lunedì 8 ottobre 2012

Siria, le notizie della settimana dal 30 settembre al 6 ottobre 2012


Siria, le notizie della settimana dal 30 settembre al 6 ottobre 2012


PARLAMENTO TURCO AUTORIZZA OPERAZIONI MILITARI ALL’ESTERO
Giovedi’ ad Ankara i deputati turchi hanno approvato una mozione che autorizza per un anno operazioni militari in territorio estero. La votazione ha visto 320 voti favorevoli e 129 contrari. Ha votato contro il documento l’ opposizione composta dal Partito Repubblicano del Popolo e dal curdo Partito per la Pace e la Democrazia.

Sul Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi ha scritto che il provvedimento era stato pensato per i curdi dell’ Irak ma, dopo le 5 persone uccise da un colpo di mortaio proveniente dalla Siria, si e’ giunti alla stesura finale che non pone limiti geografici ad eventuali operazioni militari anche se fa un riferimento esplicito alla crisi siriana.

Questo voto parlamentare, descritto solo come un monito alla Siria, potrebbe quindi essere sfruttato anche in altre occasioni, magari per bombardare con l’ aviazione basi curde in Iraq o in Siria.

LE MOLTE TENSIONI IN TURCHIA, TROPPO COINVOLTA NELLA CRISI SIRIANA
Il vero problema della Turchia e’ il suo eccessivo coinvolgimento nella crisi siriana che ha pesato su Ankara piu’del previsto. La conseguenza piu’ grave e’ l’ intensificazione della guerriglia curda. L’ appoggio della Turchia ai gruppi armati contro Assad ha provocato in risposta l’aiuto siriano ai ribelli del Kurdistan. Erdogan ha parlato di centinaia di combattenti curdi uccisi negli ultimi mesi ed ha cercato un dialogo con Ocalan, leader del PKK in carcere dal 1999, per limitare gli attacchi armati. Nei territori turchi vicini alla Siria si sono verificate anche tensioni tra i residenti alauiti e i rifugiati siriani sunniti, alcune migliaia, tanto che i profughi sono stati trasferiti in una zona a 200 km dal confine. Anche la politica interna preoccupa Erdogan. Il suo partito raccoglie al momento circa il 50% dei consensi ma la popolarita’ del capo del governo e’ in calo e l’opposizione lo accusa di limitare la liberta’ di stampa e i diritti civili in generale. Oltre a migliaia di curdi sono detenuti nelle carceri turche circa 2.800 giovani accusati quasi tutti solo di aver partecipato ad attivita’ politiche.

Alcune settimane fa il governo e’ stato attaccato anche per le torture a cui sono state sottoposte due musiciste molto conosciute, mentre sono stati condannati a pesanti pene 3 generali dell’ esercito e 200 ufficiali per un golpe ideato nel 2003 e fermato appena iniziato. Forte e’ anche l’ opposizione alla partecipazione turca, diretta o indiretta, alla guerra contro Assad. Questo schieramento comprende minoranze, soprattutto alauiti e curdi, la sinistra e pacifisti. Nelle settimane scorse c’erano state manifestazioni con una buona partecipazione nelle zone vicino alla Siria e mobilitazioni contro la guerra sono arrivate puntuali anche in occasione della crisi attuale: la prima, piccola ad Ankara sotto il parlamento durante il voto della mozione sulle operazioni militari, e’ stata dispersa dalla polizia con gas lacrimogeni, mentre a Istanbul nella serata dello stesso giorno alcune migliaia di persone hanno sfilato in maniera pacifica.

LE VIOLENZE E GLI SCONTRI ARMATI
La settimana era iniziata con violenti combattimenti ad Aleppo dopo il nuovo attacco dei ribelli alla citta’ iniziato il giovedi’ precedente. Gli scontri erano e sono tuttora molto cruenti. Grande spazio sui media e’ stato dato alle devastazioni nello storico suq di Aleppo, del 1.300, dove, soprattutto a causa di incendi, sono andate distrutte 500 attivita’ commerciali. Un incendio doloso attribuito all’ Esercito Libero Siriano ha devastato anche il convento francescano di Sant’ Antonio da Padova dove erano ospitati un ambulatorio medico e un reparto di maternita’.

Il mercoledi’ mattina sempre ad Aleppo quattro attentati rivendicati da Al Qaeda hanno causato decine di vittime e venerdi’ c’e’ stata una condanna del Consiglio di Sicurezza ONU a questi ultimi episodi, notizia che io ho letto solamente sul sito delle Nazioni Unite e non ho trovato su altri mezzi di informazione. In questo clima violentissimo mercoledi’ e’ giunta la notizia delle cinque persone, tra le quali tre bambini, uccise in territorio turco da un colpo di mortaio sparato dalla Siria. Ankara ha risposto subito con bombardamenti uccidendo a sua volta 5 militari siriani e ferendone 15. Questo primo attacco in territorio siriano secondo l’ Unita’ ed altri media e’ stato effettuato dall’ aviazione turca. Altre scaramucce si sono verificate nel fine settima. Giovedi’sera e’ stato votato un documento di condanna dal Consiglio di Sicurezza. La risoluzione approvata scrive di un colpo di mortaio proveniente dal territorio siriano, invita il governo di Damasco a rispettare la sovranita’ territoriale dei paesi vicini e nell’ occasione Ban Ki moon ha chiesto moderazione a entrambi i paesi coinvolti nella crisi.

La Russia aveva bocciato una prima stesura di condanna dell’ episodio dove era scritto “..crisi siriana…. minaccia per la pace mondiale..”. Mentre ha accettato una seconda scrittura dove la guerra in Siria viene definita un pericolo per la pace della regione mediorientale.


INTANTO PROSEGUE LA RICERCA DI UNA SOLUZIONE POLITICA
Le ultime settimane erano state caratterizzate dagli eventi nel mondo islamico dopo l’ assalto all’ambasciata USA di Bengasi e dal dibattito generale all’Assemblea ONU .
La guerra siriana era cosi’ passata in secondo piano, ma in questo periodo di minore attenzione mediatica si e’ cercato ugualmente di tessere rapporti per costruire un uscita politica alla guerra .
Ci sono stati i colloqui di Brahimi, gli incontri del gruppo di contatto regionale proposto dall’Egitto, i movimenti dell’ opposizione interna e all’ Assemblea dell’ ONU tutti i principali paesi hanno espresso la loro posizione sulla crisi. .
Molti di questi eventi sono stati raccontati dai media, anche se non in maniera sufficiente. Io segnalo qualcosa che ritengo interessante ma poco approfondito dall’ informazione.

EGITTO, CENTRALE NEL FRONTE ANTI-ASSAD MA CON UNA POSIZIONE AUTONOMA
L’ Egitto ha una posizione apertamente ostile ad Assad. A fine agosto, all’ Assemblea dei paesi non allineati di Tehran, Morsi ha fermato la proposta iraniana di una mediazione di paesi appartenenti ai nonallineati e nel suo intervento ha definito il governo di Assad un regime oppressivo, provocando l’ uscita dei delegati siriani dall’ aula della assemblea.
Il Cairo ha pero’ differenze rilevanti rispetto ad altri paesi del fronte anti Assad. Morsi inoltre , prima di essere eletto Presidente dell’ Egitto, era leader dei Fratelli Musulmani Egiziani, gruppo affine e di dimensioni piu’ grandi dei Fratelli Musulmani Siriani, perno del CNS, potrebbe avere di conseguenza piu’ influenza sulla crisi di quanto avvenuto finora, essendosi insediato nel suo ruolo di presidente quando il conflitto a Damasco era iniziato ormai da mesi.

LE DIFFERENZE PIU’ IMPORTANTI TRA MORSI E I PAESI OCCIDENTALI E DEL GOLFO.
Finora Morsi si e’ pronunciato in modo netto contro ogni intervento militare straniero. Questa posizione potrebbe essere giudicata di facciata. Ma la dichiarazione egiziana all’ assemblea ONU contro questa eventualita’ e’ arrivata dopo il discorso dell’Emiro del Qatar che aveva sostenuto la legittimita’ di un intervento militare arabo in Siria ed e’ suonata come una bocciatura, almeno momentanea, dell’ ipotesi qatariota.

Inoltre l’ Egitto ha organizzato al Cairo gli incontri del gruppo di contatto regionale comprendente Egitto, Iran, Arabia Saudita e Turchia. Questo tentativo e’ attualmente in difficolta’ per le assenze ripetute di Turchia ed Arabia Saudita. Ma la presenza, voluta da Morsi, dell’ Iran in questo gruppo e’ un segnale di autonomia dagli Stati Uniti che in precedenza avevano impedito a Kofi Annan di invitare Tehran alla Conferenza di Pace a Ginevra e insieme ad Israele avevano abbandonato l’assemblea delle Nazioni Unite prima dell’ intervento del presidente iraniano Ahmadinejad.

Infine Morsi appoggia , verbalmente ma all’ apparenza con sincerita’, il tentativo di mediazione di Brahimi. I paesi occidentali e arabi invece parlano dell’ atteso piano di pace del diplomatico algerino come se questo fosse gia’ fallito con l’inconfessata intenzione di fermarlo sul nascere.

LE MONDE SUL RAPIMENTO DELL’ OPPOSITORE COMUNISTA ABDELAZIZ
Il 20 settembre Abdelaziz Al-Khayer, rappresentante del piccolo Partito d’ Azione Comunista, e’ stato rapito con Ahyah e Tahhan, anch’essi esponenti del CNCCD, nei pressi dell’ aeroporto di Damasco al ritorno da un viaggio a Pechino. Secondo ambienti filogovernativi gli autori del rapimento apparterrebbero all’ opposizione. Ma un articolo di Le Monde da un’ altra versione. Abdelaziz sarebbe stato arrestato dai servizi segreti dell’ aviazione siriana e questo atto avrebbe provocato delle crepe nei rapporti tra Mosca e Damasco.

Abdelaziz aveva incontrato in Cina, insieme a Manna , leader del Coordinamento arrivato da Parigi, il ministro degli esteri cinese Yiechi per chiedere il sostegno di Pechino alla Conferenza per la salvezza della Siria, organizzata dall’ opposizione interna e in programma a Damasco per il 24 settembre.

Questa’ iniziativa era stata annunciata una prima volta per il 14 settembre ma il governo aveva ostacolato l’ evento finche’ la sala di un Hotel di Damasco non e’ stata prenotata direttamente da diplomatici russi che hanno aiutato a tenere la riunione dopo un incontro parigino tra Manna, Abdelaziz e Bogdanov, viceministro degli esteri di Mosca.

La Conferenza rimaneva poco gradita ad una parte consistente dell’ opposizione e ad alcuni ambienti vicini al governo. Quindi il rapimento dei tre esponenti dell’ opposizione, episodio ancora non concluso e non chiarito. Comunque la Conferenza ha avuto luogo il 29 settembre, con la presenza anche di rappresentanti egiziani, algerini, iraniani, cinesi e russi, e si e’ espressa contro ogni intervento straniero, per un processo politico tra siriani che porti alla fine del potere di Assad e per un pieno appoggio al lavoro di Brahimi.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=994

Rete No War-Ministro Terzi nega il visto a delegazione parlamentare siriana


NapoliNoWar


Sito dei Compagni di Napoli contro la guerra alla Siria
Comunicato della Rete NO WAR in data 7.10.2012:

Il Ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi continua a manifestare apertamente il suo atteggiamento oltranzista e bellicista nei confronti della crisi siriana, opponendosi di fatto ad ogni possibilità reale di dialogo tra le parti in conflitto.

Dopo aver rilasciato dichiarazioni di incondizionato sostegno alla Turchia per gli incidenti di confine con la Siria, senza menzionare il fatto che la Turchia da oltre un anno costituisce la retrovia strategica alla bande armate che seminano il caos e cercano di destabilizzare il paese, ora il nostro Ministro degli Esteri ha negato il visto d’ingresso in Italia ad una delegazione parlamentare siriana che doveva avere incontri istituzionali con la Commissione Esteri del Senato Italiano, con la Commissione Affari Istituzionali della Camera e con la Comunità di S.Egidio.

Negare la possibilità di un confronto pluralistico di opinioni e di dialogo non fa altro che alimentare il pericolo che l’attuale guerra per procura alimentata da vari paesi occidentali, tra cui il nostro, dalla Turchia e dalla petromonarchie arabe reazionarie, si trasformi in una guerra aperta che incendierebbe l’intero Medio Oriente.

http://napolinowar.wordpress.com/

martedì 2 ottobre 2012

No Monti Day, 27 ottobre a Roma manifestazione nazionale.



Il 27 ottobre No Monti Day

di Comitato Promotore No MOnti Day

Tutte/i a Roma, piazza della Repubblica alle 14,30 il 27 ottobre. L'appello per la manifestazione nazionale.
Siamo persone che lottano, organizzazioni sociali e sindacali, forze politiche e movimenti civili, e ci siamo assunti l'impegno di dare voce e visibilità alle tante e ai tanti che rifiutano e contrastano Monti e la sua politica di massacro sociale, dando vita il 27 ottobre a Roma a una giornata di mobilitazione nazionale, NO MONTI DAY.

Scendiamo in piazza per dire:

NO a Monti e alla sua politica economica che produce precarietà, licenziamenti, disoccupazione e povertà, no alle controriforme liberiste, oggi e domani.

NO all'Europa dei patti di stabilità, del Fiscal Compact, dell'austerità e del rigore, che devastano da anni la Grecia e ora L'Italia.

NO all'attacco autoritario alla democrazia, no alla repressione contro i movimenti ed il dissenso, no allo stato di polizia contro i migranti.

Sì al lavoro dignitoso, allo stato sociale , al reddito, per tutte e tutti, nativi e migranti.

Sì ai beni comuni, alla scuola e alla ricerca pubblica, alla salute e all'ambiente, a un'altra politica economica pagata dalle banche, dalla finanza dai ricchi e dal grande capitale, dal taglio delle spese militari e dalla cancellazione delle missioni di guerra, dalla soppressione dei privilegi delle caste politiche e manageriali, sì alla cancellazione di tutti i trattati che hanno accentrato il potere decisionale nelle mani di una oligarchia.

Sì alla democrazia nel paese e nei luoghi di lavoro, fondata sulla partecipazione, sul conflitto e sul diritto a decidere anche sui trattati europei.

Vogliamo manifestare per mostrare che, nonostante la censura del regime informativo montiano, c'è un'altra Italia che rifiuta la finta alternativa tra schieramenti che dichiarano di combattersi e poi approvano assieme tutte le controriforme, dalle pensioni, all'articolo 18, all'IMU, alla svendita dei beni comuni, così come c'è un'altra Europa che lotta contro l'austerità e i trattati UE.

Un'altra Italia che lotta per il lavoro senza accettare il ricatto della rinuncia ai diritti e al salario,che difende l'ambiente ed il territorio senza sottomettersi al dominio degli affari.

Un'altra Italia che lotta per una democrazia alternativa al comando autoritario dei governi liberisti e antipopolari europei primo fra tutti quello tedesco, della BCE della Commissione Europea e del FMI, del grande capitale e della finanza internazionale.

Promuoviamo una manifestazione chiara e rigorosa nelle sue scelte, che porti in piazza a mani nude e a volto scoperto tutta l'opposizione sociale a Monti e a chi lo sostiene, per esprimere il massimo sostegno a tutte le lotte in atto per i diritti, l'ambiente ed il lavoro, dalla Val di Susa al Sulcis, da Taranto a Pomigliano, dagli inidonei e precari della scuola, da Cinecittà occupata ai tanti esempi di cultura condivisa come il Teatro Valle occupato e le tante altre in giro per l'Italia, a tutte e tutti coloro che subiscono i colpi della crisi.

Vogliamo che la manifestazione, che partirà alle 14,30 da Piazza della Repubblica, si concluda in Piazza S. Giovanni con una grande assemblea popolare, ove si possa liberamente discutere di come dare continuità alla mobilitazione.

Proponiamo a tutte e tutti coloro che sono interessati a questa percorso di costruirlo assieme, specificandone e ampliandone i contenuti, fermi restando i punti di partenza e le modalità qui definiti.

Il comitato promotore NO MONTI DAY ROMA 27 OTTOBRE
https://sites.google.com/site/nomontiday27ott2012/



domenica 30 settembre 2012

Discorso di Bahar Kimyongur del "Comitato contro l' ingerenza in Siria", Bruxells, 25 settembre 2012.


Domenica 30 Settembre 2012 12:54

Siria: il regalo degli Stati Uniti ad Al Qaida, e vice-versa
di Bahar Kimyongür *

Discorso di Bahar Kimyongür, portavoce del “Comitato contro l’ingerenza in Siria” (CIS), in occasione di una manifestazione organizzata davanti all’ambasciata degli Stati Uniti a Bruxelles, il 25 settembre 2012, per protestare contro la distruzione programmata della Siria da parte degli USA e dei loro alleati.

Un discorso che potremmo definire "pacifista radicale", con diverse ingenuità, ma potente nella denuncia dell'Occidente.
Numerosi sono gli amici che ci hanno chiesto perché abbiamo scelto di riunirci davanti all’ambasciata degli Stati Uniti per difendere la pace in Siria.
Per fornire loro una risposta, cominciamo con la constatazione schiacciante, anzi con un rimprovero all’indirizzo di tutti noi, per la nostra sorprendente amnesia e la nostra cecità complice di fronte all’onnipresenza multiforme e al bellicismo degli Stati Uniti in Siria.
Davvero, siamo così condizionati dalla propaganda delle nostre élites che ci dimentichiamo chi in realtà incarni il male principale del genere umano, e del popolo siriano in particolare.
Perciò, non mancheremo di sottolineare a questi nostri amici le precedenti guerre d’aggressione che l’Impero statunitense ha scatenato, come iperpotenza colpevole pluri-recidivante di genocidi.
Con le sue 761 installazioni militari distribuite sui cinque continenti (vedi Chris Hedges, L’empire de l’illusion, Ed. Lux, 2012), questo Impero esercita una dittatura globale, senza la quale il mondo starebbe tanto meglio!

Non mancheremo di passare in rassegna l’inventario dei crimini commessi dagli Stati Uniti, a Hiroshima, a Mai Lai durante la guerra del Vietnam, a Falloujah in Iraq, a Gaza in Palestina, nella Sirte in Libia.
Denunciamo il loro uso del napalm, dell’“Agente Orange”, dei loro droni Predator, i loro tappeti di bombe riversati dai loro B-52 su intere città, l’avere finanziato e armato i “contras” e “contractors” in Afghanistan, in Guatemala, in Nicaragua, i loro golpe militari, le loro minacce, le loro sanzioni, i loro ricatti, la loro politica di corruzione degli oppositori ai regimi giudicati ostili.
Attualmente, a forza di ingozzarci di immagini tutte orientate a dimostrare a tutti i costi la barbarie dell’esercito siriano, i nostri media sono abilmente pervenuti a renderci assuefatti ai crimini degli Stati Uniti, eternamente impuniti, la cui barbarie è proporzionale ai mezzi impiegati.

Ogni giorno siamo allo stesso tempo complici e vittime, fisiche e morali, di un Impero che nel 2010 ha impiegato da solo il 43% dei bilanci militari mondiali, vale a dire quattro volte più della Cina e della Russia messe insieme.
Noi siamo a tal punto condizionati dalle immagini che ci pervengono dalla Siria, che ci mostrano le atrocità in modo assolutamente unilaterale, e dai discorsi contro la Russia, contro la Cina e contro l’Iran, che non teniamo più presenti tutte la basi navali e aeree statunitensi, i sistemi radar degli Stati Uniti, gli agenti della CIA, che operano per la distruzione programmata della Siria.
Se siete ancora scettici sulla questione del ruolo centrale degli Stati Uniti nel caos siriano, vi invitiamo a gettare uno sguardo più attento sulle operazioni in corso sul fronte nord-occidentale della Siria.
Nella provincia turca di Hatay, cioè ai piedi della roccaforte siriana, gli jihadisti di Al Qaida o dell’Esercito siriano di Liberazione ASL, operano a stretto contatto con i soldati dell’esercito turco di Erdogan e con le truppe statunitensi. A qualche chilometro dalla frontiera siriana, esiste una base radar della NATO, quella di Kisecik, situata sulla sommità della catena montuosa dell’Amanus. Gli abitanti del paese di Antiochia denominano questo sito come “il radar”.

Al punto 0 della frontiera siriana, sulla cima del Djebel El Aqra’ (il monte Cassius), la NATO è impegnata a costruire una nuova base osservatorio (fonte: Antakya Gazetesi, 28 agosto 2012). Situato sopra il villaggio siriano di Kassab, sui 1700 m. di altitudine, questo sito, da cui ad occhio nudo si possono percepire le coste cipriote, è altamente strategico. Questa installazione militare dominerà la provincia siriana di Lattaia, il che consentirà il controllo di tutta la Siria, per cielo, terra e mare.
Situata a meno di 150 km dalla frontiera siriana in linea d’aria, la base militare d’Incirlik, da cui transitano gli armamenti provenienti dalla Libia con destinazione gli insorti siriani, è una delle più grandi basi aeree e di sorveglianza statunitensi di tutto il mondo.
Nel Golfo di Alessandretta, a meno di un miglio marino dalle coste siriane, naviglio da guerra della NATO fornisce agli insorgenti siriani informazioni e rilevamenti di natura militare.
Nella medesima provincia di Hatay e nella provincia vicina di Adana, la CIA dispone di centri di formazione militare riservate agli insorgenti siriani.
Se dubitate di tutto questo, vi invitiamo ad andare a leggere l’intervista concessa alla BBC da Thwaiba Kanafani, una spia che lavora per conto dell’Esercito siriano di Liberazione ASL (cf. reportage di Richard Galpin, BBC, 4 agosto 2012).
I veterani dell’Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Iraq, Libia, gli jihadisti provenienti dal Tagikistan e dallo Yemen, dalla Francia o dal Maghreb arrivano con mezzi vari, con bus e con aerei stracolmi, secondo corridoi di trasporto stradale ed aereo internazionali.
Se dubitate di questa nuova crociata jihadista scatenata da Al Qaida, vi invitiamo ad andare a leggere l’illuminante reportage di Ghaith Abdoul-Ahad per conto del Guardian, pubblicato questa domenica (The Guardian, Syria: the foreign fighters joining the war against Bashar al-Assad, 23 septembre 2012 – The Guardian, Siria: combattenti stranieri partecipano al conflitto contro Bashar al-Assad, 23 settembre 2012).
La popolazione cosmopolita di Hatay, che mai aveva visto una sola barba salafita nella regione, assiste tutti i giorni allo sbarco di uomini all’apparenza poco pacifisti e talvolta perfino armati.
È impossibile che dei battaglioni di Al Qaida possano arrivare in modo così massiccio senza attirare l’attenzione delle truppe statunitensi o turche, che controllano palmo a palmo tutta la regione.
In ogni caso, gli Stati Uniti, che sono tanto pronti a bombardare quando notano il minimo movimento sospetto nel deserto dello Yemen o nelle montagne del Pakistan, non hanno veramente l’aria di preoccuparsi per questo afflusso di jihadisti.
Quanto all’esercito turco, non arretra davanti ad alcuna difficoltà pur di aiutare i terroristi nel saccheggiare la Siria.
D’altronde, le catene televisive turche diffondono in diretta gli scontri militari frontalieri fra le truppe governative siriane e i ribelli, che vanno e vengono fra i campi profughi situati fra il territorio della Turchia e quello della Siria.
Al posto di raffreddare i conflitti, di impedire questo terrorismo che agisce a cavallo dei confini, l’esercito turco punta i cannoni dei suoi blindati e i suoi lancia-missili contro l’esercito della Siria.
Alcuni potrebbero obiettare che gli insorti ricevono ben scarsi armamenti dall’Occidente.
Tuttavia, su decine di fotogrammi che ci arrivano dal fronte siriano, è possibile riconoscere, branditi dai ribelli, fucili di precisione M24 statunitensi, lancia-razzi RPG russi in dotazione all’ex esercito libico introdotti via mare dalla NATO, fucili AUG Steyr austriaci, MANPADS statunitensi (MANPADS è l’acronimo di Man-portable air-defense systems ed indica un sistema missilistico antiaereo a corto raggio trasportabile a spalla) inviati dal Qatar e dall’Arabia Saudita e consegnati proditoriamente dall’esercito turco. (Fonte : Reuters, 31 luglio 2012).
La stampa svizzera informa che migliaia di granate svizzere vendute agli Emirati Arabi Uniti sono pervenute nelle mani dei ribelli siriani dopo essere state offerte ai militari della Giordania. (RTS Info, 21 settembre 2012).
Non occorre essere grandi esperti per capire come gli Stati Uniti siano presenti in tutto questo, ma in modo molto discreto, così come si sono comportati durante la guerra di Libia.
Un breve richiamo allo scenario libico dovrebbe consentire di comprendere meglio la strategia che gli Stati Uniti stanno osservando in Siria.
Atto 1: due giorni dopo l’adozione della Risoluzione che autorizzava la creazione di una zona di esclusione aerea (no-fly-zone), una pioggia di missili da crociera statunitensi Tomahawk distruggeva le linee di difesa dell’esercito libico.
Atto 2: aerei francesi, belgi, spagnoli e britannici entravano in azioneAtto 3: i mercenari e gli jihadisti terminavano il lavoro.
Possiamo constatare che, come in Libia, gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali preferiscono tenere un basso profilo anche in Siria.
Per il momento, costoro si accontentano di far pervenire il materiale bellico, e di regolamentarne i traffici, ai ribelli siriani, materiale militare dei loro vassalli arabi del Golfo, ben inteso di fabbricazione usamericana.
Per sbarazzarsi e vendere questi armamenti ai petro-monarchi del Golfo, il protettore e fornitore usamericano non manca di agitare il fantasma di un’aggressione da parte dell’Iran. Non ci vuole molto perché gli sceicchi del Qatar e dell’Arabia Saudita si piscino addosso dal terrore lordando le loro belle tuniche da maschi (dichdacha).
Altra constatazione: grazie ai loro sistemi spionistici, gli Stati Uniti hanno aperto brecce nella fortezza siriana attraverso cui i ribelli siriani possono stabilmente installarsi nel paese sotto assedio.
Attualmente, più che un sentiero di Ho Chi Minh, è un largo viale che i servizi segreti dell’esercito turco e statunitensi hanno offerto ai ribelli.
E se gli osservatori stranieri che percorrono la zona vedono nelle mani dei ribelli solamente armamenti rudimentali o in disuso, senza dubbio è perché in quel momento l’esercito siriano sta bombardando in modo efficace le vie di approvvigionamento della ribellione, che collegano la Turchia al fronte di Idlib e di Aleppo.
Il risultato di questo attivismo statunitense, occidentale e dei paesi del Golfo sta nel fatto che i bambini della Siria vengono esposti ad un conflitto mortale, da cui nessuno potrà uscirne vincitore.
Il gigante del Nord America, che sognava di vedere un mondo arabo soggetto e diviso, mai avrebbe sperato in uno scenario migliore ad un costo così basso.
Grazie all’Esercito siriano di Liberazione ASL e ad Al Qaida, gli Stati Uniti non devono proprio impegnare le loro truppe sul fronte siriano.
Quando l’ASL moltiplica le sue angherie e i suoi crimini di guerra, alcuni si interrogano in modo legittimo sul perché gli Stati Uniti evitino di inserire questa formazione all’interno della lista delle organizzazioni terroristiche, dato che in questo elenco figurano altre organizzazioni molto meno crudeli.

È necessario ricordare che il marchio di terrorista viene imposto dagli Stati Uniti a seconda che il ribelle sia utile o danneggi gli interessi usamericani.
Prova ne sia che, su richiesta espressa della lobby sionista statunitense, Hillary Clinton si appresta a radiare dalla lista statunitense delle organizzazioni terroristiche il Mujahedin-e Khalq (MEK).
La motivazione? L’organizzazione iraniana dissidente ha aiutato Israele nella raccolta di informazioni sulle installazioni nucleari del governo di Teheran (De Standaard, 24 settembre 2012).
[N.d.tr.: Mojahedin-e Khalq (combattenti del popolo iraniano) è la denominazione di un movimento politico iraniano tra i più attivi nell’opposizione al regime teocratico che ha preso il potere in Iran successivamente alla rivoluzione del 1979. In Iran è fuori legge.
È stato considerato per molti anni dall’Unione Europea un’organizzazione terroristica; infatti sebbene la Corte di Giustizia Europea abbia rigettato questa definizione esprimendosi per ben tre volte contro la permanenza dell’organizzazione nella lista nera delle formazioni terroristiche, solo nel gennaio 2009 i 27 Paesi, riuniti a Bruxelles, hanno deciso di cancellare i Mujaheddin del popolo, dalla lista.
Nonostante questo, ancora oggi il MEK è classificata come organizzazione terroristica da Stati Uniti e Canada, a causa della passata vicinanza puramente tattica di questi Mujahedin con Saddam Hussein, in quanto maggior avversario nella regione del regime iraniano.
Il MEK ha compiuto attentati in Iran, utilizzati dalla propaganda del governo iraniano per screditare il movimento agli occhi del popolo.
Secondo alcuni, i Mujaheddin sarebbero sostenuti ufficiosamente anche da Israele e dagli stessi Stati Uniti, che ufficialmente li considerano ancora terroristi.
Molti politici statunitensi di entrambi i partiti maggioritari, tra cui il presidente Barack Obama, si sono espressi a favore della cancellazione dei Mujaheddin dalla lista delle organizzazioni terroristiche, parlando favorevolmente del loro partito.]
A leggere i comunicati incendiari dell’Esercito siriano di Liberazione ASL a proposito di depositi di armi chimiche o della disposizione di missili balistici dell’Esercito siriano, si può pensare che gli Stati Uniti, l’Europa ed Israele abbiano incaricato l’ASL della stessa missione che hanno addossato ai Mujahedin-e Khalq iraniani.
In ogni caso, per quanto nobili siano le sue intenzioni, le sue collusioni con i “falsi amici della Siria”, le sue aspettative rispetto ad un improbabile intervento con pretesti di liberazione, il suo zelo nel volersi accattivare l’Occidente e il suo oscuro programma politico che converge con l’agenda degli Stati Uniti e dell’Europa nella regione, fanno dell’ASL una banda di mercenari allo stesso titolo dei Mujahidin e-Khalq iraniani.
Passiamo ora al nostro obiettivo determinante, vale a dire quello di contribuire alla lotta per la pace e la riconciliazione in Siria.
Noi crediamo che sia impossibile fermare lo spargimento di sangue e salvare la vita di Siriani innocenti che si trovano in entrambi i campi del conflitto fin tanto che l’Occidente non ostenterà una posizione neutra nei confronti del conflitto.
Se, come pretendono, gli Imperi occidentali sostenessero la pace in Siria, loro che non fanno altro che seminare zizzania in questa regione del mondo, sarebbero obbligati di rispettare i tentativi messi in atto dalla Russia, Cina, Iran, Venezuela, e perfino dall’Egitto.
Per il momento, è un dato di fatto che coloro che sostengono il governo siriano siano anche le forze principali che forniscono proposte concrete e realistiche.
Infatti, solo grazie alla Russia, alla Cina e agli altri paesi del Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che una missione di osservatori dell’ONU ha potuto insediarsi, che sono stati nominati mediatori internazionali, che in Siria ha potuto essere creato un ministero per la riconciliazione, ministero alla cui direzione si trova Ali Haydar, un oppositore storico del governo di Bachar El-Assad.

Per merito di questo ministero, che fa appello a tutte le buone volontà locali espresse dal clero, dalla popolazione civile, dalla ribellione o dall’esercito, numerosi ostaggi hanno potuto essere restituiti alle loro famiglie nel quadro dell’iniziativa denominata “Moussalaha”, la riconciliazione.
Ben inteso, i nostri mezzi di informazione non parlano mai di tutto questo, …per non dare la sensazione di aderire alla “propaganda di regime”.
In questo fine settimana, ha potuto tenersi a Damasco una conferenza impensabile fino a qualche settimana fa: degli oppositori del Comitato delle Forze per un Cambiamento Nazionale Democratico (CCCND) di Haytham Manna si sono riuniti in un hôtel della capitale siriana in presenza di diplomatici russi, iraniani, egiziani, algerini e cinesi.
Eppure, il CCCND di Haytham Manna è un’organizzazione accanitamente ostile a Bachar El-Assad ed esige da questo l’abbandono del potere.Questi cambiamenti possono sembrare spesso solo di facciata o simbolici, ma è chiaro che siamo in presenza di cedimenti nondimeno formali da parte del governo al potere.
Anche il presidente siriano ha lasciato la porta aperta al dialogo con la ribellione (cf. Al Ahram Al Arabi, 21 settembre 2012).
Non è possibile affermare altrettanto per l’opposizione radicale, la cui unica mira è il rovesciamento violento del potere.
Alcuni sostengono che gli alleati di Damasco difendono la pace per interesse.

Affermativo, questo è esatto! Ma che questo piaccia o no, gli interessi di questi paesi coincidono con quelli degli innocenti che stanno morendo tutti i giorni sotto i bombardamenti dell’aviazione e dell’artiglieria siriana o sotto i colpi di mortaio e per gli attentati dei ribelli.
Bisogna fermare le uccisioni e tutto ciò che risulta come il principale responsabile degli omicidi.
Bisogna lottare per la pace, e poco importa che sia stato l’esercito siriano o la ribellione a sparare per primo.
Ricordiamoci della guerra Iran/Iraq. È stata la CIA che ha eccitato Saddam Hussein ad aggredire l’Iran. Dunque, l’Iran si trovava in una situazione di legittima difesa. Questa guerra è durata 8 anni ed è costata la vita a quasi due milioni di Iraniani ed Iracheni.
Sono stati i mercanti d’armi degli Stati Uniti a vendere il materiale militare ai due belligeranti. Hanno fatto in modo di protratte più a lungo possibile il conflitto, in modo tale che né l’esercito arabo laico né l’esercito sciita persiano potessero prevalere. Le atrocità commesse da una parte e dall’altra del fronte superano ogni immaginazione.
Io vi domando: “A quel tempo, quale sarebbe stata la posizione più umanitaria: difendere il diritto di resistenza della Repubblica islamica d’Iran contro l’Iraq aggressore, o difendere la pacePer giustificare la distruzione della Siria, i nostri dirigenti arrivano a manipolare le disgrazie dei profughi siriani. Ci parlano sempre dei 250.000 profughi rifugiati nei paesi vicini. Ma le sorti dei profughi all’interno della Siria, che sono almeno dieci volte di più, non interessano assolutamente. La ragione principale di ciò consiste nel fatto che questi profughi dell’interno sono stati per la maggior parte evacuati dall’esercito e dai servizi di protezione civile mobilitati dal governo di Damasco. Fra il maggio e il settembre del 2007, l’esercito libanese aveva messo in atto la medesima strategia d’isolamento della guerriglia jihadista, all’epoca dell’occupazione e della ripresa del campo palestinese di Nahr al-Bared.
[N.d.tr.: Il campo profughi palestinese di Nahr al-Bared si trova a nord del Libano. È stato distrutto dall’esercito libanese nel 2007 dopo che al suo interno si erano insediate le milizie di Fath Al Islam, estranee al campo.
Fath Al Islam è un movimento armato fondamentalista islamico salafita, insediatosi in Libano, essenzialmente nel campo-profughi di Nahr al-Bared e in Siria, qui comparso nel novembre del 2006. Il movimento sarebbe finanziato con fondi sauditi e, in parte, da fondi statunitensi, al fine di contrastare il partito guerrigliero sciita libanese di Hezbollah.
Attualmente il campo è sotto controllo dell’esercito libanese. Solo una parte dei profughi sono potuti ritornare e vivono all’interno di container allestiti dall’UNRWA.]
A Homs, Damasco e nei quartieri sicuri di Aleppo, decine di migliaia di profughi, fuggiti dal terrore dei ribelli, sono stati alloggiati in scuole, centri sportivi, chiese e moschee. Tutte queste famiglie sinistrate beneficiano di sussidi alimentari. Quando un quartiere è messo in sicurezza dall’esercito, queste famiglie possono ritornare alle loro case.
Cosa sappiamo noi precisamente di questa realtà? Nulla, perché i nostri mezzi di informazione non ne parlano. Paura di mostrare che milioni di Siriani amano il loro esercito e confidano in esso! È pur vero che …qualche migliaio di Siriani ama e sostiene i ribelli.
Ma quando i nostri media non mostrano altro che il sostegno popolare di cui gode la ribellione, evitando di parlare dei milioni di Siriani che difendono corpo ed anima l’esercito governativo (costituito da militari di leva, coscritti, dunque figli del popolo) e che lo accolgono con abbracci, distribuzione di dolci e di mazzi di fiori dopo aver cacciato i ribelli dai loro quartieri, questi media cadono in una propaganda antigovernativa, che è ben lontana dal rendere un buon servizio al popolo siriano.
E allora, che dire delle vittime civili dei bombardamenti dell’aviazione governativa?
In realtà, come triste e vergognoso che sia, l’esercito siriano bombarda non proprio la popolazione, ma una parte della popolazione: sia quella che sta sostenendo i ribelli, sia quella che è presa in ostaggio dai ribelli, sia quella che non ha mezzi economici o fisici per fuggire dai combattimenti, sia quella che, per ragioni affettive, non ha l’intenzione di abbandonare la propria abitazione.
Quale che sia la ragione di questi bombardamenti, nessuno può rimanere insensibile di fronte alla sofferenza di queste vittime innocenti, rinchiuse nel terrore e nelle macerie.
Noi tutti, qui presenti, sosteniamo la fine delle violenze e il rispetto totale dell’integrità fisica e del diritto alla vita di tutti i Siriani (e dei non Siriani), civili o militari, terroristi o ribelli, bambini o adulti.
Ma siamo realisti, l’esercito non può fermarsi e cessare di battersi. Se l’esercito arrestasse i combattimenti, sarebbe condannato alla disfatta, al suo scioglimento e alle rappresaglie.
Nessun esercito accetterebbe queste condizioni. Noi abbiamo visto che quando cessa di attaccare, le sue postazioni vengono annientate da agguati e le popolazioni sotto la sua protezione massacrate dai ribelli. Per quanto paradossale e cinico possa apparire, l’esercito siriano colpisce una parte del popolo per proteggere un’altra parte.
Sarebbe riduttivo considerare che solo il clan di Assad, la comunità alawita e le sue relazioni clientelari sostengono Assad. Per quanto scioccante possa sembrare, molti Siriani che non hanno legami con il potere, pensano che Assad sia ancora troppo molle nei confronti dei terroristi.

Allora, che fare? Ammazzare i milioni di partigiani del regime per consentire che i suoi oppositori conquistino il potere, oppure raccomandare la riconciliazione?
Alimentare il conflitto in nome di una rivoluzione da tanto tempo confiscata dai suoi finanziatori corrotti, o patrocinare la pace dei coraggiosi?

Distruggere la Siria o aiutare questo paese a rimarginare le sue ferite e a dissipare l’incubo?
È bello e coraggioso difendere la democrazia in Siria.
Ancora, è necessario potersi assegnare mezzi e modi che siano moralmente e materialmente all’altezza di questo obiettivo lodevole. Se potessimo cominciare a fermare il massacro, sarebbe già un buon passo in avanti.
Nell’attesa di giorni migliori, in Siria e in altre parti del mondo, “all we are saying is give peace a chance”, tutto quello che vogliamo affermare è dare una possibilità alla pace.

Grazie ancora della vostra presenza e della vostra pazienza.comitesyrie@hotmail.frQuesto indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
http://www.egaliteetreconciliation.fr/Rassemblement-devant-l-ambassade-des-USA-a-Bruxelles-13980.html

Bahar Kimyongür, nato il 28 aprile 1974 a Berchem-Sainte-Agathe, membro di una famiglia proveniente dalla Turchia, è un attivista politico belga, ed ha militato nel Partito del lavoro del Belgio, una formazione politica marxista-leninista.
Suo padre, un Turco della minoranza alawita araba, era arrivato in Belgio per lavorare come minatore nelle miniere di carbone di La Louvière, sua madre era una lavoratrice stagionale nelle piantagioni di cotone.

Bahar Kimyongür si è diplomato in archeologia e storia dell’arte presso l’Università libera di Bruxelles.

Bahar Kimyongür è stato oggetto dell’interesse dei mezzi di comunicazione a seguito di un procedimento giudiziario che lo ha visto protagonista, per essere uno dei primi imputati perseguiti secondo la legislazione anti-terrorismo. In buona sostanza, veniva accusato di terrorismo per avere tradotto dal turco in francese dei comunicati diffusi dal DHKP-C, un’organizzazione rivoluzionaria turca considerata come terrorista dallo Stato turco ed inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche dall’Unione europea in seguito agli avvenimenti dell’11 settembre.

Portato in giudizio sulla base della legislazione anti-terrorismo del Belgio, è stato condannato in primo grado di giudizio nel febbraio 2006 e in appello nel novembre 2006, poi assolto nel 2007 e nel 2009 a seguito delle sentenze di Cassazione che hanno annullato le sentenze precedenti.

È stato fatto oggetto di una richiesta di estradizione da parte della Turchia.

All’affare DHKP-C e al caso Kimyongür è stato dedicato il film “Résister n'est pas un crime – Resistere non è un crimine”, un documentario di Marie-France Collard, F.Bellali e J.Laffont, che ha conseguito il Premio Speciale della Giuria al Festival Internazionale del Film sui Diritti dell’Uomo (FIFDH) 2009 di Parigi.

Bibliografia:
Bahar Kimyongür, “Turquie, terre de diaspora et d’exil. Histoire des migrations politiques de Turquie”, Éditions Couleur livres, 2008, ISBN 978-2-87003-509-2
(tradotto da Bahar Kimyongür), “Le Livre noir de la "démocratie" militariste en Turquie”, Info-Türk, 2010, ISBN 978-2-9601014-0-9
Bahar Kimyongür, “Syriana. La conquête continue”, Éditions Couleur livres (Coédition Investig'Action) 2011.
Il documento qui presentato è stato messo in diffusione da Giuseppe Zambon, il 26 settembre 2012
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Fonte  www.contropiano.org

Siria, le notizie della settimana dal 23 al 29 settembre 2012



 A cura di Marco Palombo
 
IN ATTESA DEL PIANO DI PACE DI BRAIHMI
Ludhkar Braihmi, negoziatore per la crisi siriana su incarico di ONU e Lega Araba, aveva preannunciato la presentazione di un suo piano di pace dopo i colloqui che avrebbe avuto in settimana in occasione della inaugurazione della sessione della Assemblea Generale dell’ONU. Lunedi’al Consiglio di Sicurezza ha riferito sul lavoro compiuto fino a quel momento, mentre non sono stati resi noti altri colloqui che probabilmente sono avvenuti nei giorni successivi. Non ci sono stati comunicati ufficiali su quanto e’ stato detto al CdS e sappiamo solo quello che e’ trapelato da fonti diplomatiche. Braihmi avrebbe dichiarato che la situazione siriana e’ sempre piu’ critica, teme che Assad non voglia in questo momento una soluzione negoziata e che,secondo il governo, sono presenti nelle file dell’ opposizione almeno 5.000 combattenti stranieri. Quindi avrebbe espresso pessimismo sulla mediazione. Metto tutto al condizionale perche’non conosco quali fonti abbiamo riferito queste posizioni e diffondere pessimismo sulle possibilita’ del negoziato e’ un comportamento abituale di chi non  vuole una mediazione ma solo una soluzione militare.
 
INTANTO L’ITALIA LAVORA AD ALTRE SOLUZIONI IN MODO SEMI-CLANDESTINO
In settimana ero venuto a conoscenza, tramite il sito del giornale francese Liberation, di un incontro venerdi’ 28 settembre fra i paesi cosiddetti “Amici della Siria”. Nei giorni successivi non avevo letto piu’ niente su questo appuntamento ed anche un piccola ricerca con Google non aveva dato risultati. Ho trovato solo sabato sull’ edizione cartacea de La Stampa poche righe che riferivano su questo incontro, avvenuto ieri a New York e guidato dalla Clinton. Come annunciato il tema e’ stato “la riunificazione dell’ opposizione siriana” e per l’Italia ha partecipato il ministro degli Esteri Terzi.
Altre due riunioni di questo gruppo di paesi sono avvenute il 29 agosto a Roma e il 20 settembre in Olanda. L’ impegno del nostro paese coincide con le attivita’degli altri paesi Nato e delle petromonarchie e su questo percorso non vengono fornite molte informazioni.
 
DIFFICOLTA’ PER IL GRUPPO DI CONTATTO REGIONALE PROPOSTO DA MORSI
Battuta d’ arresto invece per il gruppo di contatto regionale che su proposta del presidente egiziano Morsi comprende Egitto, Iran, Arabia Saudita e Turchia. Dopo un primo incontro al Cairo, ce n’e’ stato un secondo, sempre in Egitto, ma con l’ assenza dell’Arabia Saudita, mentre un nuovo vertice previsto a New York e’ saltato per l’assenza del presidente turco Erdogan.
Se consideriamo che, prima dell’intervento del presidente iraniano all’Assemblea ONU, i rappresentanti USA sono usciti dall’aula, arriviamo facilmente alla conclusione che questa strada non e’ gradita a Washington e quindi non potra’ contare su un impegno convinto di Ankara e Riad.
Morsi nell’ intervento all’Assemblea si e’ dichiarato contrario a un intervento militare straniero, non seguendo quanto detto dall’Emiro del Qatar, ed ha indicato il piano di Braihmi come la strada principale per arrivare alla pace, obiettivo secondo il presidente egiziano che dovrebbe coincidere con una transizione politica a Damasco. Quindi Morsi condivide con i paesi occidentali e del Golfo l’ impegno per cambiare il governo siriano ma ha idee diverse sulla strada da percorrere.
 
GLI INTERVENTI ALL’ASSEMBLEA GENERALE
Sorvolo sugli interventi che hanno confermato le posizioni gia’ note. Segnalo un certo disinteresse di Obama al tema Siria, piu’ preoccupato di quanto possa incidere sulla campagna presidenziale la questione aperta tra Israele ed Iran, e l’ intervento del Qatar che ha parlato esplicitamente di possibile intervento militare dei paesi arabi. Questa dichiarazione e’ stata ridimensionata pero’ dal discorso di Morsi, contrario ad ogni intervento militare straniero, ed anche dall’ intervento della Giordania, paese confinante con la Siria, che ha definito la soluzione politica l’ unica strada da percorrere. Hollande ha confermato le sue posizioni, verbalmente piu’ aggressive degli altri paesi occidentali, ma anche la Francia e’ distratta da un’ altra crisi, quella del Mali, che in questo momento la interessa maggiormente.
 
VOTO AL CONSIGLIO ONU PER I DIRITTI UMANI E CARLA DEL PONTE ENTRA NELLA COMMISSIONE PINHEIRO.
Venerdi’ c’e’ stato il previsto voto sul rapporto della commissione CoI sui diritti umani in Siria. Su 47 paesi membri hanno votato contro Cuba, Cina e Russia e si sono astenuti India, Filippine e Uganda. A meta’ agosto la pubblicazione di questo rapporto aveva avuto un grande impatto mediatico, complice probabilmente anche il momento povero di notizie. La presentazione del rapporto e il voto del consiglio non hanno avuto lo stesso effetto ed hanno occupato meno spazio sui media. Il documento e’ stato criticato da piu’ ambienti perche’ contenente accuse non supportate da prove convincenti e l’ entrata nella commissione di Carla del Ponte, magistrata svizzera conosciuta per i suoi precedenti impegni ’nelle guerre della ex Jugoslavia, sembra confermare la necessita’ di aumentare l’ autorevolezza del lavoro della commisione.
 
NOTIZIE CONTRADDITTORIE SUGLI SCONTRI ARMATI
Negli ultimi giorni sono state segnalate centinaia di persone uccise negli scontri. Lo schema narrato, in gran parte da fonti dell’ opposizione, e’ sempre il solito: l’ esercito cerca di colpire gli insediamenti ribelli attaccando spesso con armi pesanti, ci sono attacchi improvvisi dei gruppi armati dell’ opposizione e atrocita’ da entrambe le parti. Da parte governativa ogni tanto trapela un certo ottimismo che fa temere a qualcuno che Assad speri sempre in una vittoria solo militare. Da mercoledi’ e’ in corso un attacco dell’ opposizione, prima a Damasco e poi ad Aleppo, una combinazione evidentemente programmata. A Damasco un attentato suicida, con l’esplosione di un furgone, ha causato qualche vittima. E’ avvenuto in una zona centrale, ben protetta, vicino ad obiettivi simbolici. Nella stessa giornata di mercoledi’e’ stato ucciso da un cecchino un giornalista televisivo iraniano mentre stava intervenendo sull’ episodio. Giovedi’ l’ attacco ad Aleppo, annunciato da un proclama diffuso da molti grandi media occidentali: “ Stasera Aleppo sara’ nostra “. Ci sono stati scontri durissimi ma gia’ venerdi’ l’ intensita’ dei combattimenti si era ridotta. A Rableh 280 cristiani sono stati sequestrati per 48 ore da gruppi armati dell’ opposizione, sono stati liberati dopo una trattativa e il quotidiano dei vescovi italiani Avvenire ha riportato vistosamente l’ episodio nella prima pagina. Non e’ il primo momento drammatico a Rableh dove vivono alcune migliaia di cristiani.
Ci sono stati segnali di difficolta’ dei ribelli.
Ne ha riferito il Tg3 (che non ha certo simpatia per Assad) e lo stesso attacco ad Aleppo e’ stato annunciato con la frase “Stasera Aleppo sara’ nostra o saremo sconfitti “, un tono diverso dagli abituali proclami di sicura vittoria. Inoltre e’ stata data notizia della defezione di 10 ex militari, tra i quali alcuni ufficiali, che combattevano con l’ESL e a Rableh alcuni sequestratori dei 280 cristiani, dopo le trattative per la liberazione degli ostaggi, sarebbero entrati tra i volontari di Mussalaha.
Non so quanto questi segnali siano casuali o indichino un momento di reale sbandamento delle forze di opposizione armata, comunque credo giusto parlarne perche’sono episodi tutti degli ultimi giorni.
 
INCONTRO A DAMASCO DI UNA CORRENTE DELL OPPOSIZIONE
Circa 20 partiti e forze di opposizione si sono riunite il 23 settembre a Damasco, in presenza degli ambasciatori di Cina, Russia, e Iran e alcuni rappresentanti, egiziani, algerini e di altri pasesi, nonostante l’ assenza dei tre leader del Comitato di Coordinamento delle Forze di Cambiamento Democratico Nazionale, sequesratati due giorni prima sulla strada dell’ aeroporto di Damasco di ritorno da un viaggio in Cina. A questo congresso hanno preso parte 200 membri dei movimenti di opposizione.
Le richieste:1)cambiamento politico verso la democrazia, deciso dai siriani, con i siriani e per gli interessi dei siriani. 2)stop alla violenza da tutte le parti. 3)Sara’ carico di Braihmi organizzare una Conferenza Internazionale per un trasferimento di potere politico senza interferenza straniera. 4)Dialogo con l’altra opposizione ma negoziando solo con il regime per un trasferimento di potere.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=958

domenica 23 settembre 2012

Siria, le notizie della settimana dal 16 al 22 settembre 2012



IN SETTIMANA QUASI ASSENTI SUI MEDIA LE NOTIZIE SULLA GUERRA SIRIANA
Le vicende che hanno interessato il mondo islamico negli ultimi dieci giorni hanno provocato il ritorno in secondo piano delle notizie dalla Siria. Altri temi riempiono gli spazi delle notizie dall’estero e forse non e’ancora chiaro cosa cambiera', se qualcosa cambiera’, nella guerra civile dopo l’assalto di Bengasi.
Cosi’e’passata quasi inosservata la presentazione del rapporto ONU sui diritti umani avvenuta lunedi’a Ginevra, mentre a meta’agosto aveva avuto molto spazio sui media la pubblicazione sul web dello stesso documento. Le ragioni di questa diversa visibilita’ potrebbero essere piu’di una, ma non mi aspettavo che la notizia fosse assente persino sul Corriere della Sera e Repubblica.
In un altro momento avrebbe avuto un eco enorme anche la notizia giovedi’di decine di morti per l’esplosione nella provincia medio orientale di Raqq di un serbatoio di carburanti colpito dall’aviazione governativa, ma anch’essa e’ stata ignorata da quasi tutti i giornali.

LA SIRIA TORNERA ’AL CENTRO DELL’ ATTENZIONE DA LUNEDI’ CON IL DIBATTITO GENERALE ALL’ASSEMBLEA ONU
Il 18 settembre e’stata inagurata la 67ma sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dal 25 settembre al 1 ottobre si svolgera’ il dibattito generale sui temi che l’Assemblea trattera’nei prossimi mesi. Saranno presenti molti capi di stato e di governo e la Siria sara’ “..in testa all’ agenda “. Brahimi sfruttera’la presenza di molti interlocutori importanti per colloqui sulla crisi siriana e dopo questi incontri mettera’ a punto un suo piano per arrivare alla cessazione degli scontri armati.

LA MEDIAZIONE DI BRAIHMI
Dal 1 settembre il diplomatico algerino Lakhdar Brahimi ha iniziato ufficialmente il suo lavoro di mediazione nella crisi siriana su incarico dell’Onu e della Lega Araba. Contemporaneamente le Nazioni Unite hanno inaugurato un loro ufficio a Damasco per seguire piu’da vicino la situazione e lo stesso mediatore vorrebbe svolgere per quanto possibile il suo lavoro in quella sede.
Ban Ki moon in settimana non si e’dichiarato ottimista sulla mediazione e teme che Assad e l’opposizione siano determinati a combattere fino alla fine e che siano inadatti a trovare una soluzione diversa dall’ uso delle armi.
Comunque Brahimi ha iniziato la sua opera incontrando Assad nella giornata di sabato della passata settimana. Successivamente ha avuto dei colloqui con l’opposizione; a Damasco con gli esponenti residenti in Siria, mentre i capi dell’opposizione piu’ intransigente, impegnata anche nella lotta armata, sono stati sentiti via Skype dalle localita’estere dove si trovano attualmente.

L’ incaricato ONU e’ volato quindi al Cairo dove ha visto il capo della Lega Araba, al Araby, ed ha assistito all’ incontro del gruppo di contatto regionale formato da Turchia, Egitto, Iran ed Arabia Saudita. Quest’ultima era pero’assente all' appuntamento, ufficialmente perche’ il ministro degli esteri e’ancora convalescente dopo un intervento chirurgico.
Dal 25 settembre al 1 ottobre Braihmi incontrera’ molti capi di stato e ministri a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e a questo punto, dopo aver sentito tutti i paesi interessati alla vicenda, preparera’un piano di pace.
Ricordo che USA e Russia avevano espresso l’intenzione di arrivare ad una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza ma hanno sempre opinioni diverse sul suo contenuto. La Stampa di Torino ha scritto che negli ambienti diplomatici si parla anche della possibilita’di un intervento militare occidentale senza consenso delle Nazioni Unite.
Vedremo entro poche settimane quale sara’ il prossimo tentativo diplomatico e come si concilieranno le diverse posizioni dei soggetti coinvolti.

VENERDI’ VOTO SUL RAPPORTO SUI DIRITTI UMANI E CRIMINI DI GUERRA
Il percorso del documento sui diritti umani in Siria, presentato a Ginevra la scorsa settimana, non e’ancora terminato e venerdi’ ci sara’ un voto. Aggiungo quindi qualche elemento sull’ inchiesta perche’ in questa occasione potrebbe tornare sulle prime pagine dei giornali.
Il rapporto dichiara che le forze governative o filogovernative e i gruppi armati dell’ opposizione hanno compiuti crimini di guerra, la cui gravita’questa volta e’stata definita equivalente. La parte governativa e’stata accusata anche di crimini contro l’umanita’. Ricordo che su www.SibiaLiria.org e’ presente un approfondimento critico su questo rapporto dove si spiega come spesso le attribuzioni di responsabilita’non siano supportate da prove. Nelle dichiarazioni riportate dalla stampa il presidente della commissione Pinheiro sembra confermare questo giudizio, spiegando per esempio che esiste una lista di persone sospettate di crimini ma che questa non e’stata resa pubblica perche’le prove di questo rapporto sono di uno standard minore rispetto alle prove di un processo penale.

COME GESTIRA’ LA FRANCIA LE POSIZIONI PRESE SU CRISI SIRIANA E CRISI CON IL MONDO ISLAMICO. ?
La Francia nelle ultime settimane, oltre che nella crisi siriana, si e’ trovata coinvolta anche nelle vicende che hanno interessato la religione islamica, mettendosi in una posizione potenzialmente conflittuale con soggetti che sono suoi alleati nella guerra civile tra Assad e gli oppositori. Il governo francese e’quello che piu’si e’esposto in dichiarazioni favorevoli ad un intervento militare occidentale in Siria ed e’stato il piu’ fermo anche nel non accettare alcuna limitazione per le pubblicazioni accusate di oltraggio alla religione islamica, in nome della liberta’ di espressione, impedendo pero’ ogni manifestazione di protesta e di richiesta di interventi governativi contro la circolazione di quanto ritenuto offensivo.
Personalmente ritengo le posizioni del governo francese ostili nei confronti dei fedeli musulmani che sono in Francia almeno 4-5 milioni. Sabato 15 settembre abbiamo visto a Parigi 150 persone fermate dalla polizia perche’ la loro manifestazione non era stata permessa, mentre venerdi’ a Roma centinaia di persone hanno manifestato e pregato in piazza della Repubblica in un clima tranquillissimo, riuscendo anche a spiegare ai giornalisti che non manifestavano per odio verso l’Occidente ma facevano una richiesta precisa: bloccare la circolazione di film e vignette offensive.
Comunque l’Associazione Siriana per la liberta’, vicina al CNS e impegnata in prima linea contro Assad  in alleanza con il governo francese, ha presentato una denuncia per incitamento all’odio razziale per la pubblicazione delle vignette raffiguranti Maometto sul giornale satirico Charlie Hebdo. Contemporaneamente i Fratelli Musulmani egiziani, che si sono proposti di fatto come riferimento per tutti i nemici di Assad, hanno chiesto ufficialmente al governo francese di intervenire contro la pubblicazione delle vignette cosi’ come sono intervenuti contro la pubblicazione delle foto della principessa Kate.

CONCLUSA LA VISITA DI BENEDETTO XVI IN LIBANO
Per concludere sulla visita di-Benedetto XVI  riporto alcune parole pronunciate dal Pontefice all’ Angelus del 16 settembre a Beirut :
“….Possa Dio concedere al vostro paese, alla Siria e al Medio Oriente, il dono della pace dei cuori, il silenzio delle armi e la cessazione di ogni violenza ! Possano gli uomini comprendere che sono tutti fratelli….”
Il ministro Riccardi ,in una intervista su Avvenire, ha commentato la visita in Libano di Benedetto XVI sottolineando:
“… la forza del suo messaggio di fronte all’atteggiamento di una comunita’ internazionale che davanti, per esempio, alla crisi siriana, o assiste impotente per mesi e mesi o dice che ci vuole l’intervento militare. Il Papa invece……ha delineato l’assetto umano di un nuovo Medio Oriente....basato sul valore del vivere insieme tra diversi. In questo ha anticipato di molto l’Occidente, indicando chiaramente la strada.”

ALCUNE COMUNITA’ CRISTIANE HANNO FORMATO GRUPPI ARMATI DI DIFESA
Sono nate alcune milizie cristiane per proteggere le loro comunita’ dalle violenze causate da gruppi armati che agiscono al di fuori di ogni regola e gerarchia. I vescovi locali si sono espressi contro la scelta ed hanno invitato alla calma ma questo non ha impedito l’organizzazione di una difesa armata.
Le milizie sono nate soprattutto nelle comunita’ greca-ortodossa e armena, sono state denominate “Comitati popolari dissuasivi” e avrebbero un ruolo di vigilanza e di sentinella per la loro gente.
Questi gruppi sono presenti nella comunita’ cristiana della cosiddetta “Valle dei Cristiani” nel centro storico di Aleppo, nel quartiere di Damasco “Jaramana” e nelle citta’ di Qusayr e Rebleh dell’area di Homs.

ESERCITAZIONE DI ISRAELE SUL GOLAN E NERVOSISMO DELLA TURCHIA
Sull’ altopiano del Golan, territorio siriano occupato da Israele nel 1967, si e’svolta un’ esercitazione dell’esercito israeliano. Alcune decine di riservisti sono stati convocati telefonicamente dopo la fine del Capodanno ebraico e sono stati portati con elicotteri verso gli attuali confini con la Siria.
Un portavoce militare ha precisato che l’esercitazione era prevista e non e’dovuta agli sviluppi recenti della crisi nello stato confinante. Quindici giorni orsono un’esercitazione analoga dell’esercito di Tel Aviv era avvenuta ai confini con il Libano.
Manovre e nervosismo anche in Turchia che si trova in difficolta’ essendo coinvolta nel conflitto siriano, in diversi ruoli, probabilmente piu’di quanto prevedesse. Ospita infatti profughi siriani in fuga dalla guerra, gruppi armati dell’opposizione ad Assad e con queste sue scelte ha provocato la collaborazione tra la guerriglia curda e il governo siriano. Oscilla quindi tra la richiesta di maggior impegno agli alleati occidentali e la paura di destabilizzare ancora di piu’ la situazione al confine siriano.

http://www.sibialiria.org/wordpress/?page_id=939

giovedì 20 settembre 2012

Appello per una iniziativa nazionale per la liberta', la solidarieta' e la pacificazione contro le divisioni tra etnie e credenti ed i pericoli del razzismo.


APPELLO

per una iniziativa nazionale per la libertà, la solidarietà e la pacificazione contro le divisioni tra etnie e credenti ed i pericoli del razzismo

Gli avvenimenti di questi giorni a partire dal mondo arabo ci coinvolgono tutti nella ricerca di una comunione di intenti per il dialogo e la pacificazione. La diffusione negli USA di un video gravemente offensivo nei confronti dell’Islam ha provocato l’indignazione di milioni di musulmani in tutto il mondo.

Nello stesso tempo l'azione di gruppi estremisti sta provocando scontri, assalti alle ambasciate e numerose vittime. Si sta cercando di suscitare e far dilagare odio e divisioni fra credenti e di approfondire lacerazioni che alimentano intolleranza e nuovo razzismo di cui saranno vittime soprattutto i più deboli.

Si vuole colpire il messaggio più limpido che viene dal protagonismo delle cosiddette primavere arabe: quello di libertà e pacificazione. Un messaggio che rischia di disperdersi a causa dell'operato convergente dei poteri oppressivi.

C’è bisogno di reagire. La situazione può aggravarsi ulteriormente per tutti. Meno di un anno fa due giovani senegalesi furono assassinati a Firenze da un neonazista ed in questo contesto è molto concreto il rischio che episodi simili si moltiplichino.
Facciamo appello a tutti i credenti, alle persone di buona volontà, alle comunità immigrate, alle associazioni ed alle persone antirazziste per costruire dialogo e pacificazione, dando vita ad una forte iniziativa unitaria e preparando insieme una manifestazione nazionale.

Per questo convochiamo un incontro nazionale a Roma per domenica 23 settembre alle ore 11.

Ci incontriamo:
Domenica 23 ore 11.00 a Roma
sala del consiglio del 6° Municipio
via dell’Acqua Bulicante 2 (Piazza della Marranella)

Per adesioni appello tel. 06.4463456 - gentesolidale@libero.it
prime adesioni:

Renato Scarola (Socialismo Rivoluzionario), Mamadou Ly, Michele Santamaria (StopRazzismo), Gianluca Petruzzo (Associazione Antirazzista Interetnica 3 Febbraio), Roberto Ferro (Chiesa Metodista Milano), Giuseppe Prestipino (Centro per la filosofia italiana), Claudio Olivieri (Socialismo Rivoluzionario) , Antonella Pelillo.