Gli indignados saranno protagonisti anche di queste elezioni politiche spagnole dopo esserlo stati per le amministrative di primavera ? Manca una sola settimana alle elezioni e sembra davvero tardi, pero' la Spagna e' il paese dove Zapatero ha vinto le elezioni la prima volta (se non sbaglio) per un evento, l' attentato sanguinoso attribuito per propaganda all'Eta dal governo,negli ultimi giorni.
Cosi' segnalo la notizia, anche perche' negli stessi giorni in Italia altri dovranno decidere se stare con la U.E e BCE o con gli Indignados. Forse lo devono decidere anche alcuni che si definiscono indignati.
Marco
ANSA.it:Indignati a Plaza Catalunya a Barcellona
A una settimana dalle politiche anticipate del 20 novembre
12 novembre 17:43
ANSA -MADRID - A una settimana dalle politiche anticipate spagnole del 20 novembre gli indignados di Barcellona hanno rioccupato la notte scorsa la Plaza Catalunya, uno dei due grandi simboli con Puerta del Sol a Madrid dell'esplosione del movimento nel maggio scorso. I giovani intendono rimanere accampati sulla piazza della citta' catalana, dove hanno aperto un 'punto d'informazione' sulle elezioni, almeno fino al giorno del voto, ha indicato un loro portavoce. Il movimento non ha dato indicazioni di voto.
domenica 13 novembre 2011
giovedì 10 novembre 2011
Nicaragua e Guatemala:Uomini Contro la Violenza
L'AHCV (Asociaciòn Hombres Contra la Violencia)
L’Associazione è stata formalmente costituita il 20 maggio del 2000 su iniziativa del gruppo uomini di Managua, attivo dal 1993 (l’anno in cui è nato anche il nostro gruppo...). Una settantina di gruppi-uomini sono attivi in quasi tutte le regioni del Nicaragua, impegnati a:
- Promuovere nuove forme di relazioni tra uomini e donne
- Prevenire e ridurre la violenza di genere e di generazione
- Stimolare processi di cambiamento delle forme di pensiero, delle attitudini, dei valori e dei comportamenti machisti degli uomini in Nicaragua
- Promuovere spazi educativi e di riflessione sulle modalità di esercizio del potere tra uomini e sul cambiamento personale verso pratiche di uguaglianza in tutte le relazioni
- Incidere sulle politiche pubbliche per orientarle all’uguaglianza di diritti, opportunità e responsabilità per donne e uomini di ogni età e condizione sociale
Le loro iniziative specifiche possono essere così riassunte:
- Organizzano campagne di riflessione e sensibilizzazione nelle regioni dove c’é più violenza (anche se il Nicaragua – ci hanno detto – è il Paese centramericano dove c’è meno violenza...)
- Curano tre “reti” per fasce d’età: bambini fino agli 11 anni; adolescenti e giovani dai 12 ai 23; adulti; sia nelle campagne che nelle città
- A loro fa riferimento anche una rete di gay
- Promuovono il consolidamento di una Rete Centramericana e del Caribe di uomini contro la violenza: il 23 novembre prossimo questa rete si incontrerà in un convegno a cui Julio mi ha invitato a partecipare via skype
- Cercano di far maturare la responsabilità maschile nella prevenzione della violenza di genere e dell’AIDS, in particolare promuovendo e diffondendo i diritti sessuali e riproduttivi di donne e giovani.
I diritti umani
I “diritti umani” sono come una parola d’ordine universale, che abbiamo letto dappertutto e sentito ripetere spesso, tanto in Nicaragua quanto in Guatemala. E, tra la documentazione che abbiamo portato con noi, sono molti gli opuscoli che ne parlano. A leggerli sembrerebbe che le Istituzioni quasi non pensino ad altro, mentre la realtà è profondamente diversa. Riprenderò l’argomento parlando del Guatemala.
La rete nicaraguense degli uomini contro la violenza insiste nell’iniziativa per “promuovere l’organizzazione di gruppi di uomini che si impegnino, in reti locali, in pratiche di nonviolenza verso le donne, di uguaglianza tra i generi e di giustizia sociale basata sui diritti umani”. Una foto li ritrae mentre reggono un enorme striscione, durante una manifestazione pubblica, in difesa dei diritti umani.
Uomini di verità o la verità sugli uomini
E’ il titolo di una “Guida alla riflessione con gruppi di uomini in tema di Genere e Mascolinità” (se qualcuno/a volesse consultarla, Julio me ne ha regalato una copia), realizzata in sinergia tra l’AHCV e un’agenzia di cooperazione internazionale dell’Irlanda del Nord.
E’ costituita da “30 sessioni di riflessione divise in 5 cicli, indirizzate in primo luogo a uomini adolescenti, giovani e adulti che non hanno mai avuto contatti con la tematica di genere e mascolinità. (...) Per gruppi che hanno già avuto contatti con la tematica è possibile selezionare sessioni specifiche di particolare interesse, dal momento che ogni sessione costituisce una unità completa in sé”.
I 5 cicli sono così articolati:
1. Disimparare il machismo (5 sessioni)
2. Mascolinità, potere e violenza (7 sessioni)
3. La sessualità maschile (12 sessioni)
4. Imparare a essere padri (3 sessioni)
5. La comunicazione interpersonale (3 sessioni)
In alcune sessioni del terzo ciclo è raccomandata la presenza di donne specialiste sui temi della sessualità umana. Ovviamente se il gruppo è preventivamente d’accordo; e con questa motivazione: “L’accompagnamento da parte di donne è importante per dare stimoli al processo di riflessione tra uomini e per assicurare che il risultato delle varie sessioni porti a una maggior qualità di vita delle donne.
Non prendere in considerazione il punto di vista femminile intorno al cambiamento maschile può comportare il rischio che un gruppo di uomini, con le migliori intenzioni del mondo, cada nella complicità e, invece di mettere in discussione il machismo, finisca per giustificarlo. L’accompagnamento da parte di donne organizzate è un fattore decisivo per il successo del processo di riflessione tra uomini”.
Noi uomini abbiamo una responsabilità di fronte all’aborto
“Nella nostra qualità di fratelli, padri, fidanzati, mariti e amici di donne che in qualche momento hanno avuto o potrebbero avere necessità di un aborto terapeutico per salvaguardare la propria vita e la propria salute, rifiutiamo la pretesa di penalizzare l’aborto terapeutico. Pensiamo che l’aborto terapeutico non sia un delitto, bensì un mezzo necessario per salvare la vita della donna e salvaguardare la sua salute. Si tratta di un diritto della donna a mettere al primo posto la propria salute e il proprio benessere.
Noi uomini non abbiamo nessun diritto di obbligare le donne a mettere a rischio la vita per continuare una gravidanza che può portarle alla morte. Con la penalizzazione dell’aborto terapeutico si condanna a uno o due anni di carcere la donna che l’abbia subito, ma non si dice che cosa fare agli uomini corresponsabili di un aborto. Se l’aborto terapeutico viene penalizzato, allora anche gli uomini dovrebbero venir incarcerati. Infatti siamo cause dirette di molti aborti quando ci comportiamo nei seguenti modi:
- Far pressione od obbligare le donne a relazioni sessuali
- Rifiutare l’uso del preservativo o di altro metodo anticoncezionale maschile o impedire che la nostra compagne utilizzi un metodo anticoncezionale, come le pillole
- Esercitare violenza fisica, sessuale o psicologica contro la nostra compagna
- Negare la nostra responsabilità nelle gravidanze
- Non adempiere ai nostri obblighi legali e morali di corrispondere gli “alimenti” a figli e figlie
- Non adempiere al nostro dovere morale di essere padri responsabili
- Fare pressione e minacciare la nostra compagna affinché abortisca. Le donne devono avere l’ultima parola.
Storicamente le istituzioni sociali e religiose hanno voluto regolamentare la vita sessuale e riproduttiva delle donne. I portavoce e i principali leader di queste istituzioni sono stati e continuano ad essere gli uomini. Si tratta quindi di una imposizione di norme nella vita delle donne da parte di noi uomini.
Ma sono le donne quelle che vivono nel loro corpo l’esperienza della gravidanza e dell’aborto, e questo dà loro un’autorità speciale per avere l’ultima parola nel merito. L’aborto è un tema molto complesso e delicato e, quindi, crediamo che i sentimenti e le preoccupazioni delle donne debbano essere il fattore fondamentale, perché è nel loro corpo che avviene la gravidanza. L’uomo che mette incinta una donna, come risultato di una relazione sessuale condivisa, gioca anche un ruolo importante e ha delle responsabilità di fronte a questa gravidanza.
L’autoritarismo morale è un’altra manifestazione del machismo. Non si dovrebbe imporre una particolare visione morale in relazione al tema della riproduzione e dell’aborto. Siamo di fronte a uno dei temi etici più controversi a livello mondiale. Non esiste un unico modo di porsi di fronte alla gravidanza e all’aborto da un punto di vista morale. Alcune persone pensano che fin dalle prime settimane di gravidanza già viva un essere umano nel ventre della madre. Noi, con altre persone, crediamo che quello che c’è sia un embrione, che porterà alla formazione di un essere umano, e che, se durante questo processo di gestazione si arriva a mettere in pericolo la vita della donna incinta, sia un obbligo morale dare la priorità alla salute integrale e alla vita della donna.
Sappiamo che su questo tema non c’è consenso nella società. Per questo chiediamo che non si penalizzi l’aborto terapeutico e rifiutiamo l’autoritarismo morale fondamentalista che oggi vuole condannare le donne al carcere e alla morte”.
(documento del GU di Managua, a pag. 87 della “Guida” – traduzione mia)
In Guatemala
Dicevo della grande quantità di materiale che abbiamo visto circolare sui “diritti umani”. A Città di Guatemala abbiamo incontrato anche un’associazione di donne femministe e altre che si occupano di mantenere viva la consapevolezza intorno alla democrazia e alla memoria delle sofferenze causate dalle varie dittature. Purtroppo la corruzione continua a impedire che le elezioni politiche, come quelle recenti, portino a significativi cambiamenti istituzionali.
Con due uomini ho soprattutto parlato di violenza, a Città di Guatemala: Gérard Lutte, anima del movimento dei giovani e delle giovani di strada (Mojoca), e José Domingo, avvocato di un comitato che sostiene un movimento di contadini/e.
Lutte ha esordito dicendo che in Guatemala ogni anno circa 3000 donne vengono uccise per mano maschile. Ci sono iniziative organizzate, come la “Casa 8 marzo” del Mojoca e altre, che cercano di metterle al sicuro, convincendole a lasciare la strada. “Speriamo –ha concluso – che le donne comincino a non educare più i figli al machismo...”.
L’efficacia del “metodo Mojoca” sta nel fatto che anche gli uomini che vivono sui marciapiedi vengono invitati a cambiare vita, lasciando la strada ed entrando nella “Casa de los amigos”. Noi li abbiamo incontrati e ascoltati: tutti sognano di vincere definitivamente la tentazione delle droghe, di lavorare o studiare e di poter accedere finalmente a una vita “normale”, fatta di relazioni serene con una compagna e con figli e figlie.
Domingo ci diceva rassegnato che la violenza maschile è una cultura diffusa e che è molto complicato contrastarla, anche se c’è una legge dello Stato in proposito. Quale efficacia possa avere quella legge ce lo dice l’elezione recente a presidente della repubblica di un uomo famoso per essere stato un torturatore ai tempi della dittatura. Anche un fratello di Domingo è stato ucciso, cinque anni fa, presumibilmente per motivi politici.
Sia in Nicaragua che in Guatemala gli amici e le amiche ci consigliavano di non uscire dopo il tramonto, se non con taxisti fidati...
Anche in Guatemala l’associazione AHCV ha qualche contatto con uomini, ma è significativo che quell’associazione femminista, incontrata nel Parque Central, non fosse a conoscenza di alcun gruppo e di alcuna iniziativa maschile contro la violenza alle donne.
Ho anche saputo, però, da un’altra signora, che in Guatemala opera la “Liga Guatemalteca de la Higiene Mental”, una ong che si occupa della violenza nelle scuole, aiutando i bambini a “confrontarsi” con i propri padri.
Sono sicuro che quegli splendidi ragazzi del Mojoca stanno imparando a stare nelle relazioni con rispetto e nonviolenza... ma so anche, per esperienza diretta, che, se non c’è capacità di riflessione, il rischio di vivere la sessualità come puro esercizio di sfogo e potere, invece che come pratica, piacevolissima, di relazione, è sempre in agguato. Sotto ogni cielo.
Infine... quante “giornate”!
Dal Guatemala abbiamo portato anche opuscoli e volantini che documentano una notevole attenzione ai problemi causati alle donne dalla cultura patriarcale e dal machismo così diffuso. L’elenco delle “giornate dedicate” si allunga:
- 8 marzo, giornata internazionale della donna
- 11 maggio, giornata nazionale delle levatrici
- 28 maggio, giornata mondiale per la salute delle donne
- 25 luglio, giornata internazionale delle donne afrocaraibiche e afrodiscendenti
- 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza alle donne.
Ma non basta, evidentemente, aumentare le giornate “dedicate” alla commemorazione, alla memoria, alla celebrazione. Bisogna che quello di cui facciamo memoria diventi pratica quotidiana nella vita di ciascuno e ciascuna. O finisce come con l’Eucarestia nella tradizione cattolica: invece di imparare a “fare come Gesù”, che ha spezzato la sua vita mettendola a servizio di chi lo incontrava, la si è trasformata in oggetto di culto e strumento di controllo sulle coscienze, attraverso un’assurda e dettagliatissima lista di regole. E il mondo continua ad andare alla deriva...
Scrive su un segnalibro l’ “Alleanza Femminista Centroamericana per la Trasformazione della Cultura Patriarcale”:
“Esse ci hanno ereditato il diritto al voto... essi ci impediscono di prendere decisioni a favore dei nostri diritti (...). Mettiamo in discussione il modello di democrazia esistente, che subordina, rende invisibili e limita la partecipazione e la decisione delle donne (...)”.
E su un pieghevole del “Centro di Documentazione dell’Associazione Tierra Viva”:
“I libri mi hanno insegnato a pensare e il pensiero mi ha reso libera (...).
Il Guatemala è un paese con alti indici di analfabetismo e scarso accesso all’informazione. L’accesso alla conoscenza non è un diritto, ma un privilegio. Soprattutto per le donne (...).
La cultura patriarcale mantiene le donne in un sistema di subordinazione e oppressione, dove non siamo visibili come soggette di diritti e doveri, che ci permettano di avanzare nei cambiamenti che sono necessari per una società giusta ed egualitaria (...)”.
Scelta lesbica
Un’altra fuggevole riflessione di Gérard Lutte diceva dell’aumento del lesbismo a causa del machismo violento. E sui muri della capitale abbiamo letto molte scritte di questo tenore: lesbianas en rebeldìa (lesbiche ribelli) – lesbianas indigenas – lesbianas negras indigenas ...
Ogni scelta di ribellione e di liberazione dall’oppressione patriarcale è anche frutto del desiderio di felicità. Auguro a ogni donna e a ogni uomo del Guatemala di cercare e trovare la felicità anche nelle relazioni tra di loro, tra uomini e donne.
Dedico questo numero di Uomini in Cammino, con tutti i suoi limiti nella scelta dei testi e di traduzione, ad Alexander Muñoz, assassinato martedì 27 settembre; e ai ragazzi e alle ragazze del Mo.Jo.Ca in Guatemala, forti testimoni del loro desiderio di vita e di felicità.
Beppe Pavan
www.uominincammino.it
www.maschileplurale.it
L’Associazione è stata formalmente costituita il 20 maggio del 2000 su iniziativa del gruppo uomini di Managua, attivo dal 1993 (l’anno in cui è nato anche il nostro gruppo...). Una settantina di gruppi-uomini sono attivi in quasi tutte le regioni del Nicaragua, impegnati a:
- Promuovere nuove forme di relazioni tra uomini e donne
- Prevenire e ridurre la violenza di genere e di generazione
- Stimolare processi di cambiamento delle forme di pensiero, delle attitudini, dei valori e dei comportamenti machisti degli uomini in Nicaragua
- Promuovere spazi educativi e di riflessione sulle modalità di esercizio del potere tra uomini e sul cambiamento personale verso pratiche di uguaglianza in tutte le relazioni
- Incidere sulle politiche pubbliche per orientarle all’uguaglianza di diritti, opportunità e responsabilità per donne e uomini di ogni età e condizione sociale
Le loro iniziative specifiche possono essere così riassunte:
- Organizzano campagne di riflessione e sensibilizzazione nelle regioni dove c’é più violenza (anche se il Nicaragua – ci hanno detto – è il Paese centramericano dove c’è meno violenza...)
- Curano tre “reti” per fasce d’età: bambini fino agli 11 anni; adolescenti e giovani dai 12 ai 23; adulti; sia nelle campagne che nelle città
- A loro fa riferimento anche una rete di gay
- Promuovono il consolidamento di una Rete Centramericana e del Caribe di uomini contro la violenza: il 23 novembre prossimo questa rete si incontrerà in un convegno a cui Julio mi ha invitato a partecipare via skype
- Cercano di far maturare la responsabilità maschile nella prevenzione della violenza di genere e dell’AIDS, in particolare promuovendo e diffondendo i diritti sessuali e riproduttivi di donne e giovani.
I diritti umani
I “diritti umani” sono come una parola d’ordine universale, che abbiamo letto dappertutto e sentito ripetere spesso, tanto in Nicaragua quanto in Guatemala. E, tra la documentazione che abbiamo portato con noi, sono molti gli opuscoli che ne parlano. A leggerli sembrerebbe che le Istituzioni quasi non pensino ad altro, mentre la realtà è profondamente diversa. Riprenderò l’argomento parlando del Guatemala.
La rete nicaraguense degli uomini contro la violenza insiste nell’iniziativa per “promuovere l’organizzazione di gruppi di uomini che si impegnino, in reti locali, in pratiche di nonviolenza verso le donne, di uguaglianza tra i generi e di giustizia sociale basata sui diritti umani”. Una foto li ritrae mentre reggono un enorme striscione, durante una manifestazione pubblica, in difesa dei diritti umani.
Uomini di verità o la verità sugli uomini
E’ il titolo di una “Guida alla riflessione con gruppi di uomini in tema di Genere e Mascolinità” (se qualcuno/a volesse consultarla, Julio me ne ha regalato una copia), realizzata in sinergia tra l’AHCV e un’agenzia di cooperazione internazionale dell’Irlanda del Nord.
E’ costituita da “30 sessioni di riflessione divise in 5 cicli, indirizzate in primo luogo a uomini adolescenti, giovani e adulti che non hanno mai avuto contatti con la tematica di genere e mascolinità. (...) Per gruppi che hanno già avuto contatti con la tematica è possibile selezionare sessioni specifiche di particolare interesse, dal momento che ogni sessione costituisce una unità completa in sé”.
I 5 cicli sono così articolati:
1. Disimparare il machismo (5 sessioni)
2. Mascolinità, potere e violenza (7 sessioni)
3. La sessualità maschile (12 sessioni)
4. Imparare a essere padri (3 sessioni)
5. La comunicazione interpersonale (3 sessioni)
In alcune sessioni del terzo ciclo è raccomandata la presenza di donne specialiste sui temi della sessualità umana. Ovviamente se il gruppo è preventivamente d’accordo; e con questa motivazione: “L’accompagnamento da parte di donne è importante per dare stimoli al processo di riflessione tra uomini e per assicurare che il risultato delle varie sessioni porti a una maggior qualità di vita delle donne.
Non prendere in considerazione il punto di vista femminile intorno al cambiamento maschile può comportare il rischio che un gruppo di uomini, con le migliori intenzioni del mondo, cada nella complicità e, invece di mettere in discussione il machismo, finisca per giustificarlo. L’accompagnamento da parte di donne organizzate è un fattore decisivo per il successo del processo di riflessione tra uomini”.
Noi uomini abbiamo una responsabilità di fronte all’aborto
“Nella nostra qualità di fratelli, padri, fidanzati, mariti e amici di donne che in qualche momento hanno avuto o potrebbero avere necessità di un aborto terapeutico per salvaguardare la propria vita e la propria salute, rifiutiamo la pretesa di penalizzare l’aborto terapeutico. Pensiamo che l’aborto terapeutico non sia un delitto, bensì un mezzo necessario per salvare la vita della donna e salvaguardare la sua salute. Si tratta di un diritto della donna a mettere al primo posto la propria salute e il proprio benessere.
Noi uomini non abbiamo nessun diritto di obbligare le donne a mettere a rischio la vita per continuare una gravidanza che può portarle alla morte. Con la penalizzazione dell’aborto terapeutico si condanna a uno o due anni di carcere la donna che l’abbia subito, ma non si dice che cosa fare agli uomini corresponsabili di un aborto. Se l’aborto terapeutico viene penalizzato, allora anche gli uomini dovrebbero venir incarcerati. Infatti siamo cause dirette di molti aborti quando ci comportiamo nei seguenti modi:
- Far pressione od obbligare le donne a relazioni sessuali
- Rifiutare l’uso del preservativo o di altro metodo anticoncezionale maschile o impedire che la nostra compagne utilizzi un metodo anticoncezionale, come le pillole
- Esercitare violenza fisica, sessuale o psicologica contro la nostra compagna
- Negare la nostra responsabilità nelle gravidanze
- Non adempiere ai nostri obblighi legali e morali di corrispondere gli “alimenti” a figli e figlie
- Non adempiere al nostro dovere morale di essere padri responsabili
- Fare pressione e minacciare la nostra compagna affinché abortisca. Le donne devono avere l’ultima parola.
Storicamente le istituzioni sociali e religiose hanno voluto regolamentare la vita sessuale e riproduttiva delle donne. I portavoce e i principali leader di queste istituzioni sono stati e continuano ad essere gli uomini. Si tratta quindi di una imposizione di norme nella vita delle donne da parte di noi uomini.
Ma sono le donne quelle che vivono nel loro corpo l’esperienza della gravidanza e dell’aborto, e questo dà loro un’autorità speciale per avere l’ultima parola nel merito. L’aborto è un tema molto complesso e delicato e, quindi, crediamo che i sentimenti e le preoccupazioni delle donne debbano essere il fattore fondamentale, perché è nel loro corpo che avviene la gravidanza. L’uomo che mette incinta una donna, come risultato di una relazione sessuale condivisa, gioca anche un ruolo importante e ha delle responsabilità di fronte a questa gravidanza.
L’autoritarismo morale è un’altra manifestazione del machismo. Non si dovrebbe imporre una particolare visione morale in relazione al tema della riproduzione e dell’aborto. Siamo di fronte a uno dei temi etici più controversi a livello mondiale. Non esiste un unico modo di porsi di fronte alla gravidanza e all’aborto da un punto di vista morale. Alcune persone pensano che fin dalle prime settimane di gravidanza già viva un essere umano nel ventre della madre. Noi, con altre persone, crediamo che quello che c’è sia un embrione, che porterà alla formazione di un essere umano, e che, se durante questo processo di gestazione si arriva a mettere in pericolo la vita della donna incinta, sia un obbligo morale dare la priorità alla salute integrale e alla vita della donna.
Sappiamo che su questo tema non c’è consenso nella società. Per questo chiediamo che non si penalizzi l’aborto terapeutico e rifiutiamo l’autoritarismo morale fondamentalista che oggi vuole condannare le donne al carcere e alla morte”.
(documento del GU di Managua, a pag. 87 della “Guida” – traduzione mia)
In Guatemala
Dicevo della grande quantità di materiale che abbiamo visto circolare sui “diritti umani”. A Città di Guatemala abbiamo incontrato anche un’associazione di donne femministe e altre che si occupano di mantenere viva la consapevolezza intorno alla democrazia e alla memoria delle sofferenze causate dalle varie dittature. Purtroppo la corruzione continua a impedire che le elezioni politiche, come quelle recenti, portino a significativi cambiamenti istituzionali.
Con due uomini ho soprattutto parlato di violenza, a Città di Guatemala: Gérard Lutte, anima del movimento dei giovani e delle giovani di strada (Mojoca), e José Domingo, avvocato di un comitato che sostiene un movimento di contadini/e.
Lutte ha esordito dicendo che in Guatemala ogni anno circa 3000 donne vengono uccise per mano maschile. Ci sono iniziative organizzate, come la “Casa 8 marzo” del Mojoca e altre, che cercano di metterle al sicuro, convincendole a lasciare la strada. “Speriamo –ha concluso – che le donne comincino a non educare più i figli al machismo...”.
L’efficacia del “metodo Mojoca” sta nel fatto che anche gli uomini che vivono sui marciapiedi vengono invitati a cambiare vita, lasciando la strada ed entrando nella “Casa de los amigos”. Noi li abbiamo incontrati e ascoltati: tutti sognano di vincere definitivamente la tentazione delle droghe, di lavorare o studiare e di poter accedere finalmente a una vita “normale”, fatta di relazioni serene con una compagna e con figli e figlie.
Domingo ci diceva rassegnato che la violenza maschile è una cultura diffusa e che è molto complicato contrastarla, anche se c’è una legge dello Stato in proposito. Quale efficacia possa avere quella legge ce lo dice l’elezione recente a presidente della repubblica di un uomo famoso per essere stato un torturatore ai tempi della dittatura. Anche un fratello di Domingo è stato ucciso, cinque anni fa, presumibilmente per motivi politici.
Sia in Nicaragua che in Guatemala gli amici e le amiche ci consigliavano di non uscire dopo il tramonto, se non con taxisti fidati...
Anche in Guatemala l’associazione AHCV ha qualche contatto con uomini, ma è significativo che quell’associazione femminista, incontrata nel Parque Central, non fosse a conoscenza di alcun gruppo e di alcuna iniziativa maschile contro la violenza alle donne.
Ho anche saputo, però, da un’altra signora, che in Guatemala opera la “Liga Guatemalteca de la Higiene Mental”, una ong che si occupa della violenza nelle scuole, aiutando i bambini a “confrontarsi” con i propri padri.
Sono sicuro che quegli splendidi ragazzi del Mojoca stanno imparando a stare nelle relazioni con rispetto e nonviolenza... ma so anche, per esperienza diretta, che, se non c’è capacità di riflessione, il rischio di vivere la sessualità come puro esercizio di sfogo e potere, invece che come pratica, piacevolissima, di relazione, è sempre in agguato. Sotto ogni cielo.
Infine... quante “giornate”!
Dal Guatemala abbiamo portato anche opuscoli e volantini che documentano una notevole attenzione ai problemi causati alle donne dalla cultura patriarcale e dal machismo così diffuso. L’elenco delle “giornate dedicate” si allunga:
- 8 marzo, giornata internazionale della donna
- 11 maggio, giornata nazionale delle levatrici
- 28 maggio, giornata mondiale per la salute delle donne
- 25 luglio, giornata internazionale delle donne afrocaraibiche e afrodiscendenti
- 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza alle donne.
Ma non basta, evidentemente, aumentare le giornate “dedicate” alla commemorazione, alla memoria, alla celebrazione. Bisogna che quello di cui facciamo memoria diventi pratica quotidiana nella vita di ciascuno e ciascuna. O finisce come con l’Eucarestia nella tradizione cattolica: invece di imparare a “fare come Gesù”, che ha spezzato la sua vita mettendola a servizio di chi lo incontrava, la si è trasformata in oggetto di culto e strumento di controllo sulle coscienze, attraverso un’assurda e dettagliatissima lista di regole. E il mondo continua ad andare alla deriva...
Scrive su un segnalibro l’ “Alleanza Femminista Centroamericana per la Trasformazione della Cultura Patriarcale”:
“Esse ci hanno ereditato il diritto al voto... essi ci impediscono di prendere decisioni a favore dei nostri diritti (...). Mettiamo in discussione il modello di democrazia esistente, che subordina, rende invisibili e limita la partecipazione e la decisione delle donne (...)”.
E su un pieghevole del “Centro di Documentazione dell’Associazione Tierra Viva”:
“I libri mi hanno insegnato a pensare e il pensiero mi ha reso libera (...).
Il Guatemala è un paese con alti indici di analfabetismo e scarso accesso all’informazione. L’accesso alla conoscenza non è un diritto, ma un privilegio. Soprattutto per le donne (...).
La cultura patriarcale mantiene le donne in un sistema di subordinazione e oppressione, dove non siamo visibili come soggette di diritti e doveri, che ci permettano di avanzare nei cambiamenti che sono necessari per una società giusta ed egualitaria (...)”.
Scelta lesbica
Un’altra fuggevole riflessione di Gérard Lutte diceva dell’aumento del lesbismo a causa del machismo violento. E sui muri della capitale abbiamo letto molte scritte di questo tenore: lesbianas en rebeldìa (lesbiche ribelli) – lesbianas indigenas – lesbianas negras indigenas ...
Ogni scelta di ribellione e di liberazione dall’oppressione patriarcale è anche frutto del desiderio di felicità. Auguro a ogni donna e a ogni uomo del Guatemala di cercare e trovare la felicità anche nelle relazioni tra di loro, tra uomini e donne.
Dedico questo numero di Uomini in Cammino, con tutti i suoi limiti nella scelta dei testi e di traduzione, ad Alexander Muñoz, assassinato martedì 27 settembre; e ai ragazzi e alle ragazze del Mo.Jo.Ca in Guatemala, forti testimoni del loro desiderio di vita e di felicità.
Beppe Pavan
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lunedì 7 novembre 2011
Campagna per il congelamento del debito - Centro Nuovo Modello di Sviluppo
CAMPAGNA PER IL CONGELAMENTO DEL DEBITO
Continuano a farci credere che per uscire dal debito dobbiamo accettare manovre lacrime e sangue che ci impoveriscono e demoliscono i nostri diritti. Non è vero. La politica delle manovre sulle spalle dei deboli è voluta dalle autorità monetarie europee come risultato della speculazione. Ma è intollerabile che lo Stato si adegui ai ricatti del mercato: la sovranità appartiene al popolo, non al mercato!
Esiste un'altra via d'uscita dal debito. E' la via del congelamento e se la condividi ti invitiamo a firmare e a diffondere questo documento, affinché si crei una grande onda che dica basta alle continue manovre che distruggono il tessuto sociale. Il problema del debito va risolto alla radice riducendone la portata. Non è vero che tutto il debito va ripagato, il popolo ha l'obbligo di restituire solo quella parte che è stato utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di interesse accettabili. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi, corruzione, è illegittimo e immorale, come hanno sempre sostenuto i popoli del Sud del mondo.
Per questo chiediamo un'immediata sospensione del pagamento di interessi e capitale, con contemporanea creazione di un'autorevole commissione d'inchiesta che faccia luce sulla formazione del debito e sulla legittimità di tutte le sue componenti. Le operazioni che dovessero risultare illegittime, per modalità di decisione o per pagamento di tassi di interesse iniqui, saranno denunciate e ripudiate come già è avvenuto in altri paesi.
La sospensione sarà relativa alla parte di debito posseduto dai grandi investitori istituzionali (banche, assicurazioni e fondi di investimento sia italiani che stranieri) che detengono oltre l’80% del suo valore. I piccoli risparmiatori vanno esclusi per non compromettere la loro sicurezza di vita.
Contemporaneamente va aperto un serio e ampio dibattito pubblico sulle strade da intraprendere per garantire la stabilità finanziaria del paese secondo criteri di equità e giustizia.
Almeno cinque proposte ci sembrano irrinunciabili:
•riforma fiscale basata su criteri di tassazione marcatamente progressiva;
•cancellazione dei privilegi fiscali e seria lotta a ogni forma di evasione fiscale;
•eliminazione degli sprechi e dei privilegi di tutte le caste: politici, alti funzionari, dirigenti di società;
•riduzione delle spese militari alle sole esigenze di difesa del paese e ritiro da tutte le missioni neocoloniali;
•abbandono delle grandi opere faraoniche orientando gli investimenti al risanamento dei territori, al potenziamento delle infrastrutture e dell'economia locali, al miglioramento dei servizi sociali col coinvolgimento delle comunità.
Attorno a queste poche, ma concrete rivendicazioni, è importante avviare un dibattito quanto più ampio possibile, partecipando al forum appositamente costituito all'indirizzo www.cnms.it/forum
Se poi l'onda crescerà, come speriamo, decideremo tutti insieme come procedere per rafforzarci e ottenere che questa proposta si trasformi in realtà.
Francuccio Gesualdi ,
Aldo Zanchetta,
Alex Zanotelli,
Bruno Amoroso,
Antonio Moscato,
Alberto Zoratti, Claudia Navoni, Rodrigo A.Rivas, Giorgio Riolo, Roberto Bugliani, Luigi Piccioni, Michele Boato, Carlo Contestabile Ciaccio, Roberto Fondi, Roberto Mancini, Gianni Novelli, Achille Rossi, Paolo Cacciari, Maurizio Fratta, Fabio Lucchesi, Lorenzo Guadagnucci, Nadia Ranieri, Paola Mazzone, Enrico Peyretti, Gaia Capogna, Francesco Amendola, Uberto Sapienza, Manuela Moschi, Mauro Casini, Roberto Viani, Michela Caniparoli, Franco Fantozzi, Franco Nolli
Continuano a farci credere che per uscire dal debito dobbiamo accettare manovre lacrime e sangue che ci impoveriscono e demoliscono i nostri diritti. Non è vero. La politica delle manovre sulle spalle dei deboli è voluta dalle autorità monetarie europee come risultato della speculazione. Ma è intollerabile che lo Stato si adegui ai ricatti del mercato: la sovranità appartiene al popolo, non al mercato!
Esiste un'altra via d'uscita dal debito. E' la via del congelamento e se la condividi ti invitiamo a firmare e a diffondere questo documento, affinché si crei una grande onda che dica basta alle continue manovre che distruggono il tessuto sociale. Il problema del debito va risolto alla radice riducendone la portata. Non è vero che tutto il debito va ripagato, il popolo ha l'obbligo di restituire solo quella parte che è stato utilizzata per il bene comune e solo se sono stati pagati tassi di interesse accettabili. Tutto il resto, dovuto a ruberie, sprechi, corruzione, è illegittimo e immorale, come hanno sempre sostenuto i popoli del Sud del mondo.
Per questo chiediamo un'immediata sospensione del pagamento di interessi e capitale, con contemporanea creazione di un'autorevole commissione d'inchiesta che faccia luce sulla formazione del debito e sulla legittimità di tutte le sue componenti. Le operazioni che dovessero risultare illegittime, per modalità di decisione o per pagamento di tassi di interesse iniqui, saranno denunciate e ripudiate come già è avvenuto in altri paesi.
La sospensione sarà relativa alla parte di debito posseduto dai grandi investitori istituzionali (banche, assicurazioni e fondi di investimento sia italiani che stranieri) che detengono oltre l’80% del suo valore. I piccoli risparmiatori vanno esclusi per non compromettere la loro sicurezza di vita.
Contemporaneamente va aperto un serio e ampio dibattito pubblico sulle strade da intraprendere per garantire la stabilità finanziaria del paese secondo criteri di equità e giustizia.
Almeno cinque proposte ci sembrano irrinunciabili:
•riforma fiscale basata su criteri di tassazione marcatamente progressiva;
•cancellazione dei privilegi fiscali e seria lotta a ogni forma di evasione fiscale;
•eliminazione degli sprechi e dei privilegi di tutte le caste: politici, alti funzionari, dirigenti di società;
•riduzione delle spese militari alle sole esigenze di difesa del paese e ritiro da tutte le missioni neocoloniali;
•abbandono delle grandi opere faraoniche orientando gli investimenti al risanamento dei territori, al potenziamento delle infrastrutture e dell'economia locali, al miglioramento dei servizi sociali col coinvolgimento delle comunità.
Attorno a queste poche, ma concrete rivendicazioni, è importante avviare un dibattito quanto più ampio possibile, partecipando al forum appositamente costituito all'indirizzo www.cnms.it/forum
Se poi l'onda crescerà, come speriamo, decideremo tutti insieme come procedere per rafforzarci e ottenere che questa proposta si trasformi in realtà.
Francuccio Gesualdi ,
Aldo Zanchetta,
Alex Zanotelli,
Bruno Amoroso,
Antonio Moscato,
Alberto Zoratti, Claudia Navoni, Rodrigo A.Rivas, Giorgio Riolo, Roberto Bugliani, Luigi Piccioni, Michele Boato, Carlo Contestabile Ciaccio, Roberto Fondi, Roberto Mancini, Gianni Novelli, Achille Rossi, Paolo Cacciari, Maurizio Fratta, Fabio Lucchesi, Lorenzo Guadagnucci, Nadia Ranieri, Paola Mazzone, Enrico Peyretti, Gaia Capogna, Francesco Amendola, Uberto Sapienza, Manuela Moschi, Mauro Casini, Roberto Viani, Michela Caniparoli, Franco Fantozzi, Franco Nolli
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congelamento debito centro modello sviluppo
domenica 6 novembre 2011
Cosa fare per fermare le prossime guerre dell' Occidente?
Concordo con Marinella che le prossime guerre dovremmo cercare di evitarle, impresa impossibile ? Le dovessi fermare da solo direi proprio di si, se ci muoviamo bene, anche in un numero dell' ordine di qualche decina, possiamo invece fare qualcosa.
Sono convinto che l' attivita' ben preparata di qualche decina di persone possa dare molto fastidio e forse far saltare qualche progetto, soprattutto perche' c'e' una vasta parte di opinione pubblica che vedrebbe di buon occhio le sue attivita',il gruppo iniziale si ingrandirebbe con altre adesioni e soprattutto
perche' abbiamo ragione e le ultime guerre sono state giustificate da bugie e propaganda anche abbastanza grossolana.
Penso che in questo momento non riusciremmo a fare delle azioni adeguate, mentre credo che in ultimi due mesi siamo riusciti a mettere qualche decina di persone in un minimo di collegamento tra loro. All' inizio di settembre questi collegamenti non li vedevo.
Allora come fare azioni efficaci partendo dalle nostre forze reali, con i nostri limiti numerici e anche di altra natura ? Penso che dovremmo parlarne almeno una volta di persona, magari dopo aver preparato la discussione da incontri locali e collegamenti tra i gruppi diversi.
Non e' facile, ma intanto il 4 novembre a Roma al presidio eravamo un buon numero e qualcuno ha approfittato dell' occasione per prendere contatto con la rete. Altre iniziative si sono svolte in altre citta' e il tema delle spese militari e' sempre piu' "nominato" nelle dichiarazioni politiche e del movimento.
Le azioni nonviolente hanno una storia e c'e' anche qualche libro sul tema, possono essere efficaci se proporzionate alle nostre forze e ai nostre limiti reali e se ben comunicate, poi il grosso dell' aiuto lo dara' il fatto che opporsi ad una guerra e' una causa giustissima.
Sono convinto che l' attivita' ben preparata di qualche decina di persone possa dare molto fastidio e forse far saltare qualche progetto, soprattutto perche' c'e' una vasta parte di opinione pubblica che vedrebbe di buon occhio le sue attivita',il gruppo iniziale si ingrandirebbe con altre adesioni e soprattutto
perche' abbiamo ragione e le ultime guerre sono state giustificate da bugie e propaganda anche abbastanza grossolana.
Penso che in questo momento non riusciremmo a fare delle azioni adeguate, mentre credo che in ultimi due mesi siamo riusciti a mettere qualche decina di persone in un minimo di collegamento tra loro. All' inizio di settembre questi collegamenti non li vedevo.
Allora come fare azioni efficaci partendo dalle nostre forze reali, con i nostri limiti numerici e anche di altra natura ? Penso che dovremmo parlarne almeno una volta di persona, magari dopo aver preparato la discussione da incontri locali e collegamenti tra i gruppi diversi.
Non e' facile, ma intanto il 4 novembre a Roma al presidio eravamo un buon numero e qualcuno ha approfittato dell' occasione per prendere contatto con la rete. Altre iniziative si sono svolte in altre citta' e il tema delle spese militari e' sempre piu' "nominato" nelle dichiarazioni politiche e del movimento.
Le azioni nonviolente hanno una storia e c'e' anche qualche libro sul tema, possono essere efficaci se proporzionate alle nostre forze e ai nostre limiti reali e se ben comunicate, poi il grosso dell' aiuto lo dara' il fatto che opporsi ad una guerra e' una causa giustissima.
sabato 5 novembre 2011
Comitato NoDebito-Referendum contro le misure economiche chieste dalla BCE all'Italia.
Referendum anche in Italia
E' la proposta avanzata dal Comitato "No Debito" del 1 ottobre. "Gli strumenti ci sono, è già avvenuto sull'Europa nel 1989" dice Giorgio Cremaschi. E si pensa a lanciare un vero e proprio referendum autogestito
imq
Mentre la Grecia fa marcia indietro sull’ipotesi del referendum popolare, c’è chi in Italia chiede che un referendum si svolga anche nel nostro paese. Obiettivo: la lettera di Trichet e Draghi al governo italiano cioè le misure economiche che la Banca centrale chiede siano applicate dall’Italia. Gli strumenti ci sono, assicura il “Comitato No Debito”, il coordinamento di varie forze sindacali, sociali, politiche, ambientaliste che si è formato lo scorso 1 ottobre in una grande assemblea al teatro Ambra Jovinelli di Roma. A presentare la proposta in conferenza stampa è stato Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom affiancato dai diversi rappresentanti del Comitato: Usb, Forum ambientalista, sinistra Cgil, Rete Viola, Rifondazione comunista, Sinistra Critica, Pcl, Rete del comunisti, Alternativa di Giulietto Chiesa e altri ancora. “Non siamo euroscettici, diciamo no ai vincoli europei e diciamo no al debito. E chiediamo di poter decidere con un vero e proprio referendum” spiega Cremaschi che punta il dito contro i vertici dell’Unione europea a cominciare dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. “Questa Europa è ormai alternativa alla democrazia, la piega e la fa soccombere” viene ripetuto in diversi interventi a poche ore dalla decisione della Grecia di fare marcia indietro sul referendum.
“E invece noi, aggiunge Cremaschi, un referendum lo chiediamo anche per quanto riguarda l’Italia”. Come? A spiegarne le modalità è Franco Russo che da anni segue le tematiche giuridiche e costituzionali con l’occhio rivolto ai movimenti socali, “Istituzionalmente, dice, la cosa è perfettamente fattibile perché non si voterebbe sui Trattati, cosa vietata dall’articolo 75 della Costituzione, ma sulle politiche dettate dall’Unione”. Russo spiega che la lettera di Trichet e Draghi del 4 agosto non è altro che la riproposizione delle linee guida stabilite dall’Ecofin a giugno. Quelle direttive sono diventate legge europea il 21 giugno e dunque è su quello che occorrebbe pronunciarsi. “Si tratterebbe dunque di un referendum di indirizzo, cioè consultivo e basterebbe, come già avvenuto una volta nel 1989, che il Parlamento varasse una legge costituzionale per permettere una consultazione popolare”. Sulla scheda andrebbe scritto: “Siete favorevoli ai piani di salvataggio stabiliti dall’Unione europea?”.
Il Comitato No Debito lancerà una petizione formale al Parlamento, sulla quale saranno raccolte le adesioni più ampie, per chiedere questa iniziativa. Senza, ovviamente, farsi illusioni In subordine, è la proposta lanciata ieri, c’è l’ipotesi di un vero e proprio referendum “autogestito”. “Proveremo a organizzare centinaia e centinaia di urne per permettere un voto popolare che pesi sull’attuale fase politica”.
Fonte www.ilmegafonoquotidiano.it
"Non possiamo smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone",Audre Lorde,poetessa.
E' la proposta avanzata dal Comitato "No Debito" del 1 ottobre. "Gli strumenti ci sono, è già avvenuto sull'Europa nel 1989" dice Giorgio Cremaschi. E si pensa a lanciare un vero e proprio referendum autogestito
imq
Mentre la Grecia fa marcia indietro sull’ipotesi del referendum popolare, c’è chi in Italia chiede che un referendum si svolga anche nel nostro paese. Obiettivo: la lettera di Trichet e Draghi al governo italiano cioè le misure economiche che la Banca centrale chiede siano applicate dall’Italia. Gli strumenti ci sono, assicura il “Comitato No Debito”, il coordinamento di varie forze sindacali, sociali, politiche, ambientaliste che si è formato lo scorso 1 ottobre in una grande assemblea al teatro Ambra Jovinelli di Roma. A presentare la proposta in conferenza stampa è stato Giorgio Cremaschi, presidente del Comitato centrale della Fiom affiancato dai diversi rappresentanti del Comitato: Usb, Forum ambientalista, sinistra Cgil, Rete Viola, Rifondazione comunista, Sinistra Critica, Pcl, Rete del comunisti, Alternativa di Giulietto Chiesa e altri ancora. “Non siamo euroscettici, diciamo no ai vincoli europei e diciamo no al debito. E chiediamo di poter decidere con un vero e proprio referendum” spiega Cremaschi che punta il dito contro i vertici dell’Unione europea a cominciare dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. “Questa Europa è ormai alternativa alla democrazia, la piega e la fa soccombere” viene ripetuto in diversi interventi a poche ore dalla decisione della Grecia di fare marcia indietro sul referendum.
“E invece noi, aggiunge Cremaschi, un referendum lo chiediamo anche per quanto riguarda l’Italia”. Come? A spiegarne le modalità è Franco Russo che da anni segue le tematiche giuridiche e costituzionali con l’occhio rivolto ai movimenti socali, “Istituzionalmente, dice, la cosa è perfettamente fattibile perché non si voterebbe sui Trattati, cosa vietata dall’articolo 75 della Costituzione, ma sulle politiche dettate dall’Unione”. Russo spiega che la lettera di Trichet e Draghi del 4 agosto non è altro che la riproposizione delle linee guida stabilite dall’Ecofin a giugno. Quelle direttive sono diventate legge europea il 21 giugno e dunque è su quello che occorrebbe pronunciarsi. “Si tratterebbe dunque di un referendum di indirizzo, cioè consultivo e basterebbe, come già avvenuto una volta nel 1989, che il Parlamento varasse una legge costituzionale per permettere una consultazione popolare”. Sulla scheda andrebbe scritto: “Siete favorevoli ai piani di salvataggio stabiliti dall’Unione europea?”.
Il Comitato No Debito lancerà una petizione formale al Parlamento, sulla quale saranno raccolte le adesioni più ampie, per chiedere questa iniziativa. Senza, ovviamente, farsi illusioni In subordine, è la proposta lanciata ieri, c’è l’ipotesi di un vero e proprio referendum “autogestito”. “Proveremo a organizzare centinaia e centinaia di urne per permettere un voto popolare che pesi sull’attuale fase politica”.
Fonte www.ilmegafonoquotidiano.it
"Non possiamo smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone",Audre Lorde,poetessa.
giovedì 3 novembre 2011
Novara,4 novembre,tempo di crisi basta spese militari, no ai tagli alle spese militari
Novara
Convegno
Tempo di crisi basta spese militari, no ai tagli alle spese sociali
4 Novembre 2011
Ore 18:00 (Durata: 6ore)
Quartiere Ovest in Via Cagliari, 3/a
intervengono
Mazzeo Antonio giornalista – strategie militari, modello di difesa
Rossana De Simone - Associazione PeaceLink - Progetto F35 e descrizione tecnica
Leopoldo Nascia ricercatore Istat - Sbilanciamoci – spese militari in tempo di crisi e alternative possibili
Solferino Massimo USB Ministero Difesa- industrie militari e politiche di difesa
Don Renato Tavola della pace
Per maggiori informazioni:
movimento NO F-35 Novara
info@noeffe35.org
http://www.noeffe35.org
Convegno
Tempo di crisi basta spese militari, no ai tagli alle spese sociali
4 Novembre 2011
Ore 18:00 (Durata: 6ore)
Quartiere Ovest in Via Cagliari, 3/a
intervengono
Mazzeo Antonio giornalista – strategie militari, modello di difesa
Rossana De Simone - Associazione PeaceLink - Progetto F35 e descrizione tecnica
Leopoldo Nascia ricercatore Istat - Sbilanciamoci – spese militari in tempo di crisi e alternative possibili
Solferino Massimo USB Ministero Difesa- industrie militari e politiche di difesa
Don Renato Tavola della pace
Per maggiori informazioni:
movimento NO F-35 Novara
info@noeffe35.org
http://www.noeffe35.org
mercoledì 2 novembre 2011
Roma,4 novembre,mostra e presidio contro le guerre e le spese militari
4 NOVEMBRE 2011- Presidio della rete NOWAR contro le guerre e le spese militari
“Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale”. Continua ad essere chiamato così il 4 novembre, cent’anni dopo la fine del primo terribile conflitto mondiale del novecento. Giornata celebrata dai cappellani militari nelle piazze di tutta Italia, caserme e unità navali aperte alla visita di civili, compreso lo spazio del Circo Massimo a Roma, completamente militarizzato per l'occasione. Eppure mai come quest’anno ci sarebbe bisogno di celebrare invece il disarmo e il bisogno di pace, dopo l'infame guerra neocoloniale in Libia, finita in una oscena macelleria, dopo dieci anni di guerra infinita in Afghanistan, dopo l'escalation delle spese militari che hanno portato l'intero mondo a spendere 3 milioni di dollari al minuto in armi ed eserciti, nel pieno di una crisi globale che ha distrutto lo stato sociale.
Per protestare contro la guerra in Libia, contro la guerra in Afghanistan, contro le spese militari e le missioni militari, la rete NoWar di Roma organizza una mostra contro la guerra in ricordo delle sue vittime.
Per protestare contro il ruolo di guerra dell'Italia, anche perchè, secondo la Nato, l’80% delle missioni aeree della coalizione anti-Gheddafi sono state lanciate da basi italiane (Decimomannu, Trapani-Birgi, Sigonella, Gioia del Colle, Aviano, Amendola e Pantelleria, con l’apporto di altre infrastrutture Usa, Nato e italiane come Camp Darby, Pisa, Napoli-Capodichino, Poggio Renatico, Augusta, ecc.).
Il 4 novembre dovrebbero scendere di nuovo in piazza gli indignati che si oppongono al modello globale neoliberista e al conseguente smantellamento dello stato sociale. Infatti le guerre del complesso militare-industriale nazionale, stanno dilapidando enormi risorse finanziarie, dissanguando i bilanci dello Stato e annientando le politiche di redistribuzione sociale.
Senza contare la guerra a Gheddafi, le missioni militari all’estero costeranno a fine 2011 un miliardo e mezzo di euro. Un insostenibile spreco di denaro imposto dai fabbricanti d’armi del complesso Finmeccanica e dal colosso degli idrocarburi ENI, le due holding che con il loro potere finanziario condizionano pesantemente le scelte di politica industriale, estera e della difesa. Come insostenibile è il livello raggiunto dalle spese militari: sempre nel 2011, il solo bilancio del Ministero della difesa ammonta a 20.556.850.000 (venti miliardi e mezzo) di euro, 192 milioni in più del bilancio 2010. E questo mentre istruzione, università, sanità, ambiente, pensioni, assistenza sociale e occupazione giovanile vengono falciate senza pietà.
Noi non festeggeremo il 4 novembre. Lo vivremo come un giorno di dolore e di lutto. E mostreremo indignati tutta la nostra rabbia.
Presidio e mostra contro la guerra a Largo Argentina dalle 16 alle 19.
Roma, Rete NOWAR
“Giornata delle Forze Armate e dell’Unità Nazionale”. Continua ad essere chiamato così il 4 novembre, cent’anni dopo la fine del primo terribile conflitto mondiale del novecento. Giornata celebrata dai cappellani militari nelle piazze di tutta Italia, caserme e unità navali aperte alla visita di civili, compreso lo spazio del Circo Massimo a Roma, completamente militarizzato per l'occasione. Eppure mai come quest’anno ci sarebbe bisogno di celebrare invece il disarmo e il bisogno di pace, dopo l'infame guerra neocoloniale in Libia, finita in una oscena macelleria, dopo dieci anni di guerra infinita in Afghanistan, dopo l'escalation delle spese militari che hanno portato l'intero mondo a spendere 3 milioni di dollari al minuto in armi ed eserciti, nel pieno di una crisi globale che ha distrutto lo stato sociale.
Per protestare contro la guerra in Libia, contro la guerra in Afghanistan, contro le spese militari e le missioni militari, la rete NoWar di Roma organizza una mostra contro la guerra in ricordo delle sue vittime.
Per protestare contro il ruolo di guerra dell'Italia, anche perchè, secondo la Nato, l’80% delle missioni aeree della coalizione anti-Gheddafi sono state lanciate da basi italiane (Decimomannu, Trapani-Birgi, Sigonella, Gioia del Colle, Aviano, Amendola e Pantelleria, con l’apporto di altre infrastrutture Usa, Nato e italiane come Camp Darby, Pisa, Napoli-Capodichino, Poggio Renatico, Augusta, ecc.).
Il 4 novembre dovrebbero scendere di nuovo in piazza gli indignati che si oppongono al modello globale neoliberista e al conseguente smantellamento dello stato sociale. Infatti le guerre del complesso militare-industriale nazionale, stanno dilapidando enormi risorse finanziarie, dissanguando i bilanci dello Stato e annientando le politiche di redistribuzione sociale.
Senza contare la guerra a Gheddafi, le missioni militari all’estero costeranno a fine 2011 un miliardo e mezzo di euro. Un insostenibile spreco di denaro imposto dai fabbricanti d’armi del complesso Finmeccanica e dal colosso degli idrocarburi ENI, le due holding che con il loro potere finanziario condizionano pesantemente le scelte di politica industriale, estera e della difesa. Come insostenibile è il livello raggiunto dalle spese militari: sempre nel 2011, il solo bilancio del Ministero della difesa ammonta a 20.556.850.000 (venti miliardi e mezzo) di euro, 192 milioni in più del bilancio 2010. E questo mentre istruzione, università, sanità, ambiente, pensioni, assistenza sociale e occupazione giovanile vengono falciate senza pietà.
Noi non festeggeremo il 4 novembre. Lo vivremo come un giorno di dolore e di lutto. E mostreremo indignati tutta la nostra rabbia.
Presidio e mostra contro la guerra a Largo Argentina dalle 16 alle 19.
Roma, Rete NOWAR
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