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domenica 23 dicembre 2012

Figarò: Brahimi porta ad Assad proposta comune di Stati Uniti e Russia

 

PARIGI – Una fonte diplomatica "informata" non meglio presentata da Le Figarò ha sostenuto che Brahimi incontrerà il presidente siriano Bashar Assad per proporgli il piano comune di Stati Uniti e Russia per la fine della crisi in Siria.

Secondo la stessa fonte, il presidente Assad avrebbe però fatto attendere Brahimi, inviato speciale dell'Onu, perchè è già al corrente del piano e non lo ritiene adeguato. Secondo questo piano russo-americano, si dovrebbe formare invece di quello legittimo attualmente al potere un governo di transizione formato da ministri scelti in accordo dal governo attuale e dall'opposizione. In pratica Assad rimarrebbe al potere fino al 2014 ma con un governo debole e diviso e poi dovrebbe impegnarsi a non ripresentarsi alle elezioni dopo la fine di questo mandato. Secondo la fonte di Le Figarò, Assad ha detto di essere disposto a lasciare il potere ma solo quando lo vorrà il suo popolo e che quindi non accetta imposizioni sulla sua non candidatura per il prossimo mandato. Comunque Assad al momento pare non voler nemmeno ricevere Brahimi e quest'ultimo avrebbe persino sventolato la probabilità di dimettersi dall'incarico affidatogli dall'Onu.

mercoledì 18 luglio 2012

Per la Nato sono compatibili piano Annan e attacco a Damasco ?


In attesa del Consiglio di Sicurezza ONU del 18 luglio.


Nel pomeriggio del 18 luglio,ora statunitense, nel Consiglio di Sicurezza ONU si discutera' di Siria e i paesi Nato presenteranno una risoluzione che dovrebbe prolungare il piano Annan inserendo pero' ,se non saranno rispettate le condizioni richieste,sanzioni ,economiche o diplomatiche, o addirittura (come hanno anticipato Italia,Gran Bretagna, Francia e USA)cap VII della Carta ONU,uso mezzi militari per imporle (le condizioni).

Il piano Annan dovrebbe avere lo scopo di fermare le violenze e non si capisce quanto siano compatibili con esso i ribelli che hanno annunciato l'attacco a Damasco fino alla vittoria.

Comunque di tutte le condizioni richieste una potrebbe tramutarsi nel tanto auspicato "Casus belli".
Questa e' il ritiro dei mezzi pesanti di Assad dalle citta'.

Ma mentre si prepara questa condizione che Assad non dovrebbe rispettare dando cosi' inizio all' uso ,legittimato dall'ONU,dei mezzi militari stranieri nel territorio siriano, i cosidetti "ribelli" annunciano l'attacco a Damasco.

Quindi i paesi Nato, compresi noi italiani, vogliono imporre il piano Annan per fermare le violenze e nello stesso tempo aiutare o perlomeno "tifare" per chi attacca la capitale.

Il ragionamento non sta in piedi, ma per il momento viene fatto in questo modo. Sono curioso di vedere cosa uscira' nelle prossime ore. Pronto a riprendere quanto ho scritto finora e verificare se avevo riportato qualche affermazione sbagliata.

marco

lunedì 30 aprile 2012

M.Correggia-Nella Damasco degli attentati - Reportage dalla Siria n.4

Reportage dalla Siria .4 – Nella Damasco degli attentati


29 aprile 2012
NELLA DAMASCO DEGLI ATTENTATI

Marinella Correggia

Mentre la Reuters continua a inserire ovunque – per universale circolazione- la frase magica “L’Onu dice che Assad ha ucciso novemila persone” (l’Onu in realtà – pur attingendo solo a fonti dell’opposizione – parla di “novemila vittime nelle violenze e negli scontri”), gli abitanti di Damasco cercano di non pensare troppo al pericolo di altre attentati suicidi come quello che ha fatto una strage nel quartiere di Maidan, il 27 aprile. Così, sembra una città normale mentre si passeggia di sera al “mercato dei poltroni” (così chiamato perché i banchi vendono anche ortaggi già tagliati e pronti all’uso, una specie di quarta gamma sfusa e a buon prezzo).

Mina, egiziano

Nella “chiesa più antica del mondo”, quella di Anania (ridiede la vista e battezzò Saulo di Tarso) il custode egiziano copto spiega che le circa cento famiglie di suoi connazionali sono tutte tornate in patria: soprattutto perché i ristoranti dove erano impiegati lavorano molto meno. “Dal Cairo mia sorella mi telefona inquieta” spiega il signor Mina, “il dominio dei Fratelli musulmani si sente, altro che rivoluzione”. Ma hanno votato, gli egiziani…”Mi dirai che sono stati comprati. Sono corsi fiumi di soldi – esteri – per indirizzare questo voto, hanno sfruttato la debolezza, la povertà delle persone”. Nella Chiesa ogni sera il sacerdote Idlib (che ha vissuto a Roma e parla italiano) guida un gruppo di meditazione per la pace in Siria: “Ieri abbiamo detto rosari per tre ore. Siamo confidenti…”. Anche lui ce l’ha con le bugie e la propaganda internazionali e con “questi mafiosi” (i gruppi armati e islamisti) che “obbligano le persone a scappare dalle loro case, terrorizzano, uccidono”. Nella tranquillità di questa chiesa, Mina ascolta quel che le tivù del paese dicono.

Gaith, di Homs

Un racconto più diretto, su Homs, viene da Gaith (“Pioggia”), studente alla facoltà di odontoiatria che va a Homs tutti i mesi a trovare la famiglia abitante nel quartiere Al Zahra. Ecco la sua verità. “I terroristi si erano insediati nei quartieri di Baba Amr e Khalidya (che è vicino ad Al Zahra) e volevano fare di quelle aree un’altra Bengasi, anzi forse un altro Afghanistan islamico. Volevano occupare tutta Homs forse. Intanto il mio quartiere era quasi accerchiato, era pericoloso uscire per andare a lavorare altrove; si rischiavano rapimenti, uccisioni di alaouiti, cristiani, e sunniti che non stavano con i terroristi. Da Khalidya e Bara Amr arrivavano a Zahra e Akrama attacchi come quello che ha ucciso il giornalista francese (Gilles Jacquier, ad Akrama, ndr). No, non so dire da dove vengono i terroristi; mi dicono che ci sono prove di tante presenze di stranieri”. Come mai in febbraio è arrivato l’esercito ad accerchiare Baba Amr? Prima di febbraio l’esercito non c’era a Homs, c’era solo la polizia. Il governo aveva mandato in quei quartieri dei religiosi per negoziare ma non hanno voluto. Allora per proteggere i civili è arrivato l’esercito, a febbraio. Da Baba Amr se ne sono andati quasi tutti i civili che non fanno la guerra. Questi ultimi hanno distrutto o saccheggiato tante case”. I media dicono che l’esercito ha ucciso tanti civili a Homs…”Forse dei civili sono morti fra i due fuochi. Ma tanti uccisi non erano civili, erano ben armati”.

E la strage di Karm Zeitoun, tutti quei morti che abbiamo visto negli orribili video diffusi in marzo? “Sono stati i terroristi. L’hanno detto anche i parenti sopravvissuti”.

Ma all’inizio della crisi le manifestazioni erano pacifiche e sono state represse? “Io in marzo 2011 ho visto ala tivù Addounya una manifestazione a Nazihine, vicino a Karm Zeitoun, ho riconosciuto la zona. Ebbene c’erano persone armate. All’inizio sparavano in aria. E ad aprile a Idlib hanno iniziato a uccidere la polizia. Certi video mostravano anche cecchini dall’alto delle case”.

Com’è la situazione a Homs? “Adesso rimangono gruppi armati a Baba Amr e Khalidya”. Cosa pensi della Free Syrian Army? “Che non è vero che sono soprattutto disertori dell’esercito e civili. Sono islamisti, non rivoluzionari. Questa è la rivoluzione? Uccidere? Sono Fratelli musulmani come quelli che hanno vinto in Egitto. E sono ben armati dall’esterno, dai cosiddetti amici della Siria”. All’università hai compagni che sono con l’opposizione? “Sì, ad esempio alcuni di Idlib ma loro non vogliono discutere, e dicono che uccidere i soldati è giusto. E’ meglio l’opposizione non armata, che vuole una Siria unita e in pace”. Appello: “Chiediamo al governo italiano di non stare con chi protegge i terroristi. Ma solo Cina e Russia vogliono il dialogo e non la guerra in Siria”.



Sguardi latinoamericani

Non solo Russia e Cina, per la verità. Le posizioni dei paesi dell’America Latina tanto amati dalla “sinistra” occidentale non sono da questa prese in alcuna considerazione quando si ha a che fare con la Libia e la Siria. Cuba ha di nuovo chiesto all’Onu una commissione di inchiesta sui bombardamenti Nato in Libia e ha denunciato la guerra mediatica contro la Siria. Una narrazione alla quale Martin Hatchoun, inviato cubano di Prensa Latina, in Siria da sei mesi, non crede.

Martin racconta alcuni episodi che danno l’idea della grande confusione. Anche terminologica: “Gli oppositori sono sempre chiamati attivisti per i diritti; e anche se sono armatissimi sono sempre messi nella categoria dei civili”.

Le bugie sono di tutti i tipi e contano sul fatto che una volta dette, rimangono depositate e vai a smentirle. “Nel quartiere Mezzeh nel quale abitavo, un’operazione molto precisa delle forze di polizia contro un appartamento che ospitava cellule armate e che è stato l’unico danneggiato dalle sparatorie, è diventata sui media internazionali – primo lancio la Reuters – una manifestazione repressa nel sangue. Massacri come quello di Karm Zeitoun a Homs per i quali si è incolpato l’esercito, quando questo si è rivelato falso, la notizia non è però circolata”. Oppure “Al Jazeera intervista un “osservatore dell’Onu” il quale spiega della grande crudeltà del regime; poi la stessa Lega Araba smentisce il ruolo dell’uomo, ma chi se ne accorge?”.

Un caso che ha colpito molto i media è stata la piccola Afef, pochi mesi: secondo l’opposizione e molti media era morta in carcere per le torture. “Solo che la madre, di Homs, ha spiegato pubblicamente che la bambina era in ospedale ed è morta di malattia e ha mostrato il certificato medico”. Un altro è stato Suri, otto anni: piccola vittima dei miliziani di Assad con scandalo internazionale? Così pareva, “e invece la madre nel video urlava disperata che se lì ci fosse stato l’esercito il bambino sarebbe ancora vivo”.

E le foto dell’Afghanistan spacciate per siriane. E il video dei maltrattamenti di presunti prigionieri, che in realtà si riferiva al Libano del 2008. E il giorno del referendum, “che io ho visto tranquillo ma la Bbc per il mondo latino parlava- come se fosse stata qui – di bombardamenti dell’esercito con morti”.

Cinecittà mediorientale: “Un siriano all’inizio della crisi sta con l’opposizione e scappa in Turchia dove però vede approntata una specie di fabbrica del falso nel Centro per i media; tornato in Siria ha raccontato tutto”.

Martin conclude dicendo che, “se senti la gente nelle strade, al contrario di quel che si dice nel mondo dei media, tutti vogliono che l’esercito agisca con più decisione, la faccia finita con i gruppi armati”.

Che ci sia dietro una “conspiracion” è evidente ai latinoamericani che hanno partecipato alla delegazione in Siria del World Peace Council (Wpc) e della World Federation of Democratic Youth (Wfdy), su invito dell’Unione nazionale degli studenti (Nuss) con 29 delegati da 24 paesi (Cuba, Venezuela, Sudafrica, India, Nepal, Russia, Belgio, Italia, ecc.). Socorro Gomes, presidente brasiliana del Wpc, riassume in “Nato, basi militari americane nel mondo, ingerenza destabilizzante“ gli strumenti militar-umanitari da combattere. Per il deputato comunista venezuelano Jul Jabrul, la missione in Siria era di solidarietà più che di accertamento dei fatti perché “non abbiamo bisogno di riprove per capire che è in atto una cospirazione armata, e una guerra mediatica”. Insomma non solo non credono ai media ma ritengono che il “fronte siriano” sia cruciale nella lotta antimperialista. (Come ha riassunto un delegato portoghese: “Non è necessario chela Siria sia un paradiso, per ritenerla cruciale nella lotta antiimperialista. Ulteriore riassunto: “Deve essere il popolo del paese a decidere, non le potenze internazionali e i loro alleati petromonarchici”.

Marinella Correggia

sabato 28 aprile 2012

M.Correggia-Voci da Damasco"Beh,diventeremo partigiani"-Reportage dalla Siria n.3


27 aprile 2012
VOCI DA DAMASCO “BEH, DIVENTEREMO PARTIGIANI”
di Marinella Correggia

Damasco sulla via di Baghdad? Due altre esplosioni ieri mattina (venerdì), una nel quartiere periferico Maidan, forse con nove morti e molti feriti (vicino a posto di polizia), e l’altra ad Adaoui (due morti), dopo l’esplosione di giorni fa a Merjeh con tre feriti. C’è preoccupazione, ma sorrisi e ringraziamenti per i membri russi, venezuelani, indiani e sudafricani della “delegazione internazionale di solidarietà antimperialista” organizzata dal Consiglio mondiale della Pace e dalla Federazione mondiale della gioventù democratica (Wfdy) , con 29 partecipanti da 24 paesi. Quanto agli altri delegati (turchi, belgi, inglesi, italiani) “sappiamo che una cosa sono i vostri governi, l’altra i popoli, intossicati dalla strategia delle menzogne” (già sentito in Iraq, Libia, Jugoslavia; non sanno che i popoli occidentali votano i loro governi…?). Damasco è piena di striscioni e manifesti elettorali con le facce di candidati e candidate in posa; insieme ai candidati “indipendenti”, altri appartengono a nuovi partiti fra i quali alcuni di opposizione “dialogante” come il Fronte popolare per il cambiamento; altri ancora sono del Fronte nazionale progressista, coalizione di partiti già in parlamento (anche i due comunisti) che finora veniva eletta con lista unica.

Dopo l’ultimo attentato giorni fa nel quartiere di Merjeh con tre feriti, a Damasco c’è preoccupazione, visti anche i toni bellicosi di Juppé e Obama. Ma su chi ricade la colpa degli scontri in violazione della tregua Onu? Brahim, autista originario di Hama, accredita la versione governativa: l’esercito reagisce ai gruppi armati, non spara su manifestanti disarmati, e “quanto ai morti dei giorni scorsi nella mia città, non è stata l’artiglieria ma un errore dei terroristi: è esplosa una specie di fabbrica clandestina di bombe”. Del resto perfino l’Osservatorio siriano dei diritti umani (a Londra), fonte pressoché unica dei media internazionali, ammette che la responsabilità non è chiara e chiede agli osservatori Onu di indagare.

Chiede una inchiesta imparziale su tutte le vittime di questi lunghi mesi di violenze al canto suo la madre superiora palestinese del monastero Deir Mar Yacoub di Qara, Agnès-Mariam de la Croix, motto attiva nella ricerca della verità sulla questione di base: chi uccide chi e perché. “Al monastero abbiano dieci nazionalità diverse; non facciamo politica: i siriani e solo loro devono decidere da chi essere governati”. E prosegue: “Da tanti mesi denunciamo le mistificazioni dei cosiddetti attivisti dell’opposizione che spessissimo forniscono notizie false favorendo la guerra civile e l’ingerenza. Abbiamo girato quasi ovunque e abbiamo molte prove, nomi, fatti, liste di morti. Il mondo, l’Onu ci ascoltino”.

Il governo siriano il 30 marzo in una lettera all’Onu ha fatto la lista di 6.143 morti in dodici mesi “a causa dei gruppi armati”: 2.500 soldati e poliziotti, il resto civili, presi in mezzo o uccisi direttamente, secondo il governo, dai terroristi. L’unione dei sindacati (pro governo) ha mandato ai partner internazionali una sua lista di “110 lavoratori martiri, uccisi da bande armate”.

“Ci sono 5.000 armati a Dayr az Zor”, spiega Salam, giovane del Partito comunista unificato; “Si cerca di provocare l’esercito per ottenere l’intervento armato internazionale; ma se questo succede faremo come i partigiani”, afferma, pur criticando episodi di violenza da parte del governo “che però non sono rivolte contro manifestanti pacifici come si dice sempre” (piuttosto, le vittime civili disarmate sarebbero prese fra i due fuochi). Nel ristorante al-Dar (“la casa”) al centro di Damasco che nei tempi pre-crisi era pieno di turisti e siriani e ora è privo degli uni e degli altri, Salam ci spiega che la Siria e i suoi lavoratori danneggiati dalle sanzioni (“perfino compagnie russe non osano commerciare con noi temendo ritorsioni”) dovrebbero mirare all’autonomia, al far da sé, seguendo l’esempio dei da lui molto ammirati Venezuela e Cuba. Sorridendo dice che fra i candidati ci sono molti “Berlusconi” e attribuisce il malcontento diffuso in Siria alle politiche neoliberiste governative degli ultimi anni; ma sostiene che l’opposizione (anche quella interna e non armata) non ha certo programmi antiliberisti anzi, il contrario e “non vuole il dialogo”, e fa il gioco delle potenze straniere, “non condannando l’uso delle armi e della violenza contro civili e militari”.

La turca Gocke Piskin, sezione giovanile del Partito repubblicano del popolo (all’opposizione) ha incontrato Mehmet Hua insegnante di lingua turca a Damasco, che protesta “contro la pesantissima ingerenza del governo di Erdogan, persecutore di seimila prigionieri politici fra i quali i curdi, e molti giornalisti”. A Istanbul partiti dell’opposizione e studenti organizzano il 19 maggio una manifestazione nazionale.

Su molti cestini per l’immondizia in giro per la città, frasi con vernice bianca definiscono prostituta l’emittente qatariota al Jazeera.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=271