martedì 14 febbraio 2012

Francia e Germania ricattano la Grecia anche per vendere piu' armi.


Parigi e Berlino ad Atene: 'Se comprate le nostre armi avrete aiuti'
di Redazione Contropiano

Il ricatto nel ricatto. L'Unione Europea ha imposto alla Grecia di tagliare la spesa sociale e ridurre la sua popolazione in povertà. Ma Berlino e Parigi impongono ad Atene di comprare le proprie armi per velocizzare la concessione degli 'aiuti' economici.

Hanno spiegato al popolo greco che non si può più permettere il ‘lusso’ di guadagnare uno stipendio che gli permetta di vivere. E che in molti casi lo stato non può permettersi di garantire pensioni e stipendi, sanità e istruzione. “I greci hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità’. E quindi ora devono sopportare la miseria, bisogna ripianare il debito ‘pubblico’. Ma di tagliare la spesa militare non se ne parla. Anzi. Le armi la Grecia le deve comprare, e comprare da Francia e Germania. Vari miliardi di euro di spesa, la maggior parte dei 7 miliardi di spese militari che il piccolo paese ha messo in cantiere nel 2012. Una enormità. Settimane fa il settimanale tedesco Die Zeit spiegava con orgoglio che i rifornimenti di armamenti alla Grecia sono tutti di provenienza tedesca. Con circa 130mila effettivi nel suo esercito, Atene spende per la Difesa il 3% del suo Pil in caduta libera da anni a causa della recessione in cui è stata precipitata dai ‘salvataggi’ europei.

All’interno della Nato soltanto gli Stati Uniti spendono di più. Nei giorni scorsi alcuni quotidiani o siti italiani avevano parlato delle pressioni franco-tedesche su Atene: se comprate le nostre armi avrete gli ‘aiuti’. Ieri a fare il punto è stato un articolo del Corriere della Sera, che però tenta di descrivere un Papademos succube della Merkel in contrapposizione ad un socialista Papandreou indipendente e coscienzioso. Non è andata esattamente così, ma il pezzo del Corriere ha avuto il merito di rendere pubblico lo scandalo al grande pubblico italiano. Nel 2012 la spesa militare ellenica ammonterà a 7 miliardi di euro.

Fregate, sottomarini e caccia... (Marco Nese, Corriere della Sera del 13/02/2012)

I greci sono alla fame, ma hanno gli arsenali bellici pieni. E continuano a comprare armi. Quest’anno bruceranno il tre per cento del Pil (prodotto interno lordo) in spese militari. Solo gli Stati Uniti, in proporzione, si possono permettere tanto. Ma cosa spinge Atene a sperperare montagne di soldi? La paura dei turchi? No, è l’ingordigia della Merkel e di Sarkozy. I due leader europei mettono da mesi il governo greco con le spalle al muro: se volete gli aiuti, se volete rimanere nell’euro, dovete comprare i nostri carri armati e le nostre belle navi da guerra.

Le pressioni di Berlino sul governo di Atene per vendere armi sono state denunciate nei giorni scorsi da una stampa tedesca allibita per il cinismo della Merkel, che impone tagli e sacrifici ai cittadini ellenici e poi pretende di favorire l’industria bellica della Germania.

Fino al 2009 i rapporti fra Atene e Berlino andavano a gonfie vele, il governo greco era presieduto da Kostas Karamanlis (centrodestra), grande amico della Merkel. Gli anni di Karamanlis sono stati una vera manna per la Germania. «In quel periodo – ha calcolato una rivista specializzata – i produttori di armi tedeschi hanno guadagnato una fortuna». Una delle commesse di Atene riguardò 170 panzer Leopard, costati 1,7 miliardi di euro, e 223 cannoni dismessi dalla Bundeswehr, la Difesa tedesca.

Nel 2008 i capi della Nato osservavano meravigliati le pazze spese in armamenti che facevano balzare la Grecia al quinto posto nel mondo come nazione importatrice di strumenti bellici. Prima di concludere il suo mandato di premier, Karamanlis fece un ultimo regalo ai tedeschi, ordinò 4 sottomarini prodotti dalla ThyssenKrupp. Il successore, George Papandreou, socialista, si è sempre rifiutato di farseli consegnare. Voleva risparmiare una spesa mostruosa. Ma Berlino insisteva. Allora il leader greco ha trovato una scusa per dire no. Ha fatto svolgere una perizia tecnica dai suoi ufficiali della Marina, i quali hanno sentenziato che quei sottomarini non reggono il mare. Ma la verità, ha tuonato il vice di Papandreou, Teodor Pangalos, è che «ci vogliono imporre altre armi, ma noi non ne abbiamo bisogno». Gli ha dato ragione il ministro turco Egemen Bagis che, in un’intervista allo Herald Tribune, ha detto chiaro e tondo: «I sottomarini della Germania e della Francia non servono né ad Atene né ad Ankara».

Tuttavia, Papandreou, alla disperata ricerca di fondi internazionali, non ha potuto dire di no a tutto. L’estate scorsa il Wall Street Journal rivelava che Berlino e Parigi avevano preteso l’acquisto di armamenti come condizione per approvare il piano di salvataggio della Grecia. E così il leader di Atene si è dovuto piegare. A marzo scorso dalla Germania ha ottenuto uno sconto, invece dei 4 sottomarini ne ha acquistati 2 al prezzo di 1,3 miliardi di euro. Ha dovuto prendere anche 223 carri armati Leopard II per 403 milioni di euro, arricchendo l’industria tedesca a spese dei poveri greci. Un guadagno immorale, secondo il leader dei Verdi tedeschi Daniel Cohn-Bendit. Papandreou ha dovuto pagare pegno anche a Sarkozy. Durante una visita a Parigi nel maggio scorso ha firmato un accordo per la fornitura di 6 fregate e 15 elicotteri. Costo: 4 miliardi di euro. Più motovedette per 400 milioni di euro.

Alla fine la Merkel è riuscita a liberarsi di Papandreou, sostituito dal più docile Papademos. E i programmi militari ripartono: si progetta di acquisire 60 caccia intercettori. I budget sono subito lievitati. Per il 2012 la Grecia prevede una spesa militare superiore ai 7 miliardi di euro, il 18,2 per cento in più rispetto al 2011, il tre per cento del Pil. L’Italia è ferma a meno dello 0,9 per cento del Pil.
Siccome i pagamenti sono diluiti negli anni, se la Grecia fallisce, addio soldi. Ma un portavoce della Merkel è sicuro che «il governo Papademos rispetterà gli impegni». Chissà se li rispetterà anche il Portogallo, altro Paese con l’acqua alla gola e al quale Germania e Francia stanno imponendo la stessa ricetta: acquisto di armi in cambio di aiuti.

I produttori di armamenti hanno bisogno del forte sostegno dei governi dei propri Paesi per vendere la loro merce. E i governi fanno pressione sui possibili acquirenti. Così nel mondo le spese militari crescono paurosamente: nel 2011 hanno raggiunto i 1800 miliardi di dollari, il 50 per cento in più rispetto al 2001.

Quello delle pressioni di Germania e Francia per vendere armi alla Grecia in cambio di aiuti è uno "scenario verosimile" ha commentato l'ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica militare italiana, il generale Leonardo Tricarico, in un'intervista a Radio 24. "Questo scenario è verosimile, nel mondo del procurement militare oggi più di ieri stanno prevalendo valutazioni di carattere politico più che la bontà del prodotto vero e proprio", ha commentato Tricarico che ha definito abnormi e non giustificate le spese militari sostenute da Atene. Ingiustificate per Atene, ma non per Berlino, che negli ultimi anni ha rifilato all’esercito greco una enorme quantità di armi dismesse dalla Bundeswehr, armi di seconda mano. Gli arsenali greci sono stati riforniti di 170 panzer Leopard (valore 1,7 miliardi) e 223 cannoni semoventi corazzati. Per non parlare di quattro sommergibili del valore di quasi 3 miliardi di euro.

Fonte www.contropiano.org

lunedì 13 febbraio 2012

Siria, missione peacekeeping ONU-Attenti alle cortine fumogene sulla proposta della Lega Araba


Questa scheda sara' aggiornata,corretta ed integrata durante il percorso che avra' all'ONU e nell' opinione pubblica,italiana ed internazionale.
Ultima correzione 14 febbraio.
marcopa

La proposta della Lega Araba di una forza di interposizione dell' ONU in Siria viene presentata con le solite cortine fumogene.

La Lega Araba aveva gia' presentato una risoluzione al Consiglio di Sicurezza dove chiedeva all' attuale governo siriano di lasciare il potere. Inoltre finanzia l' opposizione, in particolare il CNS, che considera l' unico legittimo rappresentante della popolazione siriana.

In Libia abbiamo gia' visto quanto i paesi occidentali siano neutrali quando affermano di difendere i civili.

La novita'che ho conosciuto martedi' 14 febbraio e' che missione potrebbe essere vista con favore dalla Russia,ovviamente cio' che viene detto va sempre valutato con mille dubbi, alla propostal' attenzione di Mosca potrebbe pero' essere una occasione per costruirla in modo piu' corretto. Dovrebbe essere aperta una interlocuzione tra Russia e Cina e studiosi di peacekleepling e attivisti pacifisti internazionali.

Insomma questa proposta di peacekeeping ONU prendiamola seriamente ma sia seriamente di peacekeeping, quindi va seguita e valutata da chi studia questa materia e deve essere neutrale in maniera chiara.

Per ora chi chiede questa soluzione si e' distinto per bugie in serie in Siria e violenze in Libia.

Devono seguire la questione anche paesi veramente neutrali e studiosi indipendenti di peacekeeping.

La propaganda, la confusione alimentata con mezzi potenti,non fanno sperare niente di buono.
Abbiamo mezzi limitati, ma conosciamo i rischi di questa proposta messa in pratica da paesi Nato e della Lega Araba. Speriamo che altri pacifisti siano attenti e non firmino assegni in bianco a chi ha gia' truffato lo scorso anno.

Scheda di M.Correggia sul CNS ,Consiglio Nazionale Siriano

SIRIA. MENZOGNE MEDIATICHE.
QUARTA PUNTATA.

Chi è davvero e cosa chiede il Cns (Consiglio nazionale siriano), organizzatore della manifestazione del 19 febbraio a Roma

E’ stato il nuovo governo della Libia, frutto della guerra della Nato, il primo a riconoscere già lo scorso ottobre come “legittimo rappresentante del popolo siriano” il Consiglio nazionale siriano (Cns), in inglese Syrian National Council
(http://latimesblogs.latimes.com/world_now/2011/10/syria-libya-opposition.html). Il Cns a sua volta aveva riconosciuto il Cnt libico già prima della conquista di Tripoli.

Basato in Turchia (ma il suo leader Bhouran Gharioun vive a Parigi da decenni; sostiene però di rappresentare l’80% dei siriani), il Cns, attraverso i suoi “osservatori sui diritti umani” da Londra e i cosiddetti “Comitati di coordinamento locale”, è la fonte quasi esclusiva delle notizie pubblicate sui media che accreditano la versione di una “rivolta a mani nude contro il dittatore”. Peraltro c’è uno scontro interno fra “attivisti” che si accusano reciprocamente (vedi la Seconda puntata di questa serie).

A differenza dell’altra opposizione che vuole il negoziato e non accetta la lotta armata né l’ingerenza, il Cns rifiuta ogni negoziato e mediazione (come il Cnt libico, a suo tempo).Non ne ha bisogno, perché ha trovato molti alleati fra i paesi occidentali e petromonarchici, ai quali ha chiesto da tempo l’imposizione di una no-fly zone “per la protezione dei civili” (per esempio in ottobre: http://globalpublicsquare.blogs.cnn.com/2011/10/11/time-to-impose-a-no-fly-zone-over-syria/; e in gennaio: http://www.wallstreetitalia.com/article/1307700/siria-opposizione-invoca-intervento-onu-serve-no-fly-zone.aspx). Del resto come vari analisti hanno spiegato, anche nel caso siriano la no-fly zone non avrebbe senso e dovrebbe piuttosto sfociare in un vero e proprio sostegno aereo anti-governativo o Cas (close air support).
Il Cns ha stretto in dicembre un patto di collaborazione (http://www.nytimes.com/2011/12/09/world/middleeast/factional-splits-hinder-drive-to-topple-syrias-assad.html?_r=1&pagewanted=all)
con il cd Esercito siriano libero (Free Syrian Army).

Il rappresentante del Cns in Italia e organizzatore della manifestazione a Roma del prossimo 19 febbraio (che ha già avuto diverse adesioni di associazioni italiane) è Mohammed Noor Dachan. Sul sito del Syrian National Council risulta affiliato come appartenente alla Muslim Brotherhood Alliance (http://www.syriancouncil.org/en/members/item/241-mohammad-nour-dachan.html). Egli sostiene che l’Esercito siriano libero “sono soldati, sottufficiali e ufficiali che hanno scelto di rifiutare di sparare alla gente comune disarmata e non è un esercito di guerra, ma ha solo l'obiettivo di difendere le manifestazioni”. La realtà appare molto diversa.

Il cd Esercito libero appare responsabile di uccisioni di soldati e civili siriani (ci sono elenchi nominativi documentati) e atti di sabotaggio e terrorismo (di recente decine di morti in esplosioni ad Aleppo).

Accanto all’Esercito siriano libero, l’intervento armato occidentale e petromonarchico c’è già e da tempo. Non sotto forma di bombardamenti ma di finanziamenti e invio di armi, consiglieri e mercenari. In appoggio a gruppi armati anti-Assad. Che il Cns avalla e con i quali collabora. Mentre la Turchia offre la base logistica alla Free Syrian Army, Qatar e altri paesi non fanno mistero del loro appoggio “diplomatico” e finanziario e in armi; a metà gennaio lo sceicco Bin Khalifa Thani ha dichiarato la volontà di mandare truppe. Inglesi e francesi hanno confermato di aver mandato unità ad assistere i rivoltosi. Sono state scoperte armi inglesi avviate clandestinamente. A Homs truppe inglesi e qatariote dirigono l’arrivo di armi ai ribelli e consigliano sulle tattiche della battaglia, secondo il sito israeliano Debka file.

Da tempo l’opposizione siriana ottiene quotidianamente partite di armi (http://rt.com/news/syria-opposition-weapon-smuggling-843/). Obama chiede apertamente di sostenere gli armati anti-Assad e pensa di replicare i successi libici: nessun uomo, nessun morto, ma consiglieri e molti soldi. Fonti americane rivelano al Times un piano in fase di elaborazione da parte di Stati Uniti e alleati per armare i ribelli. Indiscrezioni che si incrociano con quelle del Guardian sulla presunta presenza di reparti speciali britannici e americani al fianco degli insorti, così come quella del sito israeliano Debka su una infiltrazione sul terreno, a Homs, di consiglieri militari sia britannici sia del Qatar. A queste indiscrezioni la Russia ha reagito affermando che si tratta di informazioni ''allarmanti'', secondo il portavoce del ministero degli Esteri, Aleksandr Lukashevich (http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/siria-homs-strage-senza-fine-times-piano-1113360/www.peacelink.it).

Poi ci sono i mercenari libici. A dicembre il presidente del Consiglio nazionale siriano Burhan Ghalioun incontra a Tripoli i nuovi dirigenti. E scatta il piano che porta diverse centinaia di volontari libici in Siria, sparpagliati tra Homs, Idlib e Rastan (http://www.corriere.it/esteri/12_febbraio_10/olimpio-siria-insorti_a9528996-53da-11e1-a1a9-e74b7d5bd021.shtml). La missione è coordinata dall’ex qaedista Abdelhakeem Belhaj, figura di spicco della nuova Libia, e dal suo vice Mahdi Al Harati.

Intanto il sito di petizioni Avaaz, dopo aver diffuso per la Libia notizie di bombardamenti su civili (http://www.avaaz.org/it/libya_stop_the_crackdown_eu) in seguito ampiamente smentite, invita alla "battaglia mondiale" per la Siria dicendo: "Questo è il culmine della primavera araba e della battaglia mondiale contro i despoti sanguinari".

Dalla lista Pace di Peacelink.it
consultabile da tutti




domenica 12 febbraio 2012

Riflessioni sul rapporto degli osservatori della Lega Araba in Siria


Riflessioni sul rapporto degli Osservatori della Lega Araba in Siria
di Gustavo Pasquali*

La pubblicazione del rapporto redatto dal capo della missione degli osservatori della Lega Araba, che su incarico della stessa è stata presente in Siria e la sua attenta lettura, ci fa capire ancora meglio quanto sta realmente avvenendo in quel paese.

Prima di entrare nel vivo delle considerazioni che la relazione mi porta a fare vorrei spendere due parole sulla sua parte finale, dove il generale MuhammadAhmad Mustafa Al-Dabi riporta le insufficienze di preparazione di alcuni dei suoi uomini, o come altri fossero troppo anziani per questo tipo di incarico, o, purtroppo, come altri ancora hanno tentato di fare la cresta sui rimborsi (sic!), altri invece mandavano rapporti esagerati direttamente ai loro governi, scavalcando il Capo Missione, dove riporta le carenze dei mezzi con cui la missione ha dovuto operare (10 radio a due vie gliele ha regalate sul posto l’Ambasciata cinese….) e l’azione di alcuni mass-media che da subito hanno tentato di screditarne l’azione pubblicando notizie non vere o gonfiate.

Tutto questo mi fa ritenere che da parte dei promotori della missione non ci fosse già dall’origine una reale volontà di mettere in campo una macchina funzionante ed efficiente, ma soltanto di creare un alibi che giustificasse un futuro intervento, la serietà della maggior parte dei componenti della missione ha però fatto fallire il piano, e così dopo soli 23 giorni la missione è stata ritirata, infatti non stava trovando nulla di eclatante contro il governo siriano, e dall’altra parte scopriva invece molte magagne, e riportava le cose come erano realmente.

La lettura della prima parte del rapporto invece, quella che riporta quanto accertato e visto, rafforza le mie convinzioni su un forte intervento esterno che mira a cambiare il governo siriano con uno allineato al blocco arabo-islamico-sunnita che Arabia Saudita e Qatar stanno costruendo nella regione del medio oriente e del nord Africa.

Il Governatore di Homs, non smentito dagli osservatori della Lega Araba, valuta gli insorti armati nella sua città in 3.000 unità, chi li ha riforniti di munizioni per tutto questo tempo? (i media non hanno dato notizia di assalti riusciti agli arsenali militari del governo siriano, quindi armi e munizioni – queste in grande quantità – vengono per forza da fuori), lo stesso Governatore lamenta rapimenti e sabotaggi a infrastrutture civili da parte degli insorti.

Ad Homs comunque gli osservatori riescono a mettere in piedi una specie di tregua, con restituzione di automezzi militari catturati da parte degli insorti, scambio di cadaveri tra le due parti, liberazione di 5 prigionieri politici da parte delle autorità.

Anche ad Hama l’intervento degli osservatori porta alla cessazione degli scambi di colpi di arma da fuoco tra le parti, gli stessi osservatori riescono a far rimuovere uomini e mezzi dell’esercito da molte città e quartieri residenziali: oltre alle armi c’è quindi un’altra via per risolvere le questioni, ma forse non si vuol seguire.

Ovviamente le violenze non sono cessate, gli insorti hanno attaccato i governativi, il rapporto parla di attacchi a Dera’a, Homs, hama e Idlib degli insorti contro i governativi che causano morti e feriti, ed a detta del rapporto non sempre i governativi rispondono al fuoco, vengono usati da parte degli attaccanti anche razzi e proiettili perforanti. Gli insorti hanno bombardato un treno che trasportava gasolio e sempre ad Homs hanno fatto saltare un autobus della polizia causando la morte di due ufficiali.

Siccome non sono nato ieri ritengo che anche i governativi hanno fatto le loro brave porcate, ed il fatto che non siano dettagliatamente riportate nel rapporto non vuol dire che non ci siano state, basta vedere le contestazioni agli osservatori fatta da filogovernativi a Latakia, con il ferimento di due componenti della missione.

Ma a riprova che c’è un’altra maniera per risolvere le questioni oltre alle armi, il 17 gennaio, ci dice sempre il rapporto, ci sono state una serie di manifestazioni pro e contro il governo in alcune città senza nessun incidente.

Il rapporto ci dice anche che alcune denunce di violenze, esplosioni e cose simili presentate agli osservatori non hanno retto alla verifica dei fatti, ovvero si trattava di menzogne.

Il rapporto dichiara inoltre che i media hanno esagerato la natura degli incidenti, il numero degli uccisi e le proteste di alcune città. Non c’è bisogno di fare un grande ragionamento perché il ruolo del “circo mediatico” relativamente a quanto sta succedendo nel mondo arabo lo dovremmo avere tutti ben chiaro.

Il rapporto ci dice anche che sostanzialmente il governo siriano non ha ostacolato la missione della Lega Araba, ma ha cercato di agevolarla, anche se non pienamente e con alcune zone d’ombra.

Il 15/1/2012 il Presidente Assad ha varato una amnistia generale per gli eventi del 15 marzo 2011, e ha dichiarato di aver scarcerato gradualmente, alla data del 19/1/2012, 3.569 arrestati, gli osservatori accertano la liberazione sicura di 1.669 persone; prima dell’amnistia il governo siriano afferma di aver comunque liberato 4.035 prigionieri, e gli osservatori hanno certificato che è sicuramente vero per 3.569 di loro. A fronte delle dichiarazioni del governo di aver complessivamente liberato 7.604 prigionieri ne risultano veritieri e certificati dagli osservatori 5.152, per dei biechi repressori la cosa non è male!!!

Gli oppositori “esterni” avevano denunciato agli osservatori 16.237 prigionieri politici, mentre gli oppositori “interni” ne avevano denunciati 12.005; gli osservatori hanno rilevato discrepanze nelle liste avute dagli oppositori, informazioni errate e non accurate e nomi ripetuti, ma intanto nei media viaggiano i “numeri al lotto” delle opposizioni e si oscura il lavoro degli osservatori.

E, dulcis in fundo, il rapporto afferma che il giornalista francese ucciso ad Homs (si tratta di Gilles Jacquier, ucciso l’11 gennaio 2012) è stato ucciso da una bomba di mortaio dell’opposizione. E infatti il giornalista francese si trovava ad una manifestazione di cittadini pro-governo; per come è stata trattata la notizia tutto il meccanismo mediatico mi ha ricordato quello della strage del mercato a Sarajevo del 17 febbraio 1994: i bosniaci si sono bombardati, e la colpa è stata dei serbi!

Dal rapporto si evincono poi due cose importantissime, una negativa ed una positiva, quella negativa è la scoperta di una “entità armata” che ha attaccato indiscriminatamente sia i soldati governativi che i manifestanti antigovernativi, e questa cosa ci deve far riflettere molto circa quanto sta succedendo in Siria e su chi soffia sul fuoco, quella positiva e che :” i cittadini ritengono che la crisi debba essere risolta in modo pacifico attraverso la sola mediazione araba, senza ricorrere all’intervento internazionale”.

Gli spiragli per una soluzione pacifica ci sono ancora, si stanno restringendo ma ci sono ancora, spetta a tutti noi non farli chiudere.

* Comitato con la "Palestina nel cuore"

Fonte www.contropiano.org

14 Febbraio,il re del Bahrain teme l'anniversario della rivolta di San Valentino e arresta i possibili testimoni


Il regime sunnita teme la manifestazione di San Valentino

Violenze e minacce in Bahrain
Re Hamad fa arrestare i testimoni
di Michele Giorgio

Si aggrava la situazione in Barhain. Le forze di sicurezza della monarchia (assoluta) appoggiate dalle truppe saudite, entrate nel paese un anno fa, sono impegnate a impedire con il pugno di ferro le iniziative del movimento popolare per la democrazia e i diritti. Iniziatve che culmineranno in una manifestazione a Manama di decine di migliaia di bahraniti il 14 febbraio, anniversario della rivoluzione - repressa nel sangue un mese dopo. Gli attivisti programmano di dare vita ad una tendopoli per chiedere l' elezione di un parlamento "vero". Richiesta respinta dalla monarchia che non vuole cedere i suoi poteri.

La mano pesante dei servizi di sicurezza del re sunnita Hamad al Khalifa - che regna su una maggioranza di sciiti - si fa sentire anche sugli stranieri. Nelle ultime ore diversi reporter e attivisti dei diritti umani sono stati respinti all' arrivo all' aeroporto di Manama. Ieri due straniere, l' avvocata palestinese americana Huwaida Arraf e Radhika Sainath - entrambe attive con l' International solidarity movement nei Territori occupati palestinesi - sono state arrestate nei pressi della Standar Chartered Bank di Manama (il fermo e' stato filmato e messo in rete http://yfrog.com/nfzg5z) mentre partecipavano ad una manifestazione pacifica. Arraf e Sainath, che verranno espulse nelle prossime ore, si trovano in Bahrain per partecipare come monitors alle attivita' della Witness Bahrain initiative. Testimoni hanno riferito che le due donne sono state circondate dagli agenti e percosse prima di essere spinte con la forza nelle jeep della polizia. In serata le autorita' hanno oscurato il sito della loro organizzazione (http://www.witnessbahrain.org) e altri media legati alle proteste popolari.

"La polizia ha anche disperso con la forza le manifestazioni dirette verso la piazza della Perla (dove l' anno scorso si concentro' la protesta contro la monarchia, ndr) ma la repressione non fermera' chi vuole democrazia e uguaglianza tra tutti i cittadini", prevede Nabil Rajab, direttore del Centro bahranita per i diritti umani . Per il governo la polizia avrebbe risposto alla "violenza dei dimostranti".
Ieri a Manama e' stato anche il giorno delle squadracce Fateh (conquistatori) che, attraverso contromanifestazioni a Manama e in altre localita' del piccolo arcipelago, tentano di intimidire chi protesta contro il re. Ma vogliono anche ribadire il dominio dei sunniti giunti duecento anni fa dalla penisola arabica da "conquistatori" in Barhain.

Ieri i Fateh sfilavano per le vie del centro della capitale sventolando le bandiere dell' Arabia Saudita, per sottolineare i legami strettissimi con Riyadh che gia' un anno fa corse in soccorso di re Hamad.
"La monarchia fa di tutto per alimentare il conflitto tra sunniti e sciiti e denuncia le manovre dell' Iran, ma quella bahranita e' una societa' cosmopolita, aperta al mondo esterno, formata da giovani che guardano ad un futuro migliore. In piazza a chiedere riforme e diritti ci vanno tutti: musulmani, cristiani, bahai, uomini e donne", spiega la sunnita Reem Khalifa, la giornalista piu' nota del Bahrain. "Questa non e' una rivoluzione sciita ma la rivoluzione di tutti i cittadini. Purtroppo la comunita' internazionale non vede il Bahrain e non ci offre il sostegno che ci occorre per spingere il re ad approvare le riforme".

Piu' che alla comunita' internazionale Reem Khalifa dovrebbe rivolgere le sue critiche all' Europa e, soprattutto, agli Stati Uniti, protettori del fedele alleato re Hamad che ospita in Bahrain la base della V Flotta americana, una delle piu' importanti perche' di fronte all' Iran.
Michael Posner, sottosegretario di stato Usa per i diritti umani, due giorni fa, a proposito dell' aumento della tensione in Bahrain, si e' limitato ad esortare la monarchia a rinunciare "ad un uso eccessivo della forza" contro i dimostranti.

Fonte Il Manifesto del 12 Febbraio 2012

venerdì 10 febbraio 2012

Guerre contro il clima- di M.Correggia



Dalla rubrica Terra Terra del Manifesto

AMBIENTE

Guerre contro il clima
di Marinella Correggia

Le guerre sono una delle più energivore tra le attività umane, anche se i movimenti «per la giustizia climatica» non hanno ancora fatto questo collegamento. Gli interventi bellici, e l'arsenale militare permanente (armi e basi) che richiedono, provocano un gigantesco consumo di combustibili fossili con relativa emissione di gas serra. E le guerre di aria, terra e acqua impiegano aerei, navi e carrarmati sempre più grandi e voraci di energia.
Sul Pentagono si sofferma uno studio recente, The US Military Assault on Global Climate, pubblicato da Patricia Hynes su Science for Peace Bulletin. Fra gli attori istituzionali, fa notare, è il maggiore singolo utilizzatore finale di prodotti petroliferi e di energia al mondo.

Nel 1940 il settore militare Usa consumava solo l'1% dell'energia totale del paese; alla fine della Seconda guerra mondiale era il 29%. Nel 2003 lo stesso esercito Usa stimava che la guerra all'Iraq costasse circa 148 milioni di litri di carburante ogni tre settimane. Fra il 2003 e il 2007 quella costosa guerra ha provocato l'emissione di almeno 140 milioni di tonnellate di anidride carbonica, più delle emissioni totali di 139 paesi al mondo. Tutto ciò senza contare, in questa disastrosa contabilità climatica di guerra, le distruzioni e successive ricostruzioni: infrastrutture, case, ponti - fare il cemento è altamente energivoro.

I consumi del Pentagono sono quasi un segreto; secondo alcuni calcoli si aggirerebbero intorno al milione di barili al giorno, contribuendo alle emissioni di gas serra in una misura pari al 5% del totale. L'aereo da guerra F-4 Phantom brucia oltre 5.920 litrii di kerosene all'ora arrivando a 53.280 litri per la velocità supersonica. Un quarto del kerosene da jet consumato nel mondo va a questi dèmoni volanti. Come l'aviazione civile, l'aviazione militare pesa in proporzione di più sul clima perché le emissioni di gas serra per unità di carburante sono quasi il triplo di quelle di diesel e petrolio; è il cosiddetto «effetto radiativo» delle operazioni ad alta quota.

Eppure il Pentagono è esonerato da qualsiasi tetto alle emissioni, meccanismo di compensazione, tassazione ad hoc, impegno di riduzione, o dal fare rapporto a organismi nazionali e internazionali. E questo, spiega l'articolo citato, perché nel 1997, ai negoziati per il Protocollo di Kyoto (il primo accordo internazionale per limitare le emissioni globali), gli Usa imposero al mondo l'esenzione dai limiti di emissione per i carburanti cosiddetti «bunker» (usati da navi e aerei) e per tutte le emissioni relative alle operazioni militari a livello mondiale. Dopo il danno, la beffa: ben presto Bush figlio stracciò l'adesione del suo paese al Protocollo di Kyoto.

Poiché per assicurare la disponibilità e l'approvvigionamento in combustibili fossili esteri occorrono attività militari possenti (controllo e intervento), le emissioni di gas serra imputabili a tali operazioni andrebbero incluse nel costo ambientale dei combustibili fossili. Un migliaio di basi militari Usa traccia un arco nero dalle Ande al Nord Africa e dal Medio Oriente fino a Indonesia, Corea del Sud e Filippine, ricalcando la distribuzione delle principali risorse, e rotte, fossili. Si chiama «sicurezza energetica».

Lo sforzo americano per assicurarsi un accesso permanente al petrolio del Medio Oriente risale al 1945, con la costruzione di una base militare a stelle e strisce a Dahran, Arabia Saudita: comincia lì la protezione militare dei petromonarchi in cambio di petrolio a buon mercato.
Conclude l'autrice: in queste «soluzioni» militarizzate che trascurano scelte pacifiche alternative c'è anche un fattore culturale - l'identità statunitense, il «destino manifesto», la mentalità della frontiera, l'individualismo...

Fotovoltaico-Le potenzialita' delle energie rinnovabili in Africa


Quando senza la rete il fotovoltaico batte il diesel

Nel mondo 1,4 miliardi di persone non hanno accesso all'elettricità, in Africa sono 600 milioni. Per portarla a chi non ce l'ha, in gran parte del continente africano il fotovoltaico è l'opzione economicamente più conveniente, mostra un report appena pubblicato dal Joint Research Center della Commissione europea.
Giulio Meneghello
09 febbraio 2012

Il futuro dell'energia, è la visione di questa testata, non può che essere incentrato su efficienza energetica e fonti rinnovabili. Se questo è vero in sistemi energetici “maturi” come quelli occidentali, che vanno rivoluzionati sostituendo le fonti tradizionali con le fonti pulite, lo è tanto di più in quelle vaste zone del mondo in cui l'accesso all'energia è ancora un problema e il sistema è in larga parte ancora tutto da costruire.

Nel mondo (dicono dati 2010 di OECD-IEA) circa 1,4 miliardi di persone, di cui l'85% in aree rurali, non ha accesso all'elettricità e un altro miliardo è servito da reti inaffidabili. Servire questa grossa e crescente fetta di umanità con le rinnovabili, anziché con fonti inquinanti, non è solo una necessità ma anche un'opzione economicamente conveniente. Lo spiega ad esempio uno studio sulle rinnovabili in Africa pubblicato ieri dal Joint Research Center della Commissione europea (vedi allegato).

In Africa a non avere accesso all'elettricità sono circa in 600 milioni di persone, una cifra che aumenta di circa 9 milioni all'anno. Lo studio JRC analizza in generale il potenziale delle rinnovabili nel continente (peraltro per sua stessa ammissione in maniera poco esaustiva), ma la parte interessante dello studio è quella in cui si fanno delle stime del modo più conveniente di portare l'elettricità nelle varie zone dove non c'è ancora: estendendo la rete elettrica, con mini-reti legate a generatori diesel o con mini-reti alimentate da impianti fotovoltaici (mancano purtroppo analisi sulla competitività di altre rinnovabili, come eolico, mini-eolico o mini-idroelettrico).

Per definire la convenienza, l'analisi incrocia vari dati per le diverse zone del continente: densità di popolazione, distanza dalla rete elettrica, costo del diesel e del suo trasporto e produttività del fotovoltaico. Come sappiamo in Africa un impianto FV in certe aree produce anche il doppio di quello che rende al Nord Italia o in Europa Centrale. D'altra parte in vari paesi africani il diesel è incentivato e fornito a prezzi stracciati: è il caso soprattutto del Nord Africa, dove lo sviluppo di un enorme potenziale sia di fotovoltaico che di eolico è frenato da combustibili fossili sottocosto. Se i governi iniziassero a incentivare anche il solare la sua convenienza non avrebbe confronti.

Nella due mappe sotto vedete il costo del chilowattora prodotto con le due fonti. A sinistra il fotovoltaico (ipotizzando un impianto da 15 kWp) con le zone più convenienti in giallo chiaro. A destra il diesel, con zone più scure dove questo costa meno.

Il risultato del confronto è che comunque, anche senza incentivi per il fotovoltaico e con il diesel sussidiato, il sole conviene in gran parte del continente. Lo si vede bene dalla mappa sotto: i paesi in cui il generatore diesel resta più conveniente sono in marrone, ma in tutti gli altri, a seconda delle diverse tonalità di giallo, dove la rete non arriva, costerebbe meno produrre con impianti fotovoltaici stand-alone o in mini-reti.

Estendere la rete elettrica non è mai conveniente in aree con popolazione al di sotto dei 50 abitanti per chilometro quadrato, come si verifica in vaste aree africane. Se nel confronto si inserisce anche il costo di portare la rete elettrica laddove non c'è otteniamo quest'altra mappa (vedi sotto). Qui viene fissato un limite di costo 30 centesimi di euro per kWh e si individua in quali aree le tre diverse opzioni riescono a non sorpassarlo.

Nelle zone in giallo il fotovoltaico è l'unica opzione competitiva, in quelle in marrone scuro lo è solo il diesel, mentre dove è arancione conviene estendere la rete. Nelle aree in rosso sia FV che diesel sono sotto al limite di costo, nel blu sono competitive sia rete che FV mentre dove è azzurro le tre opzioni sono più o meno equivalenti.

Restano le ampie zone in verde: qui né estendendo la rete, né con il diesel né con il fotovoltaico si riesce a stare sotto ai 30 cent/kWh. In queste aree sarebbe interessante analizzare i costi di altre opzioni, che potrebbero essere convenienti: si pensi al mini-idroelettrico nei molti villaggi sulle rive dei fiumi nell'Africa equatoriale.

Allegati
JRC - Screening Africa's renewable energies potential
Giulio Meneghello
09 febbraio 2012

Fonte www.qualenergia.it