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mercoledì 13 febbraio 2013
Siria, due massacri manipolati e altri due occultati
Due massacri manipolati e altri due occultati
12 febbraio 2013
di Marinella Correggia, Pierangela Zanzottera
Fra gennaio e gli inizi di febbraio 2013 si sono verificati in Siria diversi massacri, insieme a svariate esplosioni e stragi compiute da kamikaze (attentati che si sono intensificati, forse una strategia da parte dei gruppi armati per assumere più peso nei negoziati?). Invece di far tacere le armi e aprirsi al dialogo, c’è chi mostra tutta la volontà di intensificare la guerra.
In particolare a fine gennaio si sono verificate due tragedie, in perfetta coincidenza con un appuntamento istituzionale internazionale (in questo caso si trattava della presentazione della relazione di Lahdar Brahimi sugli ultimi incontri a proposito di Siria di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite).
Tuttavia i nostri media, esattamente come quasi tutti i media internazionali, ne hanno selezionato uno solo, trattandolo alla loro maniera, e hanno scelto di passare l'altro sotto silenzio. E’ accaduto anche per altri due massacri.
Perché? Sembra essere una domanda più che legittima in questa situazione di propaganda mediatica.
In ognuno dei casi si tratta di vittime civili, molte vittime civili (tra le 60 e le 100 persone); tutte le stragi sono avvenute nei pressi di luoghi chiave di questa crisi siriana.
Allora, viene da chiedersi, con quale criterio è stato deciso di dare spazio a una notizia piuttosto che un'altra? Vediamone le differenze.
I corpi sul fiume Queiq, ad Aleppo…
Quello che è accaduto ad Aleppo è abbastanza noto, in particolare a chi segue, anche solo approssimativamente, la tragedia siriana: almeno 80 corpi, tra cui 5 bambini, sono stati ritrovati sulle rive del piccolo fiume Queiq, nella zona di Bustan al-Qasr, si trattava per lo più di giovani, molti con le mani legate, uccisi da colpi ravvicinati (in genere alla testa). Le fonti dell’opposizione che hanno ripreso i corpi in un video e lo hanno diffuso, hanno parlato di un nuovo crimine del governo di Assad, e media hanno accreditato questa versione. Poiché la zona del rinvenimento si trova nelle mani dei gruppi armati dell’opposizione (http://www.reuters.com/article/2013/01/29/us-syria-crisis-idUSBRE90S0GU20130129) i portavoce di questi gruppi, e il solito l’Osservatorio siriano per i diritti umani con base a Londra, hanno sostenuto che i corpi fossero arrivati lì portati al fiume, che prima di giungere a Bustam al-Qasr, attraverso quartieri in mano governativa. Il portavoce dell’Unione dei Comitati di coordinamento Mohammad al-Halabi ha detto: “E’ il massacro numero 113 ad Aleppo e tutti sono stati perpetrati contro sunniti”. Un altro miliziano, Abu Sada, ha dichiarato (http://internacional.elpais.com/internacional/2013/01/29/actualidad/1359464297_719664.html): “Stamattina siamo stati informati dai residenti circa la presenza dei corpi nel rio: quando abbiamo iniziato a toglierli ci siamo accorti che erano oltre 50”. E secondo un altro miliziano, Abu Anas, “sono stati uccisi nella zona controllata dal regime e gettati nel fiume, magari diversi giorni fa perché la corrente non è forte”.
Il giorno dopo, la stessa Reuters e il francese Le Figaro hanno riportato la versione dei media ufficiali siriani, i quali hanno mostrato che la portata del rio non era tale da trascinare corpi per interi quartieri, tanto più che in alcuni punti erano state poste delle grate di ferro. Inoltre alcune famiglie avrebbero identificato i corpi di loro parenti, rapiti da gruppi jihadisti.
Già il 23 gennaio, in effetti, alcuni siti siriani (è bene precisare non filogovernativi) avevano segnalato che il gruppo terrorista Jabhat al-Nusra aveva occupato alcuni edifici e strutture, tra cui una scuola, nel quartiere di Bustan al-Kasr, mentre altre zone limitrofe erano finite sotto il controllo delle bande della Brigata al-Tawhid e del Levante. Fonti locali avevano denunciato in quell'occasione il rapimento di 400-500 persone, la maggior parte dei quali simpatizzanti del governo.
Una cinquantina di loro sarebbero stati giustiziati sommariamente dai gruppi islamisti e sepolti nelle zone agricole di Karam-Kasser in una fossa comune.
…e il massacro di ‘Amiriyah
In un piccolo villaggio, a circa 25 chilometri a est di Homs, dopo lunghi giorni di assedio, le brigate jihadiste di al-Faruq e Khaled Bin al-Walid (entrambe divenute note nel corso di questi mesi per crimini agghiaccianti commessi contro le minoranze religiose di Homs) hanno preso d'assalto la popolazione uccidendo e ferendo un centinaio di persone, come segnalato da fonti mediche dell'ospedale locale che ha accolto le vittime (http://www.youtube.com/watch?v=MB6tZ6kOl14;http://www.youtube.com/watch?v=vFBA63CvmyQ).
Secondo un sopravvissuto, intervistato dal giornale giordano online Akhbar al-Balad, 20 vetture dotate di mitragliatrici hanno preso d'assalto il villaggio di 'Amiriyah e hanno aperto il fuoco indiscriminatamente sui civili. Fortunatamente molte donne e bambini erano stati fatti fuggire nelle ore immediatamente precedenti attraverso strade secondarie nel vicino villaggio di Ghasibiyye.
Un altro superstite ha raccontato che era stato richiesto l'intervento dell'esercito siriano, ma le forze dell'ordine sono arrivate troppo tardi (http://www.youtube.com/watch?v=SnVpvG0Zoc).
Su una delle tante pagine Facebook dedicate alla "rivolta", qualcuno ha scritto che "il villaggio alawita è stato ripulito", confermando la tesi secondo la quale la popolazione è stata, ancora una volta sterminata, unicamente perché di fede alawita.
E proprio in questo "dettaglio" sta la piccola-grande differenza tra la prima e la seconda strage: nel primo caso si trattava di vittime sunnite, quindi – per quei superficiali e generalisti che ritengono che tutti i sunniti debbano obbligatoriamente sostenere il cambio di governo in Siria – "utili" ai fini della campagna mediatica contro il governo siriano; nel secondo caso, dove
tutte le vittime sono alawite, "fratelli di sangue" del presidente siriano Bashar al-Assad, queste morti non sono considerate utilizzabile mediaticamente nel gioco di ambiguità e, quindi, non abbastanza degne di essere denunciate dai nostri media.
Il massacro degli operai…
Da una strage manipolata a una trascurata a una sottaciuta.
Giovedì 7 febbraio un attentatore suicida alla guida di un minibus si è scagliato contro un convoglio di autobus che stavano riportando alle loro abitazioni dei lavoratori.
Ci sono voluti l'equivalente di due tonnellate di esplosivo per spezzare la vita di queste persone.
La maggior parte delle vittime proveniva dai villaggi di Tal-Durra e Al-Kafat, inizialmente si parlava di 30 morti e 200 feriti, ma già la mattina successiva il bilancio delle vittime è salito a 100 (addirittura 113 per altre fonti) e dei 200 feriti molti sono ancora in gravissime condizioni.
Le bande criminali hanno sparato anche contro l'ambulanza che stava accorrendo per prestare i primi soccorsi.
Nei ventidue mesi di tragedia siriana, si sono già verificati molti casi di attentati a bus che trasportavano lavoratori. Uno dei primi risale al 6 settembre 2011, quando un minibus che stava portando al lavoro ingegneri della ditta petrolifera cittadina è stato colpito da un attentato. Allora il bilancio era stato di 4 morti e 6 feriti, tutti cristiani e alawiti, provenienti da un quartiere notoriamente filogovernativo.
Ora l'esito degli attentati è diventato ben più grave: oltre 100 vite spezzate e immediatamente dimenticate, che si vanno ad unire alle centinaia di 'Amiriyah, alle centinaia di Aleppo, ai dispersi di Aqrab, al numero impressionante di morti, dispersi, rapiti di cui nessuno sembra volersi ricordare.
…e la strage degli universitari di Aleppo
Il 15 gennaio, primo giorno degli esami semestrali universitari, esplosioni vicino alla Facoltà di Architettura e al dormitorio dell’università di Aleppo (nel quale avevano trovato ricovero anche diversi civili costretti a lasciare le loro abitazioni nelle aree residenziali colpite dagli scontri) causano 83 morti e oltre 160 feriti. L’università si trova in una zona controllata dal governo. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, organo dell’opposizione, da Londra non fornisce dettagli circa le cause. La portavoce del Dipartimento di Stato Usa Victoria Nuland attribuisce la strage a un bombardamento dell’aviazione, ripetendo le accuse dei Comitati di coordinamento locale (Ccl) dell’opposizione; le sue parole sono definite “blasfeme” dal ministro degli esteri russo Lavrov. Il governo accusa gruppi terroristi.
Fonti vicine all’opposizione sostengono che si sia trattato di un attacco aereo ma erroneo, non intenzionale (vero obiettivo sarebbero stati dei miliziani armati), oppure che il pilota abbia fatto defezione, o infine che a fare la strage siano stati i gruppi dell’opposizione, ma con una traiettoria deviata.
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=1289
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venerdì 17 agosto 2012
Siria - B.Henry Levy : "Aleppo come Bengasi,l' occidente intervenga "
Propongo questo scritto di B.H.Levy perche' dimostra qual' e' la linea che l' Occidente, o almeno una sua parte, sta portando avanti in Siria: arrivare al rovesciamento del governo siriano a tutti i costi, anche con un' altra guerra Nato. In questi giorni, scrivo il 17 agosto 2012, si sta preparando il terreno nell' opinione pubblica occidentale a una no fly zone e altre sanzioni. Ci sara' in settimana un nuovo Consiglio di Sicurezza sull' emergenza umanitaria. Tutto e' finalizzato a fare accettare senza alcuna protesta questo passaggio che togliera' al governo siriano il controllo totale del suo paese.
marco
Aleppo come Bengasi, l'Occidente intervenga
No fly zone e aree cuscinetto per favorire la caduta di Assad
La fine di Assad
di B. Henry Levy
Combattimenti ad Aleppo
L a tragedia siriana (la demenza senza scampo che si è impossessata di Bashar al Assad, l'interminabile martirio dei civili bombardati dai suoi assassini) suscita parecchi tipi di domande che la tregua estiva non deve evitare di porre.
I dittatori non prendono vacanze!
1. Bisogna intervenire?
E la «responsabilità di proteggere», che è la versione Onu dell'antica teoria della guerra giusta, si può applicare alla situazione? La risposta è sì.
Incondizionatamente sì. O, per essere più precisi, non può essere che sì per coloro che, l'anno scorso, reputavano si applicasse al caso libico. La causa è giusta. L'intenzione è onesta. Sono i siriani stessi che - parametro essenziale - chiedono aiuto. I ricorsi politici e diplomatici, i tentativi di mediazione, sono tutti andati a vuoto. E i danni causati da un'operazione di salvataggio dei civili saranno, qualunque cosa succeda, minori dei danni causati dai cannoni a lunga portata che uccidono le città insorte. La Aleppo di oggi è la Bengasi di ieri. I crimini che vi si perpetrano sono gli stessi che Gheddafi minacciava di compiere nella capitale della Cirenaica. E nessuno capirebbe se quanto è stato fatto in Libia per impedire un crimine annunciato, si rifiutasse di farlo in Siria, non più per impedirlo, ma per fermarlo, dal momento che è già cominciato... È una questione di coerenza. Cioè di logica. Cioè è questione di politica e di morale. La Libia lo impone.
2. Come intervenire? E come, in particolare, trattare il veto russo e cinese? La risposta non è così complicata come pretende chi ha deciso, in anticipo, di non fare nulla. È quella che l'11 marzo 2011 diede il presidente francese Sarkozy ai rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione che chiedevano cosa sarebbe successo se la Francia non avesse ottenuto l'adesione del Consiglio di Sicurezza: «Sarebbe una grande disgrazia; e bisognerebbe far di tutto per evitare di arrivare a quel punto; ma se non ci riusciamo, allora sarà bene mettere in piedi, con le organizzazioni regionali interessate (Lega araba, Unione africana) una istanza di inquadramento sostitutiva che permetterà comunque di agire». Poi, è la risposta indicata, il 30 maggio 2012, stavolta a proposito della Siria, dall'ambasciatrice degli Stati Uniti presso il Consiglio di Sicurezza, Susan Rice, esprimendosi dopo un'audizione di Jean-Marie Guéhenno, vice di Kofi Annan: «La comunità internazionale rischia di non aver presto altra scelta se non quella di prevedere un'azione al di fuori del piano di Kofi Annan e dell'autorità del Consiglio». Al di fuori dell'autorità del Consiglio! Proprio l'ambasciatrice americana! È una questione di diritto, stavolta. Di un emendamento del Diritto quando le sue forme positive contravvengono all'esigenza del diritto naturale e della giustizia. Il veto russo e cinese non è un argomento, è un alibi. È l'alibi di chi, segretamente, conta sul fatto che Assad sia abbastanza forte per annientare l'insurrezione e per farci sentire privi di rimorsi. A lui, il bagno di sangue. A noi, le lacrime di coccodrillo.
3. Che tipo di intervento? E quale «scopo» - nel duplice senso che ha questa parola secondo Clausewitz: scopo della guerra (Ziel) e scopi politici (Zweck) - attribuire alla missione di protezione dei civili siriani? Essendo la malafede, in questo dibattito, manifestamente senza limiti, molti fanno finta di credere che si tratti di spedire in guerra, come in Afghanistan, battaglioni di soldati di fanteria. La realtà non è questa. La realtà è, innanzitutto, una no fly zone installata nelle basi della Nato a Izmir e a Incirlik, in Turchia, e che impedisca agli aerei di Assad di bombardare le donne e i bambini di Aleppo. È, in seguito, una no drive zone che vieti, sempre per via aerea, alle sue divisioni di blindati di spostarsi di città in città e di disseminarvi anch'esse il terrore. È la proposta del Qatar di instaurare no kill zones , «santuarizzate» attraverso elementi dell'esercito siriano libero, equipaggiate di armi difensive. Ed è l'idea turca, infine, di buffer zones a nord del Paese, che offrano un rifugio ai civili in fuga dai combattimenti. Una gamma scaglionata di misure che facciano capire al dittatore che il mondo non tollera più questa carneficina. Uno scenario abbastanza vicino, in fondo, a quello che fu immaginato, nelle prime settimane, dalla coalizione anti Gheddafi, e che solo l'oltranzismo suicida della «Guida» fece debordare dai suoi obiettivi iniziali.
Che Assad sia folle come Gheddafi, che sia pronto, come lui, ad arrivare fino al viva la muerte , è una possibilità, certo - ma non è l'ipotesi più plausibile ed è la ragione per cui questo piano in diverse tappe, questa azione graduata, dosata, e attenta a non arrivare subito agli estremi, potrebbero far cedere il regime. Assad è una tigre di carta. È forte della nostra debolezza. Che gli amici del popolo siriano mostrino la loro risolutezza, che diano segni tangibili della loro capacità di colpire ed egli preferirà - possiamo scommetterlo - l'esilio al suicidio.
4. Chi per questo intervento? E concretamente, quale forza? È qui che le situazioni siriana e libica differiscono: ma non nel senso che in genere si crede. Gheddafi, contrariamente a quanto è stato spesso scritto, disponeva di solidi appoggi nella regione. E la stessa Lega araba che fu, certo, la prima a evocare la necessità di una no fly zone , lo fece a fior di labbra e non senza dare l'impressione, molto presto, di essere spaventata dalla propria audacia. Assad, invece, è stato messo al bando dal mondo arabo. È stato molto presto sospeso dalle sue istituzioni e organizzazioni. È detestato in Africa. Temuto in Israele. Soprattutto, ad Ankara, ha un nemico dichiarato, dotato di un'armata possente, essa stessa integrata alla Nato; un nemico che ha due ragioni, almeno, di voler farla finita con lui: l'ancestrale rivalità turca con l'Iran che, invece, sostiene Assad; e il timore di vedere questa guerra, prolungandosi, nutrire le velleità secessioniste della propria minoranza curda che, in maniera del tutto naturale, si ispirerebbe ai curdi siriani impegnati, dall'altro lato della frontiera, a conquistare, armi in pugno, un'autonomia di fatto... Assad è più isolato di quanto lo fosse Gheddafi. E la coalizione che venisse in soccorso delle sue vittime sarebbe al tempo stesso più numerosa, più facile da installare e appena meno potente di quella che componevano, quasi da soli, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.
5. Quale ruolo ha la Francia in tale contesto? E, al di là della Francia, l'Europa? Quello dell'iniziatore, del facilitatore, dell'architetto. La voce della Francia è ascoltata. La Francia gode, nella regione, del prestigio che la sua azione in Libia le ha dato. Ha legami storici con il Paese del Giardino sull'Oronte e con quello che una volta era chiamato il Levante. E per una coincidenza di calendario ha la presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza Onu. Si avrebbe difficoltà a capire, in queste condizioni, se il successore di Sarkozy, oltretutto appena eletto e che quindi gode di una libertà di manovra che probabilmente non ha il presidente Obama, paralizzato dal proprio calendario elettorale, non utilizzasse in pieno le risorse che la situazione gli offre. E sarebbe increscioso se non si facesse di tutto per accelerare la formazione di questa grande alleanza che, da sola, farà andar via colui che il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, ha più volte qualificato come carnefice del proprio popolo. Catalizzare le energie, federare le volontà convergenti ma diverse, incoraggiare chi esita, scoraggiare i disfattisti e invocare la coscienza di ciascuno e del mondo a partire dalla tribuna unica che sarebbe, ancora una volta, un Consiglio di Sicurezza convocato d'urgenza e a livello dei ministri.
6. C'è il rischio di un incendio esteso alla zona circostante? E l'implicazione crescente dell'Iran nel dossier non costituisce un elemento di pericolosità supplementare, che non esisteva con la Libia? Sì, probabilmente. Ma il ragionamento può essere invertito. E quel che scopriamo, in effetti, della forza del legame fra Assad e Ahmadinejad, quello che supponevamo ma che si svela, ora, in piena luce, del carattere vitale di questo asse, dovrebbe ispirare due sentimenti. Innanzitutto lo spavento, all'idea che questa rivolta anti regime sarebbe potuta sopravvenire uno, due, cinque anni più tardi, in un mondo in cui l'alleato iraniano avrebbe raggiunto la famosa soglia nucleare che è il suo obiettivo: il massimo del ricatto, allora; presa in ostaggio, senza replica, dell'intera comunità internazionale; e, peggio dell'incendio, la possibilità dell'apocalisse. E poi la determinazione ad approfittare della situazione per tentare di indebolire, se non di spezzare, nel suo elemento debole, l'arco che, partendo da Teheran, va fino agli iranosauri di Hezbollah passando per Damasco e, in minor misura, per Bagdad: intervenire ad Aleppo significherà bloccare - ed è l'essenziale - una guerra contro i civili che ha già fatto più di 20 mila morti.
L'interesse ben chiaro delle nazioni che una volta tanto vanno d'accordo preoccupandosi dell'umanità e dei crimini commessi contro di essa, significherebbe anche colpire al cuore, prima che sia troppo tardi, il triangolo dell'odio che minaccia la regione e, al di là della regione, il mondo. Non l'incendio, ma il raffreddamento della centrifuga dove si preparano le guerre di domani.
7. E il dopo Assad, infine? E la sorte delle minoranze, in particolare cristiane, che il vecchio regime manipola e di cui vorrebbe far credere che fu il protettore storico? La questione è capitale. Tutto è possibile - anche il peggio... - in un Paese in rovina, reso incandescente dalla violenza e dove ogni giorno porta con sé la sua parte di desolazioni, di rabbie impotenti, di ricerca di capri espiatori e, quindi, di regolamenti di conti. Ma la comunità internazionale, come prima cosa, non è priva di risorse davanti a situazioni di questo tipo e si può benissimo immaginare, per la Siria del dopo carneficina, una formula paragonabile a quella che, nel Kosovo, impedì che i serbi rimasti sul posto fossero presi di mira e che, qui, incaricherebbe una forza dell'Onu, o soltanto araba, di vegliare alla ricostruzione civica del Paese. Inoltre, nulla impedisce ai capifila della coalizione che invierà gli aerei della libertà a salvare Homs, Houla o Aleppo di abbinare alla loro iniziativa richieste di garanzie sulla natura del futuro Stato e dello statuto che sarà riservato alle minoranze confessionali. Tali garanzie non sono mai assicurazioni, naturalmente. Ma il precedente libico, anche qui, fa giurisprudenza e fede. Infatti, abbiamo visto come un Occidente amico, caritatevole, liberatore, abbia avuto voce in capitolo nei dibattiti del dopo Gheddafi. Il rifiuto del terrorismo, la riduzione della tentazione integralista islamica, la vittoria elettorale dei moderati, il fatto, infine, di aver evitato la vendetta generalizzata sono il segno di un popolo maturo che la dura esperienza dei combattimenti ha innalzato, nobilitato, liberato di una parte dei suoi cattivi demoni, illuminato. Ma sono anche, in Libia, il frutto di una fratellanza di armi inedita fra la gioventù araba e gli aviatori e i responsabili europei e americani che, per la prima volta, apparivano come gli amici, non dei tiranni, ma dei popoli. Il desiderio di questa fratellanza sarebbe, se necessario, un'altra ragione di applicare al più presto il dovere di protezione dei civili siriani.
(traduzione di Daniela Maggioni)
BERNARD-HENRI LÉVY
15 agosto 2012 | 18:03
Fonte www.corriere.it
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sabato 28 luglio 2012
Iniziata offensiva ad Aleppo ? Scontri urbani e casus belli.
Molte dichiarazioni di attivisti si sono in seguito dimostrate non fondate, quindi spero che ad Aleppo ci sia ancora uno stallo. Ieri il Tg de La7 ha detto che l' offensiva in citta'non era ancora partita e questo poteva essere un segnale di debolezza da parte dell' esercito siriano.
Gli scontri armati nei centri urbani sono l' oggetto principale della battaglia mediatica.
Si e' tentato e si tentera' di sfruttare come "casus belli" la presenza e l' uso nelle citta' di mezzi e armi pesanti da parte dell'esercito,
e probabilmente nei prossimi giorni , se ad Aleppo si combattera' davvero una battaglia aperta tra esercito e "ribelli", sara' denunciato in modo martellante "un massacro di civili"ad opera di Assad. Per ora, ormai da giorni, viene detto ripetutamente che lo si teme.
Il mantra "Assad e' finito"continua, ma o Assad lascia volontariamente o la guerra continuera' per mesi con intervento militare esterno. Io non vedo alternative a questo e considero depistaggi tutte le dichiarazioni che la Nato non interverra'.
Se fosse stata approvata la risoluzione ONU bloccata dal veto russo-cinese un eventuale intervento Nato avrebbe gia' avuto una copertura, ufficiale o solo millantata, dell' ONU.
Ma intanto almeno i media italiani cominciano a parlare della presenza dei gruppi armati "integralisti" quindi credo davvero che ci si stia velocemente avviando all' intervento Nato nel paese perche' nelle prossime settimane sara' sempre piu' chiaro che Assad e' combattutto dai "Talebani"siriani.
marco
ANSA.it
Siria: lanciata offensiva ad Aleppo
Attivisti, militari avanzano dentro la citta'
28 luglio, 08:51
(ANSA) - BEIRUT, 28 LUG - L'esercito siriano ha lanciato la sua offensiva ad Aleppo. Lo riferiscono gli attivisti. I rinforzi militari che da diversi giorni si ammassano alla periferia della seconda citta' della Siria, ''si dirigono verso il quartiere Salaheddine, che conta il piu' grande numero di ribelli e dove sono avvenuti i combattimenti piu' violenti dall'inizio del conflitto'', ha detto Rami Abdel Rahmane, presidente dell'Osservatorio siriano dei Diritti dell'Uomo (Osdh).
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sabato 5 maggio 2012
Siria,Vicario di Aleppo:infiltrati islamici, libici e turchi,nella Universita' di Aleppo
Altra notizia di oggi su Avvenire: il Vicario di Aleppo, Monsignor Nazzarro, denuncia che nella Universita' di Aleppo islamici libici e turchi si infiltrano tra gli studenti per spingerli a forme di lotta piu' "vigorose", rischiando quindi di alimentare i pericoli per la popolazione presa tra due fuochi.
Il Vicario abita a 150 metri dalla Universita' di Aleppo chiusa nei giorni scorsi, dopo una operazione governativa che avrebbe portato, secondo gli oppositori dell' Osservatorio Siriano dei diritti umani a 200 arresti e causato 4 morti tra gli studenti.
Ci sono sempre (e sempre ci saranno) tensioni sulla missione degli Osservatori ONU, la Francia dice che e' fallita o inutile, l' Onu invece che dei risultati ,anche se piccoli, ci sono stati e la violenza e' diminuita. Con la prossima settimana gli osservatori dovrebbero aumentare di numero, e' evidente che Qatar e Francia hanno comunciato ad annunciare il fallimento della missione gia' prima che iniziasse, l' Italia si accoda ed ha affermato che puo' inviare solo un piccolo numero di osservatori.
Nel frattempo abbiamo 4.000 soldati in Afghanistan. Ci fosse un minimo di reattivita' della societa' civile questi comportamenti nella sostenza guerrafondai non potrebbero verificarsi.
Ma questa reattivita' non c'e', proviamo almeno a fare circolare qualche notizia da fonti diverse da quelle impegnatissime e ricchissime che lavorano alla deriva della guerra civile aperta e dell' intervento straniero.
marco
venerdì 4 maggio 2012
Siria, assassinato figlio di oppositore "per il dialogo nazionale senza interferenze straniere" e altre notizie da Avvenire.
Questo piccolo articolo dell’ Avvenire, venerdi’ 4 maggio,
riporta ben quattro notizie da approfondire:
- la prima e’ quella che da il titolo al pezzo, la fonte e’ l’
Osservatorio siriano dei diritti umani ,
- la seconda e’ l’ uccisione in un agguato del figlio di un
oppositore, che ieri aveva firmato con altri un manifesto “per rilanciare il dialogo nazionale senza
interferenze straniere”
- la terza e’ la dichiarazione del portavoce delle missione
ONU secondo il quale “la missione sta avendo effetto”,
- l' ultima e’ l’ accusa dell’ ambasciatore siriano in
Libano a Qatar e Arabia Saudita di essere dietro il carico di armi sequestrato
nelle stive di una nave che stava raggiungendo il Libano dopo essere partita
dalla Libia.
Queste notizie, non molto evidenziate graficamente nell’
articolo,gli spazi tra i diversi temi li ho messi io, mi sembrano importanti e non allineate con la narrazione dei media ufficiali occidentali
sulla Siria.
marco
Raid al campus di Aleppo: uccisi 4 studenti
Di Federica Zoja
Aleppo, prima citta’ della Siria settentrionale, nel mirino
delle forze governative. Nella notte fra mercoledi’ e giovedi’, durante l’ irruzione
della polizia nel campuus universitario della citta’ quattro studenti sono
rimasti uccisi e altri 28 feriti.
A riferirlo e’ stato l’ Osservatorio siriano per i diritti
umani, organizzazione non governativa ,secondo cui le forze di Bashar-el-Assad
hanno compiuto anche 200 arresti. A seguito del bliz, l’ ateneo ha sospeso ogni
attivita’. Da Aleppo e’ giunto l’ appello dei vescovi di Siria che, riuniti nei
giorni scorsi, hanno espresso una ferma condanna della violenza.
Nel frattempo, in una giornata che ha lasciato sul terreno
22 vittime, un misterioso commando armato ha assassinato Ismail Haidar, figlio
di Ali Haider, leader del partito Nazional-sociale siriano (Psss), uno dei
principali dell’ opposizione di regime: secondo il quotidiano filo-governativo Al-Baath, che ne ha dato la
notizia, Ismail e un suo amico sono satati crivellati di proiettili lungo la
strada che collega Homs, nel centro del paese, a Masyaf, un centinaio di
chilometri a Nord-ovest. Intervistato, il padre della vittima ha respinto le
condoglianze, “perche’ il sangue di mio figlio, non vale piu’ di quello di
qualunque altro cittadino siriano”. Ieri Ali Haidar e altri oppositori avevano
firmato un manifesto comune per “rialanciare il dialogo nazionale senza
interferenze straniere “.
Nonostante i diffusi episodi di violenza, Neeraj Singh,
portavoce a Damasco della missione di monitoraggio dell’ Onu in Siria (Unsmis),
ha dichiarato: “Abbiamo osservato che la presenza della missione sta avendo
effetto”. Attualmente la missione conta 50 membri, ma nei prossimi giorni e’
destinata ad aumentare fino a 300 unita’. Singh ha ammesso comunque che “Il
cessate il fuoco non e’ stabile”. Ieri il capo della missione, il generale
norvegese Robert Mood, e’ giunto ad Homs.
Da parte di Damasco, nuove accuse ad Arabia Saudita e Qatar,
monarchie ritenute responsabili di armare l’ opposizione. L’ ambasciatore
siriano in Libano, Ali Abdel-Karim Ali, ha accusato Riad e Doha di essere
dietro al carico di armi nascosto nelle stive di una nave intercettata venerdi’
al largo delle coste libanesi, la Luftallah
II, salpata dalla Libia e giunta in Libano dopo una tappa ad Alessandria d’Egitto. La Marina libanese l’ ha
intercettata prima che facesse rotta per un porto siriano.
Dall’ Avvenire di venerdi’ 4 maggio
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