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lunedì 23 luglio 2012
Calchi Novati-Si scrive Africa, si legge Arabia
L'ANALISI
Si scrive Africa, si legge Arabia
di Gian Paolo Calchi Novati
A giudicare da certe tendenze in atto, si sarebbe tentati di rinnegare uno dei postulati principali su cui si sono basate le letture dei processi politici dell'Africa indipendente.
L'affermazione ritenuta senza rivali degli istituti di derivazione europea, l'acculturazione a senso unico delle élites a cui è stato trasmesso il potere all'atto della decolonizzazione, la stessa subordinazione del sistema produttivo all'ordine coloniale o neocoloniale, tutto sembrava predestinare gli stati postcoloniali a una «dipendenza» multidimensionale dall'antico mondo coloniale.
Una dipendenza raggiungibile eventualmente previo un adattamento all'egemonismo americano che si è esteso all'Africa dopo la fine della guerra fredda.
Nella realtà, l'assestamento istituzionale che si delinea nel Nord Africa non corrisponde del tutto alle previsioni. Non è bastato il colpo di tuono della guerra in Libia che ha fatto perdere l'innocenza alle Primavere arabe.
L'Europa prende nota che il trapianto dello stato di tipo occidentale perseguito dal colonialismo balbetta o è entrato in un vicolo cieco: il ballottaggio è fra i due modelli di Mustafa Kemal Atatürk e dei Fratelli musulmani, l'uno e l'altro radicati nella tradizione islamica. Sullo sfondo vigilano le petrolcrazie del Golfo, alleate sì dell'Occidente ma attente a preservare la loro precaria identità. Il fardello di valori di origine occidentale che hanno animato le prime manifestazioni nelle piazze di Tunisi e del Cairo, secondo i gusti e gli interessi dei giovani e meno giovani rampolli di una classe professionale in cerca di affermazione, istruiti e socialnetwork-dipendenti, non ha trovato un riscontro immediato nel responso elettorale.
In futuro gli esiti saranno forse diversi ma intanto a competere con la Fratellanza musulmana nelle sue varianti locali sono rimaste in campo solo le forze armate, almeno dove lo stato goda di una consistenza tale da tenere a bada la dispersione in tribalismi e settarismi (obiettivo non scontato né in Libia né in una Siria dopo Assad). Europa e Stati Uniti non hanno contrastato questi sviluppi, congedando in extremis per realismo o opportunismo i loro protetti e levando al momento giusto i veti sull'islamismo politico nella speranza che esso si accontenti di regolare i comportamenti della comunità senza sconvolgere le leggi del mercato e gli schieramenti internazionali. Rispetto alla «visione» dischiusa dal discorso di Obama al Cairo nel giugno 2009, tutto lo slancio della visita di Hillary Clinton nel luglio 2012 in terra d'Egitto si è ridotto alla consegna tramite il nuovo presidente Mohammed Mursi di una tranche della sovvenzione che gli Stati Uniti da anni assicurano all'esercito egiziano.
È tutta l'Africa compresa fra il Mediterraneo e la fascia sahelo-sahariana a sud del Sahara a essere progressivamente coinvolta, e quasi assorbita, nelle vicende del mondo arabo-islamico. Da una parte la minaccia del terrorismo, dall'altra la stretta degli apparati della war on terror. Non avrebbe molto senso distinguere fra un prima o un dopo. Ci sono ovviamente più di una correlazione e molte reciprocità. È come se l'Africa fosse tornata a quando, nell'Ottocento, il jihadismo politico contendeva all'Europa l'esclusiva dei processi di centralizzazione dello stato e in prospettiva della modernizzazione. La vittoria del colonialismo non ha lasciato molti spazi all'iniziativa della leadership africana. Ma il «regno dell'indigeno» non è mai stato del tutto obliterato dal «regno dell'importato».
Nella regione che attraversa il deserto da nord a sud e da ovest a est è in corso un gigantesco rimaneggiamento iniziato con la formazione degli imperi francese e britannico e continuato con l'opera degli stati indipendenti. I poteri costituiti non convivono volentieri con il nomadismo e le attività lecite e illecite di cui essi sono protagonisti. Le frontiere sono una garanzia per gli uni e un ostacolo per gli altri. Mai gli stati saheliani hanno avuto confini così rigidi come oggi, sotto la tutela delle reti di vigilanza e comunicazione approntate dalla strategia di contenimento del qaedismo e più in generale delle bande criminali o a sfondo politico-ideologico che praticano il contrabbando e si autofinanziano con le estorsioni e i sequestri di turisti o cooperanti occidentali. I collegamenti un po' ad effetto che si fanno fra il Mali e l'Afghanistan o la Somalia, che utilizza a sua volta lo Yemen come retroterra per le milizie di Shaabab, concorrono a costruire un'immagine di contiguità che è anche di continuità.
Il presidio esasperato autoproduce in tutto o in parte i fenomeni che vorrebbe scongiurare e li perpetua. Non è un caso che nessun governo africano abbia voluto prestare il proprio territorio come base ufficiale di Africom, temendo evidentemente di diventare un bersaglio. Ma Gibuti a est e il Mali a ovest forniscono agli americani più di una facility e le conseguenze si vedono.
L'ultima scossa è partita da un colpo di stato a Bamako, autore un esercito troppo legato a consiglieri americani per escludere qualche connivenza in quella direzione. Lo scopo era di rendere più efficace la lotta contro la rivolta separatista dei tuareg nel nord del Mali, che hanno finito per essere inglobati, volenti o nolenti, nel big game del terrorismo e dell'antiterrorismo. In misura diversa ne sono toccati un po' tutti gli stati che si affacciano sul Sahel: la Libia esportando i quadri dismessi della Legione costituita a suo tempo da Gheddafi, la Mauritania con la sua cronica instabilità e i confini porosi, l'Algeria con una politica spregiudicata che non si sa dove sia di freno e dove di fomentazione a fini di controllo dall'interno. L'Algeria è il solo stato a possedere una strumentazione efficace ma è troppo gelosa della sua indipendenza per essere bene accetta agli Stati Uniti come partner a distanza.
L'azione diplomatica e strategica si mobilita attorno ai singoli episodi ma alla base c'è un riassetto che riguarda con gradi diversi la struttura, l'infrastruttura e la sovrastruttura.
Anche l'idea di riorientare la cooperazione dell'Italia dal Corno al Sahel appare velleitaria proprio per la profondità dei problemi in palio. Qui i condizionamenti di sistema tornano a essere preponderanti. Risucchiata nell'Arabistan (non manca nemmeno il petrolio), l'Africa deve fare i conti con il Neo-Impero del Duemila. Gli stati africani dopo l'indipendenza hanno fatto ampiamente uso delle risorse «esterne» per la loro politica a livello internazionale, a cominciare dai contenitori d'impronta coloniale come il Commonwealth e la Comunità francofona, dimostratisi di gran lunga preferibili agli accordi bilaterali o multilaterali promossi da Bush e da Obama. Hanno subito i condizionamenti della guerra fredda e in parte l'hanno sfruttata per i loro progetti nazionali. Oggi sono dentro un calderone globale che distorce ogni logica di nation-building o di good govenance dando la precedenza a cause che li scavalcano o li strumentalizzano: la sicurezza di Israele, la bomba di Teheran, le ricchezze del Golfo e naturalmente il revivalismo islamico.
In condizioni normali la Nigeria poteva essere un termine di riferimento per rimediare al peggio e invece è diventata essa stessa un focolaio di crisi. L'Unione africana ne ha preso atto nel voto per la presidenza della Commissione di Addis Abeba. L'elezione della candidata di Zuma, smentendo la sensazione generale che il braccio di ferro sarebbe continuato ancora, è un segnale importante. Il mancato rinnovo del mandato al presidente uscente, il gabonese Ping, può sembrare una sconfitta dei paesi francofoni ma è stata prima di tutto una sconfessione della Nigeria. In tanto travaglio, che riguarda soprattutto l'Africa settentrionale e l'Africa occidentale ma che rischia di estendersi ulteriormente per responsabilità che non sono solo dell'Africa, l'Africa si è pronunciata sul dualismo fra Pretoria e Abuja. Nelle due crisi maggiori del 2011, Libia e Costa d'Avorio, la Nigeria aveva battuto il Sudafrica per due a zero ma le imprese delittuose di Boko Haram e le domeniche di sangue nelle chiese nigeriane hanno convinto i più a rompere gli indugi affidandosi al Sudafrica.
Fonte http://www.ilmanifesto.it/
lunedì 26 marzo 2012
Africa senz'acqua, qualche numero per capire meglio
Africa senza acqua
PIL ANNACQUATO
28,4 miliardi di dollari all'anno. E' quanto si calcola che l'Africa subsahriana perda ogni anno per la mancanza di accesso all'acqua pulita. Corrisponde al 5% del Pil.
ORE D'ORO
Ogni anno vengono impiegate 40 miliardi di ore di lavoro per andare a prendere l'acqua pulita alle fonti. Un lavoroc he ricade sulle spalle di donne e bambine, con conseguenze incalcolabli sulla freqeunza scolastica, sulla cura dei figli e della casa (un peso di cui, ovviamente, le donne non sono alleviate anche se devono preoccuparsi di procurare l'acqua)
BASTA UN DOLLARO
E' stato calcolato che per ogni dollaro investito in infrastrutture idriche e igieniche se ne ricavano 8 in produttività.
ACQUA CURATIVA
L'accesso all'acqua pulita riduce l'indice di mortalità infantile del 20%. Ogni anno, nel mondo, la mancanza di accesso all'acqua pulita uccide 1,8 milioni di bambini. Senza acqua pulita e igiene, infatti, si diffondono malattie come diarrea, tifo, colera e altre infezioni.
Fonte http://www.ilmanifesto.it/
PIL ANNACQUATO
28,4 miliardi di dollari all'anno. E' quanto si calcola che l'Africa subsahriana perda ogni anno per la mancanza di accesso all'acqua pulita. Corrisponde al 5% del Pil.
ORE D'ORO
Ogni anno vengono impiegate 40 miliardi di ore di lavoro per andare a prendere l'acqua pulita alle fonti. Un lavoroc he ricade sulle spalle di donne e bambine, con conseguenze incalcolabli sulla freqeunza scolastica, sulla cura dei figli e della casa (un peso di cui, ovviamente, le donne non sono alleviate anche se devono preoccuparsi di procurare l'acqua)
BASTA UN DOLLARO
E' stato calcolato che per ogni dollaro investito in infrastrutture idriche e igieniche se ne ricavano 8 in produttività.
ACQUA CURATIVA
L'accesso all'acqua pulita riduce l'indice di mortalità infantile del 20%. Ogni anno, nel mondo, la mancanza di accesso all'acqua pulita uccide 1,8 milioni di bambini. Senza acqua pulita e igiene, infatti, si diffondono malattie come diarrea, tifo, colera e altre infezioni.
Fonte http://www.ilmanifesto.it/
venerdì 24 febbraio 2012
Nairobi, incontro tra Ministri all'Ambiente di Africa, Europa e resto del mondo
(Rinnovabili.it) – Nairobi ha portato buone nuove anche per i rapporti tra Africa ed Europa. Lo ha annunciato il ministro dell’Ambiente della Danimarca, Ida Auken, a conclusione della 12° riunione del Consiglio Direttivo dell’UNEP tenutosi lo scorso 21 e 22 febbraio, Forum Globale dei Ministri dell’Ambiente che ha visto anche la partecipazione del Commissario UE per l’ambiente, Janez Potočnik.
“Abbiamo stabilito rapporti molto importanti con i paesi africani”, ha rivelato il ministro danese, il cui paese al momento rappresenta la presidenza europea. Passi in avanti che segnano importanti percorsi in direzione di un futuro in cui un’economia sostenibile e internazionale sarà altamente produttiva senza impattare negativamente su ambiente e risorse.
Dall’incontro, che ha visto la partecipazione di ben 70 ministri dell’ambiente provenienti da tutto il mondo, sono usciti anche importanti commenti sul Global Environment Outlook (GEO5), rapporto redatto dalle Nazioni Unite che valuta lo stato mondiale dell’ambiente ogni 5 anni e che ha dato un quadro generale della situazione in vista della riunione Onu di Rio de Janeiro, prevista per il mese di giugno.
“Ho colto l’occasione qui a Nairobi per incontrare un gran numero di ministri. Tra gli altri i miei colleghi di Brasile, Corea del Sud, Colombia, Sud Africa e della Repubblica Democratica del Congo. Ci siamo confrontati e abbiamo discusso di questioni chiave relative alla realizzazione di un buon risultato a Rio+20. In particolare, penso che abbiamo stabilito un rapporto molto importante tra l’Unione europea e i paesi africani per quanto riguarda l’importante questione della green economy”, ha dichiarato la Auken.
Con la consapevolezza dell’urgenza di agire sulla scena mondiale il ministro ha dichiarato che la situazione del pianeta, così come descritta nel rapporto GEO5 è di una gravità inaudita “il GEO5 sullo stato dell’ambiente globale è una lettura inquietante, perché delinea molte indicazioni che rivelano che le cose stanno andando nella direzione sbagliata. Si tratta di un richiamo per tutti noi di quanto il mondo ha bisogno che avviamo nuove azioni concrete, e su come impostare obiettivi ambiziosi in modo da creare un’economia globale verde quando ci incontreremo a Rio”. Queste le parole del ministro, preoccupato soprattutto per le delicate condizioni in cui versa la risorsa idrica “Il mondo è a corto di acqua potabile. Già nel 2030 avremo un deficit del 40 per cento rispetto all’acqua necessaria per soddisfare la popolazione mondiale, se lo sviluppo dovesse continuare con questi ritmi. In altre parole, 2 miliardi di persone vivranno in zone con un deficit cronico di acqua in meno di 20 anni. Per questo motivo è importante che il vertice di Rio si concentri sull’acqua e su come possiamo garantire un migliore utilizzo della risorsa a livello globale”.
Fonte www.rinnovabili.it
venerdì 10 febbraio 2012
Fotovoltaico-Le potenzialita' delle energie rinnovabili in Africa
Quando senza la rete il fotovoltaico batte il diesel
Nel mondo 1,4 miliardi di persone non hanno accesso all'elettricità, in Africa sono 600 milioni. Per portarla a chi non ce l'ha, in gran parte del continente africano il fotovoltaico è l'opzione economicamente più conveniente, mostra un report appena pubblicato dal Joint Research Center della Commissione europea.
Giulio Meneghello
09 febbraio 2012
Il futuro dell'energia, è la visione di questa testata, non può che essere incentrato su efficienza energetica e fonti rinnovabili. Se questo è vero in sistemi energetici “maturi” come quelli occidentali, che vanno rivoluzionati sostituendo le fonti tradizionali con le fonti pulite, lo è tanto di più in quelle vaste zone del mondo in cui l'accesso all'energia è ancora un problema e il sistema è in larga parte ancora tutto da costruire.
Nel mondo (dicono dati 2010 di OECD-IEA) circa 1,4 miliardi di persone, di cui l'85% in aree rurali, non ha accesso all'elettricità e un altro miliardo è servito da reti inaffidabili. Servire questa grossa e crescente fetta di umanità con le rinnovabili, anziché con fonti inquinanti, non è solo una necessità ma anche un'opzione economicamente conveniente. Lo spiega ad esempio uno studio sulle rinnovabili in Africa pubblicato ieri dal Joint Research Center della Commissione europea (vedi allegato).
In Africa a non avere accesso all'elettricità sono circa in 600 milioni di persone, una cifra che aumenta di circa 9 milioni all'anno. Lo studio JRC analizza in generale il potenziale delle rinnovabili nel continente (peraltro per sua stessa ammissione in maniera poco esaustiva), ma la parte interessante dello studio è quella in cui si fanno delle stime del modo più conveniente di portare l'elettricità nelle varie zone dove non c'è ancora: estendendo la rete elettrica, con mini-reti legate a generatori diesel o con mini-reti alimentate da impianti fotovoltaici (mancano purtroppo analisi sulla competitività di altre rinnovabili, come eolico, mini-eolico o mini-idroelettrico).
Per definire la convenienza, l'analisi incrocia vari dati per le diverse zone del continente: densità di popolazione, distanza dalla rete elettrica, costo del diesel e del suo trasporto e produttività del fotovoltaico. Come sappiamo in Africa un impianto FV in certe aree produce anche il doppio di quello che rende al Nord Italia o in Europa Centrale. D'altra parte in vari paesi africani il diesel è incentivato e fornito a prezzi stracciati: è il caso soprattutto del Nord Africa, dove lo sviluppo di un enorme potenziale sia di fotovoltaico che di eolico è frenato da combustibili fossili sottocosto. Se i governi iniziassero a incentivare anche il solare la sua convenienza non avrebbe confronti.
Nella due mappe sotto vedete il costo del chilowattora prodotto con le due fonti. A sinistra il fotovoltaico (ipotizzando un impianto da 15 kWp) con le zone più convenienti in giallo chiaro. A destra il diesel, con zone più scure dove questo costa meno.
Il risultato del confronto è che comunque, anche senza incentivi per il fotovoltaico e con il diesel sussidiato, il sole conviene in gran parte del continente. Lo si vede bene dalla mappa sotto: i paesi in cui il generatore diesel resta più conveniente sono in marrone, ma in tutti gli altri, a seconda delle diverse tonalità di giallo, dove la rete non arriva, costerebbe meno produrre con impianti fotovoltaici stand-alone o in mini-reti.
Estendere la rete elettrica non è mai conveniente in aree con popolazione al di sotto dei 50 abitanti per chilometro quadrato, come si verifica in vaste aree africane. Se nel confronto si inserisce anche il costo di portare la rete elettrica laddove non c'è otteniamo quest'altra mappa (vedi sotto). Qui viene fissato un limite di costo 30 centesimi di euro per kWh e si individua in quali aree le tre diverse opzioni riescono a non sorpassarlo.
Nelle zone in giallo il fotovoltaico è l'unica opzione competitiva, in quelle in marrone scuro lo è solo il diesel, mentre dove è arancione conviene estendere la rete. Nelle aree in rosso sia FV che diesel sono sotto al limite di costo, nel blu sono competitive sia rete che FV mentre dove è azzurro le tre opzioni sono più o meno equivalenti.
Restano le ampie zone in verde: qui né estendendo la rete, né con il diesel né con il fotovoltaico si riesce a stare sotto ai 30 cent/kWh. In queste aree sarebbe interessante analizzare i costi di altre opzioni, che potrebbero essere convenienti: si pensi al mini-idroelettrico nei molti villaggi sulle rive dei fiumi nell'Africa equatoriale.
Allegati
JRC - Screening Africa's renewable energies potential
Giulio Meneghello
09 febbraio 2012
Fonte www.qualenergia.it
Etichette:
Africa,
energie rinnovabili,
fotovoltaico isola
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