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sabato 5 gennaio 2013
Gaiani - Le contraddizioni della difesa italiana
EDITORIALE
LE CONTRADDIZIONI DELLA DIFESA ITALIANA
di Gianandrea Gaiani
3 gennaio 2013
Le recenti iniziative nel settore della Difesa, dalla riforma dello strumento militare elaborata dal ministro Giampaolo Di Paola agli indirizzi emersi dall’ultima riunione del Consiglio Supremo di Difesa, non hanno risolto le contraddizioni di fondo dell’Italia nelle questioni di carattere strategico e militare.
Il 28 novembre scorso il Consiglio Supremo di Difesa ha “convenuto sull’esigenza che le forze armate italiane restino comunque pronte a fornire nuovi contributi a interventi militari della Comunità Internazionale, qualora se ne evidenziasse la necessità”. Dove, quando e perché si debba essere pronti a intervenire in armi non viene specificato e il fatto che questi aspetti non certo secondari vengano lasciati alle decisioni della “comunità internazionale” sembra confermare l’ormai definitiva rinuncia italiana alla sovranità nazionale anche negli interventi militari.
Paradossale che il massimo organismo militare italiano non subordini tali interventi alla salvaguardia degli interessi nazionali, che dovrebbero rappresentare l’unico motivo valido e giustificabile (specie in tempi di crisi economica e finanziaria) per mandare le truppe in guerra, pardon, nelle “missioni di pace”. Certo dopo aver partecipato al conflitto libico e aver consentito, con la cessione delle basi aeree, ai nostri “alleati” di rovesciare il regime di Gheddafi ogni riferimento alla guerra per la salvaguardia degli interessi nazionali rischia di apparire fuori luogo poiché non si era mai visto nella storia un Paese fare la guerra al suo primo fornitore di petrolio e terzo di gas. Oggi la riforma dello strumento militare dovrebbe consentire all’Italia di mantenere la capacità operativa necessaria a fare ciò che ci chiederanno Usa, Nato, Onu e Ue ma forse anche Lega Araba, Qatar e sauditi considerato l’impegno che anche l’Italia (insieme ad Europa e Occidente) sta mettendo nel regalare Nord Africa e Medio Oriente all’estremismo islamico in cambio di qualche investimento a casa nostra dei fondi sovrani delle monarchie del Golfo.
Di fatto aspiriamo a un ruolo da paggi o da gregari che però potremmo avere molte difficoltà a ricoprire a giudicare dalla distribuzione delle risorse finanziarie prevista dal bilancio della Difesa dei prossini tre anni che vede ancora una volta penalizzati i fondi per l’esercizio, cioè per la gestione delle infrastrutture, la manutenzione, il rifornimento di mezzi ed equipaggiamenti e l’addestramento.
Come si può chiedere alle forze armate di restare “pronte a fornire nuovi contributi ad interventi militari” riducendo addestramento e manutenzione di mezzi ed equipaggiamenti? La necessità di rinnovare navi, veicoli e velivoli è comprensibile ma molti dei miliardi che spenderemo nei prossimi anni per gli investimenti non garantiranno le auspicate capacità operative se non ci sarà il denaro per impiegare i mezzi e addestrare il personale. Del resto la stessa Nota Aggiuntiva al Bilancio della Difesa ammette che “il deterioramento della capacità operativa assumerà a breve termine (uno o due anni) profili di particolare criticità”.
Un altro punto fortemente contraddittorio riguarda l’integrazione militare europea, tema finora piuttosto evanescente con l’eccezione del comparto dell’industria della Difesa. Il 6 dicembre Di Paola ha sottolineato davanti alle commissioni congiunte difesa di Camera e Senato “l’importanza di una politica di sicurezza comune” dicendo che ”non è possibile un reale processo di integrazione europea senza una crescita, un approfondimento della dimensione di difesa e sicurezza dell’Unione europea”. Il ministro ha spiegato che l’Italia ha sviluppato un documento dal titolo “More Europe” nel quale si sottolineano “cinque aspetti fondamentali per la dimensione europea di Sicurezza e Difesa: impegno, capacità, connettività, connessione, approccio comprensivo”. Difficile comprendere però come la proclamata centralità dell’integrazione europea della Difesa possa coincidere con l’acquisto del cacciabombardiere statunitense F-35, nella cui produzione la nostra industria ha un ruolo limitato di sub-fornitore, invece del jet europeo Typhoon prodotto dal consorzio europeo Eurofighter di cui la nostra industria è progettatrice, produttrice ed esportatrice in concorrenza con i velivoli statunitensi.
In questi giorni altre contraddizioni sono emerse nella gestione della “vacanza natalizia” di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre concessa dall’India su richiesta del governo italiano. Come abbiamo più volte sottolineato Roma non ha mai sostenuto la loro innocenza per la morte dei due pescatori indiani limitandosi a ribadire che il caso non ricade sotto la giurisdizione indiana. Le prove raffazzonate raccolte dalle autorità del Kerala contro i due marò sono ben lontane dal dimostrare la loro colpevolezza ma in ogni caso nulla giustifica l’accoglienza da eroi riservata loro dalle massime autorità dello Stato. Si tratta di militari che hanno fatto il loro dovere divenendo protagonisti di una vicenda ai limiti dell’assurdo ma non sono eroi. Quale accoglienza dovremmo riservare, in proporzione, ai veterani di tante battaglie che rientrano dall’Afghanistan? Se le istituzioni italiane credono nell’innocenza di Latorre e Girone abbiano il coraggio di sostenerla e ribadirla ad alta voce. Se invece li considerano responsabili di un’azione a fuoco sfortunata ma giustificata dalle circostanze e dalle regole d’ingaggio lo ammettano pubblicamente. L’atteggiamento ambiguo tenuto da Roma per quasi un anno e l’accoglienza da eroi riservata a Latorre e Girone al loro temporaneo rientro in patria rischiano di trasformare tutta la vicenda n una ridicola farsa.
Fonte www.analisidifesa.it
venerdì 29 giugno 2012
Il Ministero della Difesa compra gli F-35 ma non paga le bollette
di Gianandrea Gaiani
Ammontano a ben 254,7 milioni di euro i debiti del ministero della Difesa al 31 dicembre 2011 come è emerso nel Rapporto di performance 2011 trasmesso il 23 giugno dal ministero della Difesa al Parlamento. Il Rapporto indica che il debito «appare come conseguenza diretta della situazione di ipofinanziamento che la Difesa ha continuato a registrare; ciò ha indotto a posporre pagamenti da effettuare».
Gran parte dei debiti sono infatti riconducibili a servizi, forniture e soprattutto alle bollette di acqua, luce e gas di palazzi, caserme e basi. Costi sostenuti con i fondi assegnati alla voce "esercizio" del bilancio della Difesa, non a caso quella più penalizzata dai tagli degli ultimi anni. Basti pensare che nel 2008 la Funzione Difesa disponeva di 15,41 miliardi di euro dei quali 2,66 destinasti all'Esercizio. Nel 2011 il bilancio era sceso a 14,36 miliardi e i fondi per la gestione dell'apparato militare hanno toccato il minimo storico di 1,44 miliardi per risalire di poco quest'anno a 1,52 miliardi su un bilancio complessivo di 13,61.
In attesa che la riforma varata dal ministro Giampaola Di Paola riesca a ridurre, entro il 2024, gli organici di 30 mila unità (da 180 mila a 150 mila) delle tre forze armate esclusi i 110 mila carabinieri, le spese per il personale continueranno ad assorbire gran parte delle risorse (quest'anno il 70,5 per cento) lasciando agli investimenti e all'esercizio fondi insufficienti a rinnovare e gestire mezzi e infrastrutture anche se la prevista dismissione del 30 per cento di basi e caserme contribuirà a ridurre i costi di gestione.
Nel documento presentato al Parlamento il ministero evidenzia infatti che con il livello di risorse previste per fino al 2013 «in assenza di specifici interventi, la prontezza operativa dello strumento militare rimarrà al livello minimo necessario per far fronte agli impegni internazionali, con il rischio di veder aumentare le criticità che la caratterizzano».
Secondo il rapporto, «una situazione congiunturale di questo tipo non potrà restare solamente in capo al dicastero della Difesa ma, vista la sua rilevanza, richiede la ricerca di soluzioni che possano conciliare le esigenze generali di finanza pubblica con le necessità di disporre di uno strumento militare in grado di operare ad adeguati livelli» Resta però paradossale che la Difesa non riesca a pagare le bollette ma acquisti nuovi jet, navi da guerra e blindati al costo di molti miliardi o spenda quest'anno 1,4 miliardi di euro extra-bilancio per le operazioni all'estero assorbito per metà dalla missione in Afghanistan.
Fonte http://www.ilsole24ore.com/
mercoledì 11 aprile 2012
Sprechi con le stellette/2 - Maserati, case d' oro, mini-naja
In un apparato che dà lavoro a 190mila persone, i graduati - ufficiali e sottufficiali - sono 98mila: le nostre forze armate sono composte più da comandanti che da comandati. Ma è nel giro degli ufficiali di alto rango che le spese si impennano, con alloggi fino a seicento metri quadri, servizi domestici all-inclusive, auto griffate.
Precari in marcia. In tempo di crisi sono in tanti a ragionare di tagli. Perché, a fronte di chi va a rischiare la vita su scenari di guerra delicati con un’indennità di rischio che nella migliore delle ipotesi può solo raddoppiare lo stipendio, c’è un contingente di retroguardia che è diventato una fabbrica di illusioni. Abolita la leva obbligatoria, nelle forze armate hanno fatto ingresso volontari che restano in servizio da uno a quattro anni, al termine dei quali dovrebbero rimanere nei ranghi o passare ad altri corpi con una corsia preferenziale. Nonostante i cospicui investimenti sulla loro formazione, il 75 per cento rimane fuori e lo Stato deve procedere a nuovi reclutamenti. Per fortuna, dicono gli esperti, non c’è una crisi di vocazione, soprattutto al Sud dove è forte la fame di lavoro. Al punto da determinare, ad esempio, una mutazione genetica del corpo degli alpini, che fino a qualche anno fa era composto quasi esclusivamente da “padani” e che oggi per il 70 per cento è costituito da meridionali. Curiosità che può far sorridere. Ma un fatto è certo: la vita da caserma tira ancora. Come dimostrano i dati del 2009: 16.300 posti a concorso per la ferma annuale, 70.444 domande. E per i 5.992 posti di ferma quadriennale, i concorrenti furono 24.339. Voci in netta controtendenza rispetto agli anni precedenti. Con questi numeri, si sentiva l’esigenza di una costosa campagna di avvicinamento all’esercito?
La mini naja. Eppure il governo, l’anno scorso, ha deciso di varare la mini-naja: inizialmente un progetto che prevedeva solo tre settimane di campus addestrativo riservato a 1.500 giovanissimi. Ma nel 2011 sono stati pubblicati già tre bandi da 2.500 posti. L’iniziativa ha avuto successo e andava incentivata, ha detto orgoglioso La Russa. Ma c’è chi sospetta che dietro l’operazione ci siano soprattutto motivi promozionali. È l’interrogativo sollevato dai Verdi ma anche dal sindacato autonomo di polizia Sap, che puntano l’indice su una spesa da 19,8 milioni di euro nel triennio 2010-2012. L’austerity avrebbe forse dovvuto consigliare una destinazione diversa dei fondi. Soprattutto in un paese che, specialmente ai vertici della sua struttura militare, continua ad avere un’organizzazione ponderosa, nonostante le recenti riforme. La fondazione Icsa, di cui è presidente Marco Minniti, nell’ultimo rapporto annuale firmato da Andrea Nativi si spinge oltre confini poco esplorati sinora. E attacca la proliferazione degli organismi di comando: oggi, scrive, "ci sono di fatto cinque stati maggiori, senza contare l’enorme staff del ministro la cui organizzazione è stata oggetto di una recente riforma che tutto ha fatto tranne ridurne la consistenza a livelli di sobrietà che sarebbero indispensabili. Occorre rivedere compiti, responsabilità e piani organici. Intervenire non con le forbici ma con la mannaia". Ma quali sono le sacche di privilegio che resistono nelle alte gerarchie militari?
Stellette d’oro. Fra gli ufficiali di rango elevato il turn-over è praticamente inesistente, con una progressione di carriera garantita dall’anzianità più che dal merito e con benefit inattaccabili: come gli alloggi riservati, fino a 600 metri quadrati di superficie, per 44 fra generali e ammiragli che possono beneficiare di servizio all-inclusive, comprensivo di battitura di tappeti e lucidatura dell’argenteria. Lo Stato, in pratica, paga pure la colf. Spesa: tre milioni e mezzo l’anno. Per sei di loro pure un’indennità speciale da 409mila euro dopo il pensionamento. Un beneficio, quest’ultimo, che spetta al capo di stato maggiore della difesa, ai tre capi di stato maggiore delle forze armate, al segretario generale della difesa e al comandante generale dell’arma dei carabinieri. Lo Stato si garantisce inoltre la possibilità di una chiamata in servizio di ufficiali e sottufficiali fino a cinque anni dopo il pensionamento. Un’opzione retribuita con regolare compenso, a prescindere dall’effettivo impiego dei beneficiari. E l’eventuale apporto ausiliario - evidentemente non tanto eventuale - costa 326 milioni di euro. Senza considerare che molti degli ufficiali di punta in congedo transitano poi negli enti statali che si occupano di armamenti: da Finmeccanica all’Augusta, dalla Selex all’Oto Melara. C’è un’oligarchia militare tuttora ossequiata e ben remunerata. Che viaggia anche comoda. Sfidando il periodo di ristrettezze, la Difesa si è recentemente dotata di 19 Maserati blindate da 100mila euro (l’una). Costose sì, ma secondo i vertici del ministero "sempre meno delle Audi 6 che erano prima in dotazione". E poi, ha sottolineato La Russa, "si tratta pur sempre di macchine italiane...".
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