo, salvo sprecarne tanto), l un esponente del Partito Comunista (unificato) ha detto fra l’altro che si mira a creare in Siria delle zone tipo Kosovo o Bengasi, dalle quali gruppi armati possano portare attacchi.

L’incontro con il patriarca Hazieem della chiesta mariana avviene in una sala disadorna tipo oratorio, che mi rinfranca per la sua modestia (ma la chiesa che vedremo dopo è invece rilucente ed enorme). Il patriarca ricorda la storia di Paolo sulla via di Damasco e il fatto che qui si radicarono la religione islamica e quella cristiana e che tutte le religioni nelle loro varie suddivisioni qui hanno convissuto per secoli e secoli, e “a Pasqua i musulmani sono venuti a pregare da noi, lo fanno sempre ma quest’anno di più, in segno di solidarietà e pace. Venendo al dunque, parla anche lui di cospirazione, si dice certo che la Siria unita vincerà. “Anche perché abbiamo l’appoggio di paesi amici, i Brics (ndr: tutti qui sembrano contare molto su Brasile Russia Cina India Sudafrica…chissà se hanno ragione), e l’Iran, che non occupano né fanno la guerra a nessun altro paese come invece hanno fatto le potenze occidentali”. Sottolinea che lui le bugie dei media, soprattutto di Al Jazeera e Al Arabiya e dei loro paesi del Golfo “dove non c’è democrazia e pretendono di insegnarla agli altri”. Aggiunge che “la visita del patriarca russo in novembre ci ha molto incoraggiati”. Un delegato chiede “qual è il segreto di questa pacifica convivenza fra religioni in Siria mentre in Libano si sono scannati?”. “In Libano e Giordania la società è, come da noi, multireligiosa, ma alle varie religioni non sono riconosciuti gli stessi diritti”:

Che messaggio vuole dare al vaticano (al quale ha scritto l’altro patriarca, della Chiesa Zaitoun)? Ovviamente non si sbilancia: “Il Baba –papa – si è pronunciato a pasqua per la pace in Siria. Speriamo che la sua voce sia sempre più decisa contro la cospirazione occidentale. La Siria è la nostra madrepatria, senza la Siria noi cristiani perderemmo tutto”.

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mercoledì 28 marzo 2012

Eroi partigiani ? I nostri alleati locali di cinque guerre in venti anni- di M.Correggia

Eroi partigiani”? i “nostri” alleati locali di cinque guerre in venti anni

di Marinella Correggia

Sono stati molti i dittatori filoccidentali appoggiati dagli Usa in nome dell’aurea regola “è un figlio di, ma è il nostrofiglio di”, come ebbe a dire il presidente Franklin Delano Roosevelt del dittatore nicaraguense Somoza.

Quando poi accade che l’Occidente debba rovesciare un regime (dittatoriale o meno) inviso da sempre o caduto in disgrazia, allora subentrano altri “nostri figli di puttana”: i presunti rivoluzionari locali. E’ successo più volte dal 1991. La tragedia è che mentre i dittatori filoccidentali erano odiati da quella galassia pacifista/movimentista/ong di persone impegnate contro la guerra, le ingiustizie internazionali e la violazione dei diritti umani, ebbene questa stessa galassia più volte ha preso lucciole per lanterne quanto ai locali “nemici dei dittatori”. Gli occidentali sono incapaci di fare rivoluzioni a casa loro; e tentano “rivoluzioni per procura”. Ma scelgono male. Prendono regolarmente per “partigiani della libertà” quelli che ben presto si rivelano un’accozzaglia del peggio. Non solo: si affidano agli stessi soggetti locali che sono sponsorizzati dall’Impero. Magari invocando giustificazioni per assurdo (della serie: “beh, se è dovuta intervenire la Natoper aiutare i ribelli in Libia, anche se sappiamo che la Natoha fini propri, i ribelli hanno i loro, è l’eterogenesi dei fini“).

Naturalmente i governi occidentali interessati a defenestrare a turno i “dittatori che uccidono il loro stesso popolo” (se uccidessero un altro popolo sarebbe meglio o peggio?, vien da chiedersi davanti a questa frase collaudata) hanno tutto l’interesse a spacciare i loro interventi armati diretti e indiretti per “protezione delle popolazioni civili e disarmate in rivolta” e per “so9stegno alla democrazia”. E a eleggere i loro protetti locali a “legittimi rappresentanti” di un intero popolo, sia esso schierato con la rivolta oppure no.

E’ successo in tutte e cinque le guerre occidentali per ragioni geostrategiche. En passant è poi successo anche senza guerre, con l’infinità di rivoluzioni “colorate” soprattutto nell’Est europeo e con i tentati colpi di stato (si pensi a quello contro il “dittatore” Chavez del Venezuela, eletto un’infinità di volte). E sta succedendo in Siria. E, prima, in Libia, in Afghanistan, in Iraq.


Siria: Fides, Human Rights Watch e perfino Foreign Affairs…

Recenti notizie dalla Siria: pulizia etnica, torture, assassini, rapimenti. Le accuse che da un anno si rivolgono al governo e all’esercito, che da un anno starebbero reprimendo atrocemente una “rivoluzione disarmata o che al massimo si autodifende” (come sostiene il leader del Consiglio nazionale siriano Bhuran Ghalioun)? No. Si parla di crimini compiuti dall’opposizione armata. E non lo dice “il regime di Damasco”. Lo dicono rispettivamente un’agenzia cattolica e una multinazionale dei diritti umani.

L’agenzia cattolica Fides, leggiamo su Contropiano, riprende l’allarme lanciato dalla chiesa ortodossa siriana e il 21 marzo parla di “Pulizia etnica a Homs. Bande di mercenari di Al Qaeda provenienti da Libia e Iraq e appartenenti alla brigata Faruq vicina ad Al Qaeda cacciano decine di migliaia di cristiani dalle loro case di Homs senza permettere loro di portare nulla. I militanti jihadisti avrebbero già espulso il 90% dei cristiani di Homs. Andando casa per casa nei quartieri di Hamydiya e Bustan al-Diwan.

Dal canto suo l’organizzazione statunitense Human Rights Watch, autrice in dicembre di un lungo rapporto di denuncia del governo siriano (redatto solo sulla base di interviste a disertori e oppositori), stavolta sulla base di video e di denunce di residenti riferisce di torture mortali, rapimenti e perfino di una impiccagione compiuti da gruppi vicini all’Esercito siriano libero (la galassia dell’opposizione armata che ha un rapporto di collaborazione con il Cns). Insomma le stesse grandi Ong, che come i media occidentali mainstream sono stati strumenti di propaganda di vari governi nel produrre una escalation della crisi e nel demonizzare il regime” (http://english.al-akhbar.com/content/new-phase-syria-crisis-dealmaking-toward-exit), scoprono improvvisamente che l’opposizione compie atti contro i diritti umani. Parlare di “rivoluzione siriana”, poi, sembra fuori luogo. E molto reale pare invece l’ipotesi del complotto straniero da parte di Stati Uniti, Israele e alcuni paesi arabi contro l’asse Tehran-Damasco-Hezbollah, ritenuto l’unico vero ostacolo all’egemonia americana e israeliana in Medio Oriente (http://www.foreignaffairs.com/articles/137338/patrick-seale/assad-family-values?page=show). Della rivolta di oggi contro Bashar Assad i Fratelli musulmani sembrano essere stati i principali destinatari di armi e finanziamenti da parte di Libia, Qatar, e altri, ed essere aiutati da jihadisti arrivati da fuori e che comunque operano sotto l’ombrello del Syrian National Council...............

L' articolo integrale si puo' leggere su http://www.sibialiria.org/

venerdì 10 febbraio 2012

Guerre contro il clima- di M.Correggia



Dalla rubrica Terra Terra del Manifesto

AMBIENTE

Guerre contro il clima
di Marinella Correggia

Le guerre sono una delle più energivore tra le attività umane, anche se i movimenti «per la giustizia climatica» non hanno ancora fatto questo collegamento. Gli interventi bellici, e l'arsenale militare permanente (armi e basi) che richiedono, provocano un gigantesco consumo di combustibili fossili con relativa emissione di gas serra. E le guerre di aria, terra e acqua impiegano aerei, navi e carrarmati sempre più grandi e voraci di energia.
Sul Pentagono si sofferma uno studio recente, The US Military Assault on Global Climate, pubblicato da Patricia Hynes su Science for Peace Bulletin. Fra gli attori istituzionali, fa notare, è il maggiore singolo utilizzatore finale di prodotti petroliferi e di energia al mondo.

Nel 1940 il settore militare Usa consumava solo l'1% dell'energia totale del paese; alla fine della Seconda guerra mondiale era il 29%. Nel 2003 lo stesso esercito Usa stimava che la guerra all'Iraq costasse circa 148 milioni di litri di carburante ogni tre settimane. Fra il 2003 e il 2007 quella costosa guerra ha provocato l'emissione di almeno 140 milioni di tonnellate di anidride carbonica, più delle emissioni totali di 139 paesi al mondo. Tutto ciò senza contare, in questa disastrosa contabilità climatica di guerra, le distruzioni e successive ricostruzioni: infrastrutture, case, ponti - fare il cemento è altamente energivoro.

I consumi del Pentagono sono quasi un segreto; secondo alcuni calcoli si aggirerebbero intorno al milione di barili al giorno, contribuendo alle emissioni di gas serra in una misura pari al 5% del totale. L'aereo da guerra F-4 Phantom brucia oltre 5.920 litrii di kerosene all'ora arrivando a 53.280 litri per la velocità supersonica. Un quarto del kerosene da jet consumato nel mondo va a questi dèmoni volanti. Come l'aviazione civile, l'aviazione militare pesa in proporzione di più sul clima perché le emissioni di gas serra per unità di carburante sono quasi il triplo di quelle di diesel e petrolio; è il cosiddetto «effetto radiativo» delle operazioni ad alta quota.

Eppure il Pentagono è esonerato da qualsiasi tetto alle emissioni, meccanismo di compensazione, tassazione ad hoc, impegno di riduzione, o dal fare rapporto a organismi nazionali e internazionali. E questo, spiega l'articolo citato, perché nel 1997, ai negoziati per il Protocollo di Kyoto (il primo accordo internazionale per limitare le emissioni globali), gli Usa imposero al mondo l'esenzione dai limiti di emissione per i carburanti cosiddetti «bunker» (usati da navi e aerei) e per tutte le emissioni relative alle operazioni militari a livello mondiale. Dopo il danno, la beffa: ben presto Bush figlio stracciò l'adesione del suo paese al Protocollo di Kyoto.

Poiché per assicurare la disponibilità e l'approvvigionamento in combustibili fossili esteri occorrono attività militari possenti (controllo e intervento), le emissioni di gas serra imputabili a tali operazioni andrebbero incluse nel costo ambientale dei combustibili fossili. Un migliaio di basi militari Usa traccia un arco nero dalle Ande al Nord Africa e dal Medio Oriente fino a Indonesia, Corea del Sud e Filippine, ricalcando la distribuzione delle principali risorse, e rotte, fossili. Si chiama «sicurezza energetica».

Lo sforzo americano per assicurarsi un accesso permanente al petrolio del Medio Oriente risale al 1945, con la costruzione di una base militare a stelle e strisce a Dahran, Arabia Saudita: comincia lì la protezione militare dei petromonarchi in cambio di petrolio a buon mercato.
Conclude l'autrice: in queste «soluzioni» militarizzate che trascurano scelte pacifiche alternative c'è anche un fattore culturale - l'identità statunitense, il «destino manifesto», la mentalità della frontiera, l'individualismo...