lunedì 10 gennaio 2011

Tunisia. Una dichiarazione comune contro la repressione contro le proteste popolari

I firmatari del seguente appello condannano la pericolosa escalation della repressione, in particolare l’utilizzo delle armi da fuoco da parte della polizia contro i manifestanti disarmati ieri sera e durante la mattinata che ha portato alla morte di più di 20 persone in poche ore oltre al gran numero di feriti:

1 – Siamo vicini ai familiari delle vittime e a tutto il popolo tunisino che si sta battendo e morendo per la libertà il lavoro e la dignità.

2 - Condanna fermamente il massacro e la brutalità poliziesca e la responsabilità diretta del governo per tutti gli atti di repressione contro le proteste popolari che hanno avuto inizio dal 17 dicembre dello scorso anno.

3 – Chiede un immediato cessate il fuoco su i cittadini inermi e l’immediato ritorno della polizia e dell’esercito alle loro caserme per non sporcarsi ancor più le mani con questi atti criminali contro la popolazione. Il rilascio di tutti i detenuti coinvolti nelle proteste popolari e i detenuti politici.
Libertà e rispetto per il diritto delle persone, libertà di espressione in Tunisia e dei media, il diritto ad organizzare sindacati, e a scegliere i propri governanti in modo realmente partecipativo e democratic.


9 gennaio 2011

Partito Democratico Progressista
Partito Comunista degli Operai della Tunisia
Congresso per la Repubblica
Rinascimento Movimento
Partito dei Verdi della Tunisia
Baath movimento
Comitato Nazionale per sostenere la popolazione per lo sviluppo e la democrazia
Associazione tunisina di resistenza contro la tortura
Comitato di sostegno al popolo
Associazione internazionale per la difesa dei prigionieri politici
Unione della gioventù comunista tunisina

http://www.albadil.org/

Arrestato El General giovane e popolare rapper tunisino

Tunisia - Tounes BeldNa
9 / 1 / 2011

Lui è una promessa del rap tunisino. Hamada Ben Amor, 22 anni, di Sfax, in arte El Général. Sulla sua pagina facebook ha più di 15.000 fan. Ma la sua fama è destinata a crescere grazie all'ennesimo autogol del regime tunisino, che ieri lo ha arrestato, con un vero e proprio blitz che ha coinvolto una squadra di 40 poliziotti. Niente di nuovo in un paese governato dal 1987 da un uomo, Ben Ali, che non ammette critiche. E di accuse contro lui e il suo regime sono pieni i pezzi di El Général. La prima canzone si chiama Tounes Bladna, che vuol dire "la tunisia è il nostro paese". Ed è un duro atto d'accusa contro il regime e la corruzione, uscito all'indomani delle rivolte di Sidi Bouzid (video), dove il 17 dicembre un diplomato disoccupato si è suicidato dandosi fuoco davanti alla prefettura dopo che la polizia gli aveva sequestrato la merce di una bancarella abusiva con cui si manteneva. Da allora il l'intero paese è in rivolta, e di città in città si susseguono manifestazioni, scioperi e scontri di piazza con la polizia, che finora hanno causato tre morti. Raccontare quelle proteste significa gettare le basi per un ponte di solidarietà tra le due rive. Il che equivale ad abbattere i muri della fortezza Europa. E in questo senso occhio anche a quello che sta succedendo ad Algeri, dove pure i ragazzi scesi in strada contro il caro vita e la corruzione.




Tounes bledna, besyesa wla beddam, tounes bledna, w rjelha jamais tsallam, tounes bledna, lyed fel yed ennas lkol, tounes bledna, w lyoum lezem nal9aw lhal.

La tunisia è il nostro paese, con la politica o con il sangue, la tunisia è il nostro paese, e i suoi uomini non si arrendono mai, la tunisia è il nostro paese, mano nella mano, tutta la gente, la tunisia è il nostro paese, oggi non abbiamo ancora trovato pace

L'altro pezzo incriminato è Rais LeBled, che vuol dire presidente del paese. Si tratta di una specie di lettera al presidente, in nome del popolo, in cui Général lo sfida a scendere per le strade e a vedere la realtà dei giovani disoccupati dopo anni di sacrifici e di studio, in un paese divorato dalla corruzione e dalla gestione mafiosa e clientelare del potere. Un pezzo che sta impazzando sulla rete e che ormai è un po' l'inno della rivolta.




Avremmo tanto voluto raccontarvi la Tunisia con un reportage dal terreno, ma è impossibile visto che dopo la pubblicazione dell'inchiesta sulla dittatura a sud di Lampedusa e sulla durissima repressione sindacale del 2008, il mio nome è finito sulla lista nera dei servizi tunisini e mi è vietato rientrare in quel paese. E a me è andata grassa. Perché sono libero. Quando i giornalisti sono tunisini infatti, la soluzione è lhbas, il carcere. Gli ultimi due finiti al gabbio, secondo Réporters sans frontières, sono i due blogger Sleh Edine Kchouk e Hamadi Kaloutcha (http://www.facebook.com/Kaloutcha.Hamadi). E poi ci sono Slim Amamou e Azyz Amamy, altri due blogger che sono scomparsi senza che si sappia che fine hanno fatto. Senza dimenticare, tra i tanti altri, i due reporter Fahem Boukaddous e Hasen Benabdallah di Radio Kalima, in galera rispettivamente da 100 e 241 giorni per aver raccontato all'epoca dei fatti la repressione dei moti di Redeyef.

Tratto da:
Fortress Europa
Fonte www.globalproject.info

sabato 8 gennaio 2011

Pakistan,Nigeria,Costa d' Avorio - fuochi di guerra tra le genti

Da www.Lacomuneonline.it
■Claudio Olivieri | 27 Dicembre 2010

Pakistan, Nigeria, Costa d'Avorio
fuochi di guerra fra le genti

Durante le feste – attutita la bagarre della politica italiota dentro e fuori i palazzi – trovano spazio notizie di vicende delle genti del mondo altrimenti nascoste. Anche in questo caso riportare una notizia per molti media soprattutto televisivi, significa filtrarla e spesso deformarla ad uso e consumo di ideologie dominanti in occidente o in altri luoghi dominati da poteri oppressivi.



Pakistan. A Khar, presso la frontiera fra il Pakistan e l’Afghanistan, in zone dove alcuni villaggi ed alcune popolazioni sono stanche delle prepotenze dei Talebani e cercano di sottrarvisi (senza per questo necessariamente appoggiare l’esercito pakistano o l’invasione occidentale), un kamikaze (forse una donna) si è fatto esplodere in una fila per il pane, provocando la morte di decine di persone, soprattutto donne e bambini. E’ un’altra dimostrazione dell’odio dei Talebani e di Al Qaeda verso la gente comune, in particolare contro chi cerca di sfuggire al loro controllo. La tenaglia dei mostri gemelli - terrorismo da un lato, aggressioni di guerra degli Stati occidentali e pachistani dall’altro - si stringe sulle popolazioni afgana e pachistana. Ma vi sono notizie di villaggi che cercano con coraggio di sottrarsi, sia pure in un modo ancora parziale, a queste logiche.

Nigeria. Attorno all’area di Jos si sono riproposti scontri cruenti fra etnie e popolazioni di religioni diverse. Il Nord musulmano si contrappone al sud cristiano, in gran parte di confessione protestante. Chiese bruciate, assalti a quartieri e villaggi cristiani hanno provocato numerose vittime. Lo sconto fra le diverse comunità è permanente e latente ma spesso torna ad esplodere. In altre occasioni come a Yelwa nel 2004 le milizie cristiane hanno assaltato le comunità islamiche provocando centinaia di vittime. In occidente si è spesso denunciato le aggressioni alle comunità cristiane, e le condizioni terribili contro donne nel Nord musulmano ad opera di tribunali e governi di ispirazione islamica. Questa giusta denuncia ha però spesso omesso di raccontare aggressioni altrettanto gravi e stupri terribili (o violenze verso le donne cristiane cui è proibito di avere rapporti con musulmani) commessi ai danno di villaggi e comunità musulmane.
Le alchimie della politica che prevedono meccanismi di rotazione al governo fra rappresentanti di etnie e fazioni religiose diverse, non solo non funzionano ma spesso aggravano la situazione. La tragica situazione necessiterebbe di una immediata fine delle ostilità, una sottrazione dalla violenza da parte della gente comune, per porre le premesse ad un dialogo interreligioso e fra credenti ed un incontro interetnico.

Costa D’Avorio. La situazione in Costa d’Avorio è sempre più grave. Numerosi scontri fra i sostenitori di Gbabo presidente uscente che non vuole lasciare il potere e Ouattara presunto vincitore delle elezioni, hanno insanguinato il paese. Grandi manovre della Francia dell’Unione africana, e dietro le quinte di altre potenze come gli Usa e la Cina si muovono sulla pelle delle persone. Tutti a parole sostengono Ouattara, ma ogni tanto filtrano notizie di traffici loschi e sostegno che avvengono fra l’occidente ed il potere di Gbabo. L’ipocrisia democratica non riesce nemmeno a capire le ragioni profonde di sfrangiamento e malessere ed incattivimento delle popolazioni ivoriane, pur contribuendo largamente ad aggravarle. Si prospetta la minaccia di un intervento militare attraverso la mediazione dell’Unione africana. Un rimedio all’arroganza di Gbabo che si rivelerebbe peggiore del male.

venerdì 7 gennaio 2011

Associazione Internazionale Italia-Africa

Associazione Internazionale Italia-Africa onlus

CHI SIAMO

L’ Associazione Internazionale Italia-Africa onlus si e' costituita a Roma il 30 novembre 2010. E’ composta da persone nate in Italia e persone nate in Africa. Opera in Italia, prevalentemente in Toscana e Lazio, in Africa, soprattutto in Nigeria e Senegal, e in altre parti del mondo dove abbiamo rapporti di conoscenza ed amicizia.

OBIETTIVI

Lo scopo principale e’ far conoscere e favorire la diffusione delle energie rinnovabili, in modo particolare le energie solari, nei paesi africani e ovunque.
Educare all’uso equo e sobrio delle limitate risorse naturali del pianeta.
Promuovere una cultura ed azioni di pace e un graduale disarmo

DI COSA CI OCCUPIAMO

Di informazione, con una attenzione speciale alle scuole italiane ed africane di ogni ordine e grado
Di formazione professionale, organizzando corsi in Italia per persone straniere che possano poi portare le loro esperienze professionali nei paesi di origine.
Di consulenza ed assistenza a imprese,associazioni,istituzioni che vogliano collaborare con soggetti di altri paesi.

CONTATTI

REFERENTI Marco Palombo 346-2256671 e-mail elbano9@yahoo.it
Edwin Chimezie Aligwo e-mail aiiaonlus@gmail.com
Sede via del Cisternino n.69 00133 Roma
blog http://aiiaonlus.blogspot.com
http://myspace.com/energiaoggiedomani
http://energiapalombo.blogspot.com

Cobas, il 28 gennaio sciopero generale

I Il potere economico e politico liberista, che ha trascinato l'Italia e parte del mondo nella più grave crisi del dopoguerra, invece di pagare per la sua opera distruttiva, cerca di smantellare ciò che resta delle conquiste sociali, politiche e sindacali dei salariati/e e dei settori popolari.

Nell'ultimo biennio il governo Berlusconi, sulla scia del centrosinistra prodiano, ha cancellato centinaia di migliaia di posti di lavoro nelle fabbriche e nelle strutture pubbliche (a partire dalla scuola: 140 mila posti in meno ed espulsione in massa dei precari), ingigantito il precariato lavorativo e di vita, imposto catastrofiche "riforme" della scuola e dell'Università, nel Pubblico Impiego bloccato i contratti e con il decreto Brunetta sequestrata la contrattazione e i diritti lavorativi e sindacali, come fatto a livello generale con il "collegato lavoro".

In parallelo, il capo-banda Fiat Marchionne guida l'assalto di un padronato parassitario e aggressivamente reazionario contro ciò che resta dei diritti degli operai, sperimentando alla Fiat la riduzione dei lavoratori/trici a "neo-schiavi" dell'arbitrio padronale. In queste settimane, però, il movimento antiliberista ha rialzato la testa e, grazie al forte contributo del movimento studentesco, in rivolta contro le umilianti "riforme" Gelmini, sta delineando un potenziale fronte sociale unito antipadronale e antigovernativo.

L'accordo fascistoide che Marchionne, con il sostegno del governo, della sedicente "opposizione" parlamentare (con il PD in prima fila) e dei sindacati collaborazionisti Cisl e Uil, vuole imporre a Mirafiori - dopo quello infame di Pomigliano - può essere la goccia che fa traboccare il vaso.

I COBAS stanno lavorando perchè l'accordo ignobile venga respinto dal NO referendario dei/lle lavoratori/trici Fiat, ma ritengono anche decisivo che venga esteso a tutti/e i/le lavoratori/trici lo sciopero che la Fiom ha indetto per i metalmeccanici il 28 gennaio. La richiesta Fiom alla Cgil di convocazione di uno sciopero generale non verrà mai accolta, perchè la Cgil condivide le politiche liberiste, ha sottoscritto in questi anni ogni cedimento al padronato e ai governi, ed è stata la principale responsabile, con Cisl e Uil, della distruzione dei diritti sindacali e di sciopero, prima ai danni dei COBAS e del sindacalismo di base, poi di chiunque non accettasse le politiche concertative.

SPETTA DUNQUE AI COBAS LA RESPONSABILITA' DI CONVOCARE PER IL 28 GENNAIO LO SCIOPERO GENERALEDI TUTTI I LAVORATORI/TRICI PUBBLICI E PRIVATI PER L'INTERA GIORNATA, rispondendo anche alle richieste di generaliz- zazione dello sciopero venute dal movimento degli studenti medi e universitari e da tante strutture del conflitto sociale, territoriale e ambientale.

Mettiamo in campo il 28 il più ampio fronte sociale per battere l'arroganza padronale e governativa, smascherare la finta "opposizione" parlamentare e i sindacati collaborazionisti, per riconquistare i posti di lavoro, il reddito, le pensioni, le strutture sociali pubbliche, a partire da scuola, sanità, trasporti ed energia, i beni comuni (acqua in primis), i diritti politici, sociali e sindacali.

CHE LA CRISI SIA PAGATA DA CHI L'HA PROVOCATA

CONFEDERAZIONE COBAS
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lunedì 3 gennaio 2011

Apriamo un dibattito e promoviamo iniziative sul rapporto conflitto-vertenze-violenza-nonviolenza

Dalla malig-list eco-fem-nonviolenta
Intervento di Lorenzo Porta dopo un intervento di Mao Valpian sulla giornata di protesta del 22 dicembre

Caro Mao , ti auguro un buon anno di lotta e serenità.

Anch'io ho gioito con te per la mossa spiazzante del movimento degli
studenti romani:
hanno lasciato che i corpi armati dell'ordine pubblico facessero la grande
parata dei muscoli per poi
far trovare davanti a loro il vuoto , riversandosi sulle periferie. ( il
metodo jūjutsu di cui parla Sharp nei suoi libri?)

Come sai al recente congresso del movimento ho inviato una comunicazione ,
ripresa da Peppe Sini, che
affrontava la questione dell'istruzione e dell'università.
Aspettiamo tutti l'arrivo di Azione nonviolenta
per vedere pubblicati i nostri contributi!

Intanto la legge di riforma dell'Università è passata, con alcune
osservazioni del Presidente.
E' lunga, molto lunga la strada per la difesa del bene comune della
cultura, preziosa come l'acqua...

Invito tutti a leggere questa mia lettera aperta agli studenti, copiando
l'indirizzo sottostante:

http://www.cedasnonviolenza.it/index.php?option=com_content&view=frontpage&Itemid=57

Ho posto anche alcune questioni che riguardano le condotte assunte dentrol'Università da alcuni nonviolenti di lungo corso ( riassunte in breve neltesto qui segnalato perché rivolto ad un pubblico più ampio) ma svolte piùnello specifico nella comunicazione al congresso del Movimento nonviolentosopracitata. L'intenzione è quella di di suscitare quanto meno un dibattito e unapprofondimento leale e trasparente su questioni rilevanti che stannocambiando gli assettidelle nostre società, della nostra vita e dei nostri figli.Ricordo che nel recente passato Fulvio Manara (2008) entrò un po' nelmerito delle questioni che ponevo. Ebbi spunti e suggerimenti da persone nonaderente ai movimenti nonviolenti, ma dai nonviolenti di lungo corso, chehanno avuto lunghe esperienze accademiche: tanto silenzio...auguri ancora
Lorenzo Porta--------------------------------------------------

L' intervento di Mao Valpiana
La nonviolenza degli studenti romani

I giovani liceali e universitari che oggi hanno manifestato a Roma per> contrastare la cosiddetta "riforma Gelmini", hanno offerto una bella> lezione di pratiche nonviolente. Bravi davvero.> La zona rossa del centro cittadino era presidiata dalla polizia, il> salotto buono di Roma blindato e deserto, mentre loro sono andati a> sfilare nelle periferie, lungo le tangenziali, lontani dai luoghi del> potere, e hanno ricevuto gli applausi dei passanti (chissà se sono> consapevoli di aver dato corpo alla visione capitiniana: "perché da una> periferia onesta, pulita, nonviolenta, avverrà la resurrezione del> mondo").> Le forze dell'ordine era
no in assetto antisommossa, con caschi e> manganelli, mentre gli studenti manifestavano a mani nude e imbiancate,> visi sorridenti e scoperti, e hanno portato doni e fiori da offrire ai> cittadini (e mi piace pensare che anche in questo abbiano voluto rifarsi a> Capitini: "un tempo aperto per vivere la festa che è la celebrazione della> compresenza di tutti alla nostra vita, al nostro animo").> Una gioiosa diciottenne, con il simbolo della pace dipinto sul volto, ha> dato la risposta più bella ai giornalisti: "Cosa chiedete al Governo?",> "al Governo non chiediamo niente, solo che se ne vada". C'è molta saggezza> in questa idea, la nonviolenza non aspetta la conquista dei palazzi del> potere, ma esercita la sua influenza anche senza stare al governo. Non> penso che questa giovanissima abbia letto "Il potere di tutti" di> Capitini, ma so che ne ha colto il senso profondo: "Ognuno deve imparare> che ha in mano una parte di potere, e sta a lui usarla bene, nel vantaggio> di tutti; de
ve imparare che non c'è bisogno di ammanettare nessuno, ma che> cooperando o non cooperando, egli ha in mano l'arma del consenso e del> dissenso. E questo potere lo ha ognuno, anche i lontani, le donne, i> giovanissimi, i deboli, purché siano coraggiosi e si muovano cercando e> facendo".> Il Presidente della Repubblica ha fatto sapere della sua disponibilità a> ricevere una delegazione degli studenti. Un'apertura indubbiamente> positiva. Un giovane ha raccolto e rilanciato: "invitiamo il Presidente> alla nostra assemblea alla Sapienza". L'eco del pensiero nonviolento è per> me assolutamente evidente: noi, scrive Capitini, amiamo l'assemblea come> una parte visibile della compresenza. Per Capitini l’assemblea è quella> che più di ogni altra cosa somiglia alla realtà di tutti: "Essa ha,> perciò, qualcosa di sacro, di commovente, è una molteplicità che porta in> sé l'unità, e perciò è il primum, la presenza del potere. Sull'assemblea> passa il soffio della compresenza, q
uella convocata dal "Discorso della> montagna", l'assemblea degli esclusi, degli innocenti, dei nonviolenti".> Oggi i giovani liceali e universitari romani hanno scritto una pagina> magistrale, che può aprire un capitolo nuovo e certamente offre motivi di> speranza per il loro futuro.> Nei giorni scorsi qualcuno aveva scritto dell'inefficacia della> nonviolenza. Risposta migliore non poteva esserci. Gli scontri con la> polizia avvenuti in qualche altra città, appaiono ora in tutta la loro> grottesca insensatezza. L'immagine del giovane rabbioso che impugna la> spranga per rompere i finestrini della camionetta della polizia, sbiadisce> e lascia il posto ad una ragazzina sorridente, con in mano un fiore e> sullo sfondo lo striscione "la vostra cultura è la forza, la nostra forza> è la cultura". Le vie della nonviolenza sono infinite.

mao valpiana

Rabbia, conflitto, radicalita' e violenza non sono sinonimi

La grande manifestazione del 14 dicembre a Roma è quasi scomparsa, nascosta dal fumo delle macchine bruciate. I media hanno enfatizzato gli scontri rimuovendo la ricchezza delle storie e delle proposte del movimento. La discussione di merito sul futuro dell’Università, sulla precarizzazione del lavoro e il valore sociale della conoscenza è stata posta ai margini. Il governo risponde con l’irresponsabilità della provocazione della pericolosa e anticostituzionale intenzione di repressione preventiva.


Ma era prevedibile.
Si può vedere lucidamente che chi scelto lo scontro ha regalato al Governo lo spunto per tentare di liquidare la mobilitazione e ha fatto arretrare l’opposizione alla controriforma dell’università.

La scelta dello scontro violento è politicamente sbagliata e controproducente, senza bisogno di fare ricorso alla categoria dei provocatori, o mettersi a caccia di “infiltrati”.

Chi ha fatto questa scelta si è sovrapposto al resto delle persone che manifestavano in forme diverse. La scelta dello scontro in piazza è innanzitutto una scelta di potere per imporre le proprie forme e la propria egemonia, per conquistare visibilità e rappresentanza in un mondo in cui esiste solo chi sta in televisione.

Molti di noi sono stati nelle mobilitazioni, contro la politica del governo e per la difesa del valore pubblico della conoscenza sulla scorta di una pratica e una memoria che ci impegna a trasformare la rabbia e l’ indignazione per la sordità del governo in nuove parole, in politica, nella costruzione collettiva di un’idea alternativa di cultura, di vita, di società

Non siamo ne’ perbenisti ne’ timidi, non poniamo un problema di “buona educazione” ma facciamo a tutti e tutte una domanda sulla qualità della politica che costruiamo insieme.

La scelta delle forme di lotta, dei linguaggi, delle forme di organizzazione e di conflitto è infatti fino in fondo una questione politica. Si tratta di scelte che incidono sulla capacità di allargare la mobilitazione, di coinvolgere altri e altre. Su questo vogliamo agire un conflitto limpido contro l’ipocrisia di chi agita il feticcio dell’unità del Movimento come un anatema per impedire ogni alternativa: vogliamo affermare un’idea di movimento plurale in cui la critica e il confronto siano liberi senza la retorica del tradimento, della fedeltà, dello schieramento.

Sentiamo anche noi l’indignazione per l’arroganza del governo, per lo squallore della compravendita parlamentare. Non vogliamo fermarci a guardare paternalisticamente la “rabbia dei giovani” come fenomeno sociologico, vogliamo metterci in relazione con i ragazzi e le ragazze che erano in piazza, riconoscerli come nostri interlocutori e affermare che la responsabilità di trasformare quella rabbia in politica è anche nelle loro mani. Il governo in questi mesi ha irresponsabilmente risposto ad ogni mobilitazione sociale con la violenza, e l’arroganza: dagli studenti ai terremotati dell’Aquila ai migranti. Anche in questi giorni la repressione indiscriminata e gli abusi sugli arrestati hanno colpito in larga parte persone estranee alla strategia dello scontro fisico.

L’esito del dibattito parlamentare, la fiducia comprata da un leader arrogante e disperato non mostra però l’incrollabile impermeabilità di un potere contro cui scagliare la propria rabbia impotente ma al contrario la fragilità di un governo che è ormai al declino. Applaudire un blindato che brucia mentre Berlusconi umilia il Parlamento ci sembra un esito frustrato e impotente della propria legittima indignazione.

Ora serve intelligenza per far valere le ragioni di un paese migliore, per esprimere la propria intelligenza e libertà.

Un movimento che vuole creare spazi liberati, produrre comunicazione non può ridursi a sbattere la testa, magari intruppati a testuggine e con i caschi in testa contro un blindato che sbarra una strada che qualcuno ha deciso di indicare come zona rossa.

I metodi di azione non violenta possono esprimere una radicalità assai maggiore. E’ successo: è possibile inventare forme di lotta efficaci e coerenti con la cultura e le ragioni di chi vuole opporsi alla logica del potere, del dominio, dell’ egoismo. Il movimento contro la legge Gelmini, la FIOM, gli studenti, i precari, i ricercatori hanno espresso questa intelligenza e questa alternativa possibile. Chi ha occupato i tetti, chi ha manifestato su tutti i monumenti, chi era alla manifestazione indetta dai metalmeccanici o ha organizzato le lezioni alternative in piazza non è meno radicale o ha meno rabbia di chi getta bottiglie di birra contro la polizia.

Per noi la radicalità di un movimento si misura sulla sua capacità critica, sulla sua proposta innovativa rispetto all’ ordine delle cose esistenti, sulla sua abilità di smascherare linguaggi e istituzioni di potere, gerarchie invisibili, forme di dominio diffuse, sulla sua capacità di svelare le forme di complicità con tutto quello che ci sembra naturale, la gerarchia tra uomini e donne innanzitutto, la logica dell’ appartenenza e della fedeltà, il conformismo

La violenza non è solo politicamente inutile, è culturalmente subalterna: non ci emozioniamo per il gesto atletico dell’ eroico lancio della bottiglia contro i blindati, non ci attrae la sfida scudi contro scudi: gli studenti hanno scelto di “difendersi” dietro titoli dei libri che hanno fatto il meglio della nostra cultura.

Non ci piacciono i corpi militari, i corpi collettivi in cui perdere la propria singolarità e ci preoccupa la seduzione che esercita - soprattutto su molti maschi - l'emozione di sentirsi parte di un "corpo unico" che si scontra col “nemico”. Rifiutiamo qualunque pratica che chieda alle persone di omologare la propria irriducibile singolarità.

Un movimento del mondo della conoscenza non può non vedere che il conflitto si fa innanzitutto su questo terreno. Vogliamo liberarci da una cultura militarista, dal virilismo, dalla logica dell’intruppamento che rimuove la libertà e la differenza di ognuno e ognuna.

Su questa riflessione proponiamo di costruire occasioni di confronto e riflessione in varie città d’Italia nei prossimi giorni.


Stefano Ciccone
Andrea Baglioni
Alberto Leiss
Lea Melandri
Silvia Mandillo
Bia Sarasini
Marco Rizzoni

Riferimento Stefano Ciccone (roma) ciccone@romascienza.it.
(seguono altre firme disponibili per la pubblicazione)