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domenica 17 febbraio 2013

Video incontro "Ditelo prima !" organizzato dalla Rete No War e peacelink con candidati alle prossime elezioni politiche


A questo link è possibile vedere la registrazione dell' incontro sul tema della guerra e spese militari " Ditelo prima! " organizzato il 15 febbraio dalla rete No War e Peacelink con candidati alle prossime elezioni politiche .

http://www.livestream.com/peacelinkonair

Intervenuti Movimento 5 Stelle, Partito Comunista dei Lavoratori , Sinistra Ecologia e Libertà, Rivoluzione Civile.

Hanno introdotto Marinella Correggia (Rete No War e www.sibialiria.org ) e Nella Ginatempo (Rete No War)

lunedì 8 ottobre 2012

Rete No War-Ministro Terzi nega il visto a delegazione parlamentare siriana


NapoliNoWar


Sito dei Compagni di Napoli contro la guerra alla Siria
Comunicato della Rete NO WAR in data 7.10.2012:

Il Ministro degli Esteri italiano Giulio Terzi continua a manifestare apertamente il suo atteggiamento oltranzista e bellicista nei confronti della crisi siriana, opponendosi di fatto ad ogni possibilità reale di dialogo tra le parti in conflitto.

Dopo aver rilasciato dichiarazioni di incondizionato sostegno alla Turchia per gli incidenti di confine con la Siria, senza menzionare il fatto che la Turchia da oltre un anno costituisce la retrovia strategica alla bande armate che seminano il caos e cercano di destabilizzare il paese, ora il nostro Ministro degli Esteri ha negato il visto d’ingresso in Italia ad una delegazione parlamentare siriana che doveva avere incontri istituzionali con la Commissione Esteri del Senato Italiano, con la Commissione Affari Istituzionali della Camera e con la Comunità di S.Egidio.

Negare la possibilità di un confronto pluralistico di opinioni e di dialogo non fa altro che alimentare il pericolo che l’attuale guerra per procura alimentata da vari paesi occidentali, tra cui il nostro, dalla Turchia e dalla petromonarchie arabe reazionarie, si trasformi in una guerra aperta che incendierebbe l’intero Medio Oriente.

http://napolinowar.wordpress.com/

domenica 5 agosto 2012

Giu' le mani dalla Siria ! - 40 organizzazioni propongono un documento sulla guerra siriana


Il movimento contro la guerra e la situazione in Siria.


Un documento collettivo mette i piedi nel piatto sulla funzione di una coerente opposizione alla guerra, anche quella “umanitaria”.


La grave situazione in Siria, pone i movimenti che in questi anni si sono battuti contro la guerra di fronte a nuovi e vecchi problemi che producono lacerazioni, immobilismo e un vuoto di iniziativa.

Siamo attivi in reti, realtà politiche e movimenti che in questi anni – ed anche in questi mesi – non hanno esitato a schierarsi contro l’escalation della guerra umanitaria con cui l’alleanza tra potenze della Nato e petromonarchie del Golfo, sta cercando di ridisegnare la mappa del Medio Oriente.

a) Interessi convergenti e prospettive divergenti al momento convivono dentro questa alleanza tra le maggiori potenze della Nato e le potenze che governano “l’islam politico”. E’ difficile non vedere il nesso tra l’invasione/disgregazione della Libia, l’escalation in Siria, la repressione saudita in Barhein e Yemen e i tentativi di normalizzazione delle rivolte arabe lì dove sono state più impetuose (Tunisia, Egitto). La dottrina del Dipartimento di Stato Usa “Evolution but not Revolution” aveva decretato quello che abbiamo sotto gli occhi come l’unico sbocco consentito della Primavera Araba. Da queste gravi responsabilità è impossibile tenere fuori le potenze dell’Unione Europea, in particolare Francia, Gran Bretagna e Italia, che hanno prima condiviso l’aggressione alla Libia, hanno mantenuto intatto il loro sostegno politico e militare ad Israele ed oggi condividono la stessa politica di destabilizzazione per la Siria.

b) I movimenti che si oppongono alla guerra, in questi ultimi anni hanno dovuto fare i conti con diverse difficoltà. La prima è stata la rimozione della guerra dall’agenda politica dei movimenti e delle forze della sinistra o, peggio ancora, una complice inerzia verso le aggressioni militari come quella in Libia. Dalla “operazione di polizia internazionale in Iraq” del 1991 alla “guerra umanitaria in Jugoslavia” nel 1999 per finire con le “guerre per la democrazia” del XXI Secolo, le guerre asimmetriche scatenate dai primi anni Novanta in poi dalle coalizioni di grandi potenze contro paesi più deboli (Iraq, Somalia, Afghanistan, Jugoslavia, Costa d’Avorio, Libia), hanno sempre cercato una legittimazione morale che poco a poco sembra essere penetrata anche nella elaborazione e nel posizionamento di settori dei movimenti pacifisti e contro la guerra. I sostenitori della “guerra umanitaria” statunitensi ma non solo, stanno cercando di definire una cornice legale agli interventi militari attraverso la dottrina del “Rights to Protect” (R2P). Gli obiettivi di queste guerre sono stati sempre presentati come la inevitabile rimozione di capi di stato o di governi relativamente isolati o addirittura resi invisi alla cosiddetta “comunità internazionale” sia per loro responsabilità che per le martellanti campagne di demonizzazione mediatiche e diplomatiche.

c) Saddam Hussein, Aydid, Milosevic, il mullah Omar, Gbagbo, Gheddafi e adesso Assad, sono stati al centro di una vasta operazione di cambiamento di regime che è passata attraverso gli embarghi, i bombardamenti e le invasioni militari da parte delle maggiori potenze della Nato e i loro alleati regionali, operazioni su vasta scala che hanno disgregato paesi immensamente più deboli perseguendo la “stabilità” degli interessi occidentali attraverso la destabilizzazione violenta di governi o regimi dissonanti. A prescindere dalle maggiori o minori responsabilità di questi leader verso il benessere e la democrazia dei loro popoli, le maggiori potenze hanno agito sistematicamente per la loro rimozione violenta attraverso aggressioni militari e imposizione al potere di nuovi gruppi dirigenti subordinati agli interessi occidentali.

d) Seppure negli anni precedenti la consapevolezza che la divisione tra “buoni e cattivi” non sia mai stata una categoria limpida e definita – anzi è servita a occultare le vere motivazioni delle guerre – nel nostro paese ci sono stati movimenti di protesta che si sono opposti alla guerra prescindendo dai soggetti in campo e che si sono posizionati sulla base di una priorità: quel no alla guerra senza se e senza ma che in alcuni momenti ha saputo essere elemento di identità e mobilitazione straordinario. Sembra però che la coerenza con questa impostazione si stia sempre più affievolendo e in alcuni casi ribaltando. La macchina del consenso alle guerre ha visto infatti crescere gli elementi di trasversalità. Prima erano solo personalità della destra a sostenere gli interventi militari, adesso vi si arruolano anche uomini e donne della sinistra. Questa difficoltà era già emersa nel caso dell’aggressione militare alla Libia ed oggi si rivela ancora più lacerante rispetto alla possibile escalation in Siria.

e) Le iniziative contro la guerra che ci sono state in questi mesi, seppur minoritarie, sono riuscite a ostacolare l’arruolamento attivo di alcuni settori pacifisti nella logica della guerra umanitaria, hanno creato una polarizzazione che in qualche modo ha esercitato un punto di tenuta di fronte alla capito lazione politica, culturale del pacifismo e dell’internazionalismo. Ma la realtà sta incalzando tutte e tutti, ragione per cui è necessario affrontare una discussione nel merito dei problemi che la crisi in Siria ci porrà davanti nei prossimi mesi.

Nel merito della situazione in Siria

In tutte le guerre asimmetriche – che di fatto sono aggressioni unilaterali – le potenze occidentali hanno sempre lavorato per acutizzare le contraddizioni e i contrasti esistenti nei paesi aggrediti. La questione semmai è che l’ingerenza esterna da parte delle potenze della Nato e dei loro alleati ha agito sistematicamente per una deflagrazione violenta dei contrasti interni che consentisse poi l’intervento militare e servisse a legittimare la “guerra umanitaria”. La guerra mediatica ha bisogno sempre di sangue, orrori, cadaveri, stragi da gettare nella mischia e negli occhi dell’opinione pubblica. Di solito le notizie su questo vengono martellate nei primi venti giorni. Smentirle o dimostrarne la falsità o la maggiore o minore manipolazione, diventa poi difficile se non impossibile. Ciò significa che tutto viene inventato o manipolato? No. Ma un conflitto interno senza ingerenze esterne può trovare una soluzione negoziata, se le ingerenze esterne lavorano sistematicamente per impedirla si arriva sempre ai massacri e poi all’intervento militare “stabilizzatore”. Chiediamoci perchè tutti i piani e gli accordi di pace in questi venti anni sono stati fallire (ultimo in ordine di tempo quello di Kofi Annan sulla Siria). Il loro fallimento è funzionale al fatto che l’unico negoziato accettabile per le potenze occidentali è solo quello che prevede la resa o l’uscita di scena – anche violenta – della componente dissonante. Questo è quanto accaduto ed è facilmente verificabile da tutti.

Le soluzioni avanzate dalle sedi della concertazione internazionale (Consiglio di Sicurezza dell’Onu, organizzazioni regionali come Unione Africana, Lega Araba e Alba), non state capaci di opporsi alle politiche di “cambiamento di regimi” decise dagli Usa o dalla Ue. I leader dei regimi o dei governi rimossi, hanno cercato in più occasioni di arrivare a compromessi con gli Usa o la Nato. Per un verso è stata la loro perdizione, per un altro era una strada sbarrata già dall’inizio. Più cercavano un compromesso e maggiori diventavano le sanzioni adottate negli embarghi. Più si concretizzavano le condizioni per una ricomposizione dei contrasti interni e più esplodevano autobombe o omicidi mirati che riaprivano il conflitto. Se l’unica soluzione proposta diventa il suicidio politico o materiale di un leader o lo sgretolamento degli Stati, qualsiasi negoziato diventa irrilevante.

Dalla storia della Siria non sono rimovibili le modalità autoritarie con cui in varie tappe è stata affrontata la domanda di cambiamento di una parte della popolazione siriana. Non è possibile ritenere che la leadership siriana sia l’unica a aver gestito in modo autoritario le contraddizioni e le aspettative nel mondo arabo. Questa caratteristica è comune a tutti i paesi del Medio Oriente ed è una conseguenza dell’imposizione dello Stato di Israele nella regione e un retaggio del colonialismo. Ciò non giustifica la leadership siriana ma ci indica anche chiaramente come la sua sostituzione non corrisponderebbe affatto ad un avanzamento democratico o rivoluzionario per il popolo siriano. E’ sufficiente guardare quale tipo di leadership si è impossessata del potere una volta cacciati Mubarak in Egitto, Ben Alì in Tunisia, Gheddafi in Libia o chi sta imponendo il tallone di ferro su Barhein, Yemen, Oman. Sono paesi in cui c’è gente che ha lottato seriamente per maggiore democrazia e diritti sociali più avanzati, ma chi ne sta gestendo le aspettative sono le potenze della Nato, le petromonarchie del Golfo e le componenti più reazionarie dell’islam politico. Le componenti progressiste della Primavera Araba sono state – al momento – isolate e sconfitte da questa alleanza tra potenze occidentali e le varie correnti dell’islam politico.

Dentro la crisi in corso in Siria, la leadership di Bashar El Assad ha conosciuto due fasi: una prima in cui ha prevalso la consuetudine autoritaria, una seconda in cui è cresciuto il peso politico delle forze che spingono verso la democratizzazione. I risultati delle ultime elezioni legislative non sono irrilevanti: ha votato il 59% della popolazione nonostante la guerra civile in corso in diverse parti del paese (in Francia, in condizioni completamente diverse, alle ultime elezioni ha votato il 53%, in Grecia nelle elezioni più importanti degli ultimi decenni ha votato il 62%); per la prima volta si è rotto il monopolio politico del partito di governo, il Baath, e nuove forze sono entrate in Parlamento indicando questa rottura come obiettivo pubblico e dichiarato, si è creato cioè l’embrione di uno spazio politico reale per un processo di democratizzazione del paese; le forze che si oppongono alla leadership di Assad vedono prevalere le componenti armate e settarie, un dato che si evidenzia nei massacri e attentati che vengono acriticamente e sistematicamente addossati alle truppe siriane mentre più fonti rivelano che così non è. Le forze di opposizione con una visione progressista sono ridotte a ben poca cosa e non potranno che essere stritolate dall’escalation in corso; infine, ma non per importanza, l’ingerenza esterna è quella che sta facendo la differenza. Non è più un mistero per nessuno che le forze principali dell’opposizione ad Assad siano sostenute, armate e finanziate dall’alleanza tra le potenze della Nato (Turchia inclusa) e i petromonarchi di Arabia Saudita e Qatar. E’ un’alleanza già sperimentata in passato sia in Afghanistan che nei Balcani e nel Caucaso, un’alleanza che si è rotta alla fine degli anni Novanta e poi ricomposta dopo il discorso di Obama al Cairo che annunciava e auspicava gli sconvolgimenti nel mondo arabo. Queste forze e l’alleanza internazionale che li sostiene puntano apertamente ad una guerra civile permanente e diffusa per destabilizzare la Siria. I corridoi umanitari a ridosso del confine con Turchia e Libano e la No fly zone, saranno il primo passo per dotare di retrovie sicure i miliziani dell’Esercito Libero Siriano, spezzare i collegamenti tra la Siria e i suoi alleati in Libano (Hezbollah soprattutto), destabilizzare nuovamente il Libano e rompere il Fronte della Resistenza anti-israeliana. Se il logoramento e la destabilizzazione tramite la guerra civile permanente non dovesse dare i risultati desiderati, è prevedibile un aumento delle pressioni sulla Russia per arrivare ad un intervento militare diretto delle potenze riunite nella coalizione ad hoc dei “Friends of Syria” guidata dagli Usa ma con molti volonterosi partecipanti come la Francia di Hollande o l’Italia di Monti e del ministro Terzi.

In questi anni, nelle mobilitazioni in Italia contro la guerra o per la Palestina, abbiamo registrato ripetuti tentativi di gruppi e personaggi della vecchia e nuova destra di aderire e partecipare alle nostre manifestazioni. Un tentativo agevolato dall’abbassamento di molte difese immunitarie nella sinistra e nei movimenti sul piano dell’antifascismo ma anche dalla voragine politica lasciata aperta dall’arruolamento di molta parte della sinistra dentro la logica eurocentrista, dalla subalternità all’atlantismo e dalla complicità – o al massimo dall’equidistanza – tra diritti dei palestinesi e la politica di Israele. Se la sinistra e una parte dei movimenti hanno liberato le piazze dalla mobilitazione contro la guerra, dal sostegno alla resistenza palestinese e araba ed hanno smarrito per strada la loro identità, è diventato molto più facile l’affermazione di alcuni gruppi marginali della destra e della loro chiave di lettura esclusivamente geopolitica ed eurasiatica della crisi, dei conflitti e delle relazioni sociali intesi come lotta tra potenze. I gruppi della destra veicolano un antiamericanismo erede della sconfitta subita dal nazifascismo nella seconda guerra mondiale e completamente avulso da ogni capacità di lettura dell’egemonia imperialista sia nel suo versante statunitense che in quello europeo. Una chiave di lettura sciovinista e reazionaria che nulla a che vedere con una identità coerentemente anticapitalista ed internazionalista. Non solo. La paura di gran parte della sinistra di declinare la solidarietà con i palestinesi come antisionista e anticolonialista, ha regalato a questa destra e alla sua declinazione razzista e antiebraica uno spazio di iniziativa, cultura e solidarietà che storicamente ha sempre appartenuto alle forze progressiste. Se si cede su un punto decisivo si rischia di capitolare poi su tutto lo scenario mediorientale. Se questo è già visibile anche negli altri ambiti dell’agenda politica e sociale nel nostro paese, è difficile immaginare che non avvenga anche sul piano della mobilitazione contro la guerra e sui problemi internazionali. Sulla Palestina e nella mobilitazione contro la guerra abbiamo sempre respinto ogni tentativo di connivenza con i gruppi della destra. Intendiamo continuare a farlo ma vogliamo anche segnalare che – come sul piano sociale o giovanile – è l’assenza di iniziative e la debole identità della sinistra a facilitare il compito ai fascisti, non viceversa. E’ necessario dunque che alla coerenza con le posizioni e il ruolo svolto dalle nostre reti, associazioni, organizzazioni in questi venti anni e che ha visto schierarci sempre contro la guerra senza se e senza ma, si affianchi un recupero di identità e di contenuti.

f) La seconda difficoltà che abbiamo dovuto registrare è stata quella di una lettura superficiale del nesso tra la crisi che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo (Stati Uniti ed Unione Europea soprattutto) e il ricorso alla guerra come strumento naturale della concertazione e della competizione tra le varie potenze e i loro interessi strategici. Una concertazione evidente quando si tratta di attaccare e disgregare gli stati deboli (Libia, Jugoslavia, Afghanistan) , una competizione quando si tratta di capitalizzare a proprio favore i risultati delle aggressioni militari (Georgia, Iraq. Libia). Se il colonialismo classico è andato all’assalto del Sud del mondo per accaparrarsi le risorse, il neocolonialismo è andato a caccia di forza lavoro a basso costo. Ma dentro la crisi di sistema che attanaglia le maggiori economie capitaliste del mondo, queste due dimensioni oggi si sono ricomposte nella loro sintesi più alta e aggressiva. Alcuni di noi la definiscono come imperialismo, altri come mondializzazione, comunque la si chiami oggi si è riaperta una competizione a tutto campo per accaparrarsi il controllo di risorse, forza lavoro, mercati e flussi finanziari. Questa conquista ha come obiettivo soprattutto l’economia dei paesi emergenti e quelli in via di sviluppo che molti ritengono poter essere l’unica via d’uscita e valvola di sfogo per la crisi di civilizzazione capitalistica che sta indebolendo Stati Uniti ed Unione Europea. In tale contesto, la guerra come strumento della politica e dell’economia è all’ordine del giorno. Se pensiamo di aver visto il massimo degli orrori in questi anni, rischiamo di doverci abituare a spettacoli ben peggiori. L’alleanza – non certo inedita – tra potenze occidentali, petromonarchie e movimenti islamici ha rimesso in discussione molti schemi, a conferma che il processo storico è in continua mutazione e che limitarsi a fotografare la realtà senza coglierne le tendenze è un errore che rischia di paralizzare l’analisi e l’azione politica.

I firmatari di questo documento declinano in modo diverso categorie come imperialismo, mondializzazione, militarismo, disarmo, antisionismo, anticapitalismo, pacifismo, solidarietà internazionale e internazionalismo, ma convergono su un denominatore comune sufficientemente chiaro nella lotta contro la guerra e le aggressioni militari.

Per queste ragioni condividiamo l’idea di promuovere:

Il percorso comune di riflessione che ha portato a questo documento

La costituzione di un patto di emergenza per essere pronti a scendere in piazza se e quando ci sarà una escalation della Nato e dei suoi alleati contro la Siria al quale chiediamo a tutti di partecipare

l’impegno ad un lavoro di informazione e controinformazione coordinato che contrasti colpo su colpo e con ogni mezzo a disposizione la manipolazione mediatica che spiana la strada a nuove “guerre umanitarie”, anche in Siria.

Hanno per ora sottoscritto questo documento:

Rete Romana No War - Rete Disarmiamoli - Militant - Rete dei Comunisti - Partito dei Comunisti Italiani - Forum contro le guerre - Comitato Palestina - Bologna - Comitato Palestina nel Cuore - RomaGruppo d’Azione per la Palestina - Parma - Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli - Csa Vittoria Milano - Alternativa - Federazione Giovani Comunisti - Forum Palestina - Associazione Oltre Confine - Associazione amici dei prigionieri palestinesi Italia - Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella - Brigate di Solidarietà e per la Pace - Brisop - Toscana - Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia – onlus - Collettivo G. Tanas - Tifiamo Rivolta“ - Gruppo Siria: No ad un’altra Libia - ”Federazione Napoletana del Partito della Rifondazione Comunista - Redazione ALBAinFormazione - SLAI COBAS per il sindacato di classe coordinamento nazionale - Federazione Giovani Comunisti Italiani Torino - Sinistra Critica Sarda - Circolo culturale ” Il minatore rosso ” - Brindisi per Gaza - Coordinamento II Policlinico Napoli - ‘Ass.ne “La Casa Rossa” Milano - Associazione Ita-Nica circolo C.Fonseca Livorno - Rete Antifascista di Brescia - UDAP Unione Democratica Arabo palestinese - Partito dei CARC - Redazione di Marx21.it - Lotta e Unità - Laboratorio Politico Iskra - Partito Comunista del Canton Ticino (Partito Svizzero del Lavoro)

Per inviare altre adesioni vedere indirizzo e-mail al link:
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=444

venerdì 22 giugno 2012

Solidarieta' alla giornalista e attivista pacifista Marinella Correggia

Dopo gli attacchi contro la giornalista e pacifista Marinella Correggia, autrice di numerose inchieste sui conflitti in Libia, Siria, Afghanistan ed ex Jugoslavia, la Rete No War prende posizione. 

In questi giorni abbiamo assistito, allibiti, ad una serie di attacchi alla nostra collega Marinella Correggia, giornalista, pacifista dal 1991 e componente di lunga data della Rete NoWar - Roma.   Attacchi che respingiamo con sdegno perché infondati, strumentali e meschinamente ad personam.
Il lavoro che Marinella porta avanti da diversi anni, insieme ad alcuni di noi della Rete, è quello di smontare le bugie contenute in quel diluvio di notizie sensazionalistiche che i mass media usano regolarmente, si direbbe ad arte, per convincerci di sostenere interventi armati in paesi terzi.   Il suo è un lavoro di "pacifismo militante giornalistico", gratuito e a sue spese (e quindi niente affatto “per conto terzi”).
Marinella, nello smontare le falsificazioni dei mass media, dà senz'altro fastidio a qualcuno, non abbiamo dubbi.  E non solo ai giornalisti interessati, ma anche e soprattutto ai ceti dominanti che cercano di promuovere, per profitto, le guerre di conquista fatte passare per interventi "umanitari" in Libia, in Afghanistan, in Iraq, nell'ex-Jugoslavia, ora in Siria.  Marinella sembra infastidire persino molti opinionisti politici che amano dipingere i conflitti in corso in modo semplicistico e del tutto subalterno ai mass media: "popoli coraggiosi che affrontano spontaneamente e a mani nude spietati dittatori i quali, assetati di sangue, non esitano a bombardarli".  Marinella guasta la festa, scoprendo e documentando come, dietro queste sollevazioni senz'altro coraggiose e soggettivamente spontanee, ci siano anche registi occulti che armano i settori più estremisti, inviano nel paese in questione guerriglieri mercenari per aizzare il dittatore di turno e, quindi, provocano guerre civili per giustificare poi i loro interventi "umanitari" a suon di bombe. E che usano dunque, come i loro "apologeti de facto", questi opinionisti e questi giornalisti compiacenti.
Marinella li denuncia, documenti alla mano; non sorprende, dunque, che qualcuno di loro, per stizza o per partito preso, denuncia Marinella -- e, non avendo documenti di appoggio, ricorre all'insinuazione e all'attribuzione di intenti.  Ma ora basta.  Continuare a spargere queste denigrazioni potrebbe danneggiare seriamente l'attività giornalistica di Marinella.  Pertanto avvertiamo chi vorrebbe continuare a farlo che saremo solidali con Marinella nella tutela del suo nome e della sua professionalità.
Roma, 19 giugno 2012 
Rete NoWar – Roma

Firmatari: Nella Ginatempo,  Alessandro Marescotti,  Giulietto Chiesa,  Ufficio Centrale di Alternativa. Claudia Fanti e la redazione Adista,  Giovanni Sarubbi,  Sergio Cararo,  Mila Pernice,  Maurizio Musolino,  Loretta Mussi,  Alessandra Capone,  Alessandro Di Meo,  Andrea Dominici,  Anita Fisicaro,  Anna Farkas,  Antonella Recchia,  Antonio Deplano,  Armando Tolu,  Bassam Saleh,   Blanca Clemente, Luisa Morgantini, Bruna Felici,  Carla Razzano,  David Lifodi,  Dominique Sbiroli,  Enrica Paccoi,  Enza Biancongino,  Enzo Brandi,  Ernesto Celestini,  Flavia Lepre,  Francesco Lussone,  Franco Maresca,  Gianfranco Landi,  Haysha Moore,  Jasmina Radivojevic,  Laura Tussi,  Luciano Manna,  Mahamid Souad, Marco Benevento,  Marco Palombo,  Marco Papacci,  Marco Santopadre,  Maria Antonietta Polidori,  Maria Cristina Lauretti,  Mario Schena,  Marta Turilli,  Massimo Fofi,  Mirella Retico,  Ornella Sangiovanni,  Paola Tiberi,  Patrick Boylan,   Patrizia Cecconi,  Piero Pagliani,  Pietro Raitano,  Pilar Castel,  Roberto Battiglia,  RobertoLuchetti,  Rosa Maria Coppolino,  Samantha Mengarelli,  Sancia Gaetani,  Simona Ricciardelli,  Stefania Limiti,  Stefania Russo,  Tiziano Cavalieri,  Tullio Cardia, Francesco Santoianni,  Angelica Romano, Simona Ricciardelli. Francesco Lussone...

venerdì 18 maggio 2012

Cortine fumogenee sul Summit Nato di Chicago ?Sit-in a Roma sabato 19 maggio della rete No War



Il summit Nato di Chicago e' il piu' grande della storia ma a me sembra che sui temi centrali si stia minimizzando e stendendo cortine fumogenee. 

La Russia e' contraria ai piani di scudo antimissile ed ha parlato anche di possibili attacchi preventivi a nuove istallazioni, viste come minacce, ma si parla nella presentazione del Summit Nato di collaborazione con Mosca. 

Via dall' Afghanistan dopo il 2014, ma ci si sta impegnando anche per gli anni successivi, sia come presenza di militari sia finanziariamente. 

"L' Italia garantira' la difesa aerea anche nei paesi baltici" ? 
Che ci azzecca ? 

Tutti questi temi andrebbero approfonditi seriamente, io li accenno di sfuggita, con superficialita', ma come al solito ci stanno prendendo in giro. 

Intanto domani a Roma, dalle 17.00 alle 20.00, sit-in alla fermata Metro Colosseo della rete NoWar e del gruppo Statunitensi contro la guerra in appoggio alle manifestazioni previste contro questo vertice a Chicago. 

marco

A Chicago il summit della Nato - L’Alleanza futura anche in vista della “exit strategy” da Kabul 

Approfondimenti 
NATO: Afghanistan; le tappe del ritiro. Il contributo dell’Italia 
18 Maggio 2012 

Il 25.mo summit della Nato, che si terrà a Chicago il 20 e 21 maggio, 

sarà il "più grande della storia" dell'Alleanza – 

ha detto il Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen - sottolineado che nel corso del maxi-vertice, al quale parteciperanno circa 60 Paesi e organizzazioni, verranno "lanciati altri 20-30 progetti multinazionali". Tre gli obiettivi chiave: Il percorso nel breve medio termine in Afghanistan; la questione della sicurezza in un periodo di crisi economica, il rafforzamento delle avviate partnership nel mondo. 

Afghanistan: partnership di lungo periodo oltre il 2014 

Rasmussen ha confermato che la Nato "completerà" la sua missione in Afghanistan "entro la fine del 2014, ma terremo fede alla nostra partnership di lungo periodo con il popolo afghano". Sono stati fatti "notevoli progressi verso il nostro obiettivo - ha spiegato - Rispettiamo la nostra tabella di marcia per completare la transizione verso la responsabilità afghana della sicurezza entro fine 2014". Oggi, "le truppe e la polizia afghane hanno il controllo delle attività di sicurezza per la metà della popolazione e mi aspetto che avranno il controllo di ulteriori aree presto, perché ogni giorno diventano più capaci e più sicuri di sé" - ha proseguito. 
Per quanto riguarda l’Italia , in sintonia con gli Alleati, sarà ridotto progressivamente da qui al 2014 il nostro contingente militare e si continuerà a dare assistenza e supporto alle forze di sicurezza afghane. 

Dopo il 2014, in una cornice post-Isaf, "intendiamo concorrere, nel contesto delle azioni decise dalla comunità internazionale – hanno detto i ministri Giulio Terzi e Giampaolo di Paola nell’audizione dei giorni scorsi alla Camera - al mantenimento delle capacità afgane così acquisite, attraverso una presenza di addestramento e di assistenza, anche finanziaria". 

La sicurezza in tempo di austerità 

Al summit di Chicago- ha detto Rasmussen incontrando nei giorni scorsi il Premier italiano, Mario Monti a Roma , "discuteremo di come garantire la sicurezza in tempi di austerità". Secondo il Segretario Generale Nato "economia e sicurezza sono strettamente connesse perché un'economia debole offre meno risorse per la sicurezza, più forte è l'economia più si può investire in sicurezza, quindi politiche economiche forti sono di fatto politiche per la sicurezza". A Lisbona – ha ricordato Rasmussen "abbiamo concordato di costruire un sistema missilistico di difesa per proteggere la popolazione, i territori e le forze europee dei paesi Nato contro una minaccia crescente A Chicago annunceremo una capacità provvisoria: questo è solo il primo passo, ma è significativo". 

A Chicago, ha aggiunto, "lanceremo 20-30 altri progetti multinazionali, inclusi quelli per una migliore protezione, una migliore sorveglianza e una migliore manutenzione. Noi puntiamo alle Forze Nato 2020, un'alleanza adeguata alla prossima decade e oltre: e il modo per arrivarci è la difesa intelligente, una rinnovata cultura di cooperazione che permetta a tutti gli alleati di fornire maggiore sicurezza ai nostri cittadini, anche in tempi di austerità". In un quadro di cooperazione tra i vari partner della Nato, volta ad ottimizzare l'impiego delle risorse dei singoli Paesi, l'Italia – ha detto il Ministro Di Paola - potenzierà la missione di 'polizia aerea' che già svolge e presto contribuirà a garantire la difesa aerea anche dei Paesi baltici. 

Lo scudo antimissile ed i rapporti con la Russia 

La Nato – ha detto il Segretario Generale - rimane fiduciosa che verrà raggiunto un accordo con la Russia sul programma di difesa missilistica, nonostante l'opposizione di Mosca ai piani europei per uno 'scudo'. Per il Premier Monti lo scudo antimissile allo studio in Europa non deve avere conseguenze negative per le relazioni tra la Nato e la Russia. "Sul tema della difesa missilistica ci siamo trovati d'accordo sull'opportunità che non condizioni lo sviluppo del rapporto tra Nato e Russia ma sia il presupposto per un salto di qualità strategico nelle relazioni tra Mosca e l'alleanza", ha detto Monti, in conferenza stampa con il Segretario gGnerale della Nato svoltasi a Roma nei giorni scorsi. 

La cooperazione tra Nato e Russia è "strategica", ha sottolineato il Ministro Terzi. "Quello tra Nato e Russia - ha detto - è un rapporto cui teniamo molto e il nostro obiettivo è di mantenere presente il tema nel contesto Nato ma anche nella leadership russa". Terzi ha aggiunto che anche se "non è stato possibile ottenere una sessione del Consiglio Nato-Russia a Chicago è significativo per l'Italia il fatto che nell'ultima riunione ministeriale Nato a Bruxelles il Ministro degli esteri russo Lavrov abbia sottolineato la necessità di mantenere vivo lo spirito di Pratica di Mare" 

Il rafforzamento delle partnership 

"Rafforzeremo il nostro network di partnership nel mondo", ha sottolineato il Segretario Generale della Nato. La linea dell’Italia è pienamente coerente con questo obiettivo: il Ministro della Difesa Di Paola in Parlamento ha ribadito la necessità che la collaborazione con i partner si espanda ulteriormente ed ha ricordato che a Chicago "si aprirà una riflessione su quali forme di cooperazione sia possibile instaurare con le nuove potenze emergenti, come la Cina, il Brasile, l'India, il Sud Africa ed altri ancora". 

Fonte www.esteri.it 
sito del Ministero degli Esteri

martedì 15 maggio 2012

Lo striscione della rete No War Roma alla manifestazione del FdS del 12 maggio contro il Governo Monti


Alla manifestazione della Federazione della Sinistra (Rifondazione , PdCI e altri soggetti minori) del 12 maggio contro il Governo Monti e le politiche economiche della Unione Europea e della BCE, la Rete No War ha portato per la prima volta in una manifestazione nazionale lo striscione -Mai piu' guerre "umanitarie"-.
Ecco alcune foto della manifestazione e dello striscione:





sabato 28 aprile 2012

Roma, arriva Rasmussen,impossibili due cartelli contro la guerra


Dove centinaia di tassisti hanno assediato Palazzo Chigi, impossibili 2 cartelli contro la guerra.

Arriva Rasmussen segretario della Nato e non e' stato possibile esporre un cartello contro la guerra, neanche facendo un salto alla vicina Questura di Roma e facendo una regolare richiesta.

Vicino a Palazzo Chigi due persone non possono esporre cartelli in questa occasione.
Non e' mai possibile dicono i funzionari della Questura.
Nello stesso punto centinaia di tassisti hanno manifesto per ore contro la liberalizzazione delle loro licenze, ma due cartelli contro la guerra no.

Cosi' va il mondo. Ma va nella direzione giusta?

Rete No War

http://www.contropiano.org/it/archivio-news/archivio-news/in-breve/italia/item/8448-roma-arriva-rasmussen-vietato-manifestare